Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

17Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
28Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo,30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.

H. Hoffmann, Christ and the rich young ruler

H. Hoffmann, Christ and the rich young ruler

Il vangelo di questa domenica continua la lettura del capitolo 10 del Vangelo di Marco e ci presenta un incontro che avviene per strada, mentre Gesù lascia la Galilea per dirigersi verso la Giudea, compiendo l’unico viaggio descritto dall’evangelista a Gerusalemme, la città della donazione totale. Il racconto è organizzato in due parti: il dialogo di Gesù con un “tale” e, a seguire, il dialogo con i discepoli. La prima scena è costruita accuratamente da Marco in tre quadri: il primo è una riflessione a partire dal Decalogo che evoca alcune delle Dieci Parole, soprattutto riguardanti la dimensione sociale (non uccidere, non rubare, non commettere adulterio, non frodare, non dire falsa testimonianza, onora il padre e la madre) e che anche Cristo considera come la guida morale del credente. Il secondo quadro è più specificatamente cristiano e ha per oggetto il rapporto con le ricchezze. Gesù invita quest’uomo a una sequela totalizzante, cioè non solo a distaccarsi dai suoi averi, ma soprattutto a utilizzare quanto possiede a favore dei poveri. La via indicata da Gesù non è la rinuncia per l’ascesi spirituale, ma l’impegno concreto nella carità. La ricchezza però è diventata ormai un legame così forte da avviluppare la vita di quell’uomo che non è più in grado di liberarsene; pur essendo affascinato dalla predicazione e dall’esempio di Gesù non riesce a seguirlo sulla via di Gerusalemme, cioè sulla via dell’amore incondizionato per gli uomini. Il terzo quadro ha per protagonisti i discepoli, che si mostrano sorpresi davanti alla richiesta fatta da Gesù a quel tale, una richiesta ribadita con un proverbio folgorante che mette a contrasto due grandezze opposte, la cruna dell’ago e il cammello. Alcuni hanno tentato per ridurre tale antitesi leggendo nel termine greco kamelos non l’animale, ma una fune marinara detta kamilos; in realtà proprio lo sbigottimento dei discepoli, la forza dell’opposizione e un proverbio rabbinico che oppone la cruna dell’ago a un elefante ci portano a sostenere che Gesù voleva opporre in maniera così netta l’incompatibilità tra ricchezza e Regno di Dio. Le ricchezze sono un simbolo che abbraccia i molti volti del possesso: lo spreco, le cose, il profitto smisurato, l’egoismo, il piacere, la vanità… Cristo si rivela esigente e, consapevole che il fascino esercitato da questo idolo è forte e potente, chiede una scelta tenace e radicale tra la ricchezza, lo sperpero, il godimento e il Dio vivente e la vita del fratello. I discepoli, che subiscono anche loro il fascino delle ricchezze, rimangono sconcertati e Gesù, che conosce ciò che c’è nel più intimo dell’uomo, interviene per rincuorarli: la generosità, la donazione di sé, il distacco sono resi possibile dalla grazia che Egli riversa nei nostri cuori. È la grazia che rende possibile ciò che le sole forze umane non possono compiere e che appare agli occhi degli uomini assurdo e incomprensibile. Significativo è il dialogo Pietro-Gesù, retto da due coppie di verbi: Pietro utilizza l’espressione lasciare e seguire, tipiche del racconto di vocazione e Gesù corregge l’apostolo con i termini lasciare e ricevere: la donazione di alcune realtà materiali viene valorizzata da Cristo, perché ciò che si dona diviene sapienza (cfr. Sap 7,7-11), eredità gioiosa di pace e gioia profonda.

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