Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Maurizio Muraglia

Maurizio Muraglia

Maurizio Muraglia insegna Lettere in un Liceo di Palermo. In qualità di esperto di questioni educative e didattiche svolge attività di formatore per docenti ed è presente nelle riviste specializzate. E’ opinionista dell’edizione siciliana di “Repubblica” sui temi della scuola. Gestisce il blog su scuola, didattica e letteratura https://mauriziomuraglia.com/
Maurizio Muraglia

Oltre il fiume Acheronte che separa l’Inferno dal precedente territorio abitato dagli ignavi, Dante e Virgilio iniziano la discesa nei nove cerchi della voragine infernale, il primo dei quali fa da cornice, da “orlo” così come recita la parola latina limbus (da cui il nostro ‘lembo’). È il celebre Limbo, frutto della teologia cattolica, passato anche oggi a indicare un luogo o una condizione non pienamente caratterizzata. Tenebre, sospiri più che pianti, e dolore senza sofferenza (“duol sanza martìri”), insomma una sorta di tristezza e malinconia generale circonda il poeta, che non trova parole da dire finché il maestro non lo invita a domandare: non vuoi sapere chi sono questi spiriti?

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio”.

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. […]

 

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello.

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto.

Appunto: chi sono questi spiriti che provano dolore senza soffrire e che sospirano piuttosto che piangere? Siamo davanti ad una delle sfide teologiche e poetiche più importanti della Commedia dantesca, che riguarda non meno la chiesa medievale che il sentire attuale di ciascuno di noi davanti alla grandezza dell’intelletto umano.

Dante sta attraversando il luogo degli “spiriti magni”, che secondo la definizione aristotelica ebbero un’anima grande e acquisirono meriti verso l’umanità. Nel I canto dell’Inferno ne abbiamo avuto un assaggio quando proprio Virgilio, che adesso fa in qualche modo gli onori di casa, disse di se stesso che egli viveva in una zona che gli avrebbe per sempre precluso la visione di Dio perché egli fu “ribellante a la sua legge”. Certo, non ribelle nel senso che intendiamo noi. Ma impedito dalla sua collocazione storica. Virgilio non conobbe il cristianesimo come tutti coloro che vissero, come si dice, avanti Cristo.

Non è opportuno qui addentrarsi nella complessa questione teologica, riassunta dal “Salus extra ecclesiam non est” di Cipriano, che ha caratterizzato la storia della Chiesa fino al Concilio Vaticano II ed oltre. È invece il caso di soffermarsi attentamente sulla poesia che avvolge queste figure di grandi della storia e del pensiero che non conobbero la rivelazione cristiana.

Intanto, perentoriamente, “ei non peccaro”. Dante non fa giri di parole. Costoro non hanno peccato. E incalza con le “mercedi”, cioè i meriti. Se hanno meriti, essi non bastano da soli a salvarli perché non ebbero battesimo e non adorarono Dio “debitamente”. Quest’ultima parola apre un mondo di significati. Come si può adorare Dio? In modo debito o in modo indebito. Nelle parole del Virgilio dantesco c’è la consapevolezza di essere esclusi dal modo giusto di adorare Dio. Ovvero dal modo cristiano. E questo è il difetto che rende Virgilio e i suoi compagni “perduti” e disperatamente “in disio”.

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La nostalgia di Dio. Questa celebra poeticamente Dante, che prova “gran duol”, enorme dolore, dinanzi alla condizione vissuta da gente di “molto valore” che, pur avendo dato all’umanità le più grandi conquiste dell’intelletto, resta esclusa dalla visione di Dio per una sorta di errore della storia. Chi non direbbe che è un’ingiustizia? E chi non direbbe – come la Chiesa attuale fa – che il mistero di Dio saprà accogliere comunque tutti coloro che hanno umanamente meritato?

Nel canto XIX del Paradiso, Dante si troverà faccia a faccia con la giustizia divina, allegorizzata da un’aquila, e la percezione di ingiustizia prenderà forma:

Un uom nasce a la riva
de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;

e tutti suoi voleri e atti buoni
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.

Muore non battezzato e sanza fede:
ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
ov’ è la colpa sua, se ei non crede?

Dov’è la sua colpa, se egli non conosce la fede cristiana? Ma l’autore della Commedia non ha risposte. L’aquila, che lo rappresenta, non risponderà se non rifugiandosi nel mistero imperscrutabile cui la mente umana non può accedere. E pertanto non rimane che l’esclusione.

Ma conosciamo bene in Dante la tensione tra il teologo e il poeta. Che ha la libertà, nel suo triste Limbo, di allestire un bel “nobile castello” capace di radunare i grandi dell’umanità. Guardiamoli insieme. Gli sguardi “tardi e gravi”, pieni di “autorità”, che parlano compostamente e con voci soavi. Dante li vede tutti e prova entusiasmo: “in me stesso m’essalto”. Aveva già prima incontrato nientemeno che Omero, Orazio, e adesso si imbatterà negli eroi troiani Enea ed Ettore, in Giulio Cesare, Cicerone e Seneca, ma soprattutto in Platone e Aristotele e tanti altri. Il canto risuona spessissimo della parola “onore” e dei suoi derivati. È tutta gente (proprio “genti” è usato da Dante) che ha abbellito il mondo con il proprio onore e la propria dignità, esprimendo umanità e sapienza al massimo grado.

È la celebrazione della cultura. Il quarto canto celebra il trionfo della ragione umana. Ciò che il medievale Alighieri non può ammettere è che questa ragione basti a se stessa. Avrebbe avuto il risultato di sconfessare tutta la sua vita di intellettuale e di poeta. La pienezza per Dante è nella rivelazione, che sola può autenticare le conquiste intellettuali. Sarà infatti non Virgilio ma Beatrice a condurlo in Paradiso.

E questo canto non cessa di parlarci. Ci dice del limite della ragione umana, è vero, ma anche della sua grandezza. E settecento anni dopo saremmo capaci di sminuire la portata di un grande in sapienza e intelletto perché non professa una fede religiosa? Dubito. Ma ci dice anche della vera autorità, che è profondità e dignità nel pensare e nel comunicare, distante anni luce dal cicaleccio mediatico compulsivo prodotto quotidianamente da figure che sbandierano simboli religiosi per affermare una pseudoidentità volta esclusivamente a discriminare umani da umani.

 

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