Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Serena Termini

È nata il 5 marzo del’73, è coniugata e ha tre figli. Dal 2005 è la corrispondente dell'agenzia nazionale Redattore sociale. Da sempre ha avuto la passione per la lettura e la scrittura. Ha compiuto studi giuridici e sociologici che hanno affinato la sua perizia in tali abilità, facendole scegliere di diventare una giornalista. Ciò che preferisce della sua professione è la possibilità di ascoltare la gente andando al di là delle prime apparenze: fare giornalismo può diventare un esercizio di libertà solo se ti permettono di farlo.
Serena Termini

38694559_902889236566468_7973975525146230784_nStudierà per promuovere la pace e la cooperazione internazionale all’interno del Collegio del Mondo Unito Adriatico Onlus di Duino, una scuola indipendente, facente parte dei 17 Collegi del Mondo Unito (UWC – United World Colleges). È quello che farà Bandiougou Diawara di 19 anni, originario del Mali e arrivato nel 2015 dalla Libia. Con uno sguardo molto sveglio e dolce, dai suoi occhi buoni traspare tutta la gioia per essere riuscito a superare la selezione per soli due posti. Il giovane, grazie anche al suo percorso scolastico e di integrazione culturale avvenuto prevalentemente a Palermo è arrivato, infatti, primo per entrare in questo prestigioso collegio internazionale.

D: «Quando sei arrivato in Italia?»

R: «Sono arrivato nell’ottobre del 2015 dalla Libia, con una barca di fortuna poi soccorsa da una nave italiana che ci ha portati a Pozzallo. Pur essendo minorenni siamo stati 19 giorni dentro la grande camerata dell’hot-spot. Ricordo quei giorni con grande sofferenza perché eravamo troppe persone di diversi paesi africani. La convivenza tra tutti era difficile anche perché pochissima era pure l’assistenza. Dopo avere protestato, siamo stati finalmente trasferiti in un centro di Scicli dove siamo andati a scuola e ci siamo trovati bene.»

D: «La vera svolta è avvenuta a Palermo?»

R: «Sono andato a Palermo per migliorare i miei studi. Dopo la scuola media, ho iniziato il liceo scientifico dove sono arrivato al terzo anno. Palermo è una città fantastica e sono stato benissimo soprattutto grazie all’ospitalità del centro diaconale valdese de La Noce dove ho trovato una grande famiglia che mi ha sostenuto tantissimo. Ho frequentato la scuola d’Italiano per stranieri Itastra dove sono stato anche mediatore culturale e ho seguito parecchie iniziative facendo anche teatro. Inserendomi nella compagnia teatrale Amunì ho partecipato anche a due spettacoli.»

D: «Adesso continuerai a studiare nel collegio internazionale?»

R: «Sì, sono molto contento di questa meravigliosa opportunità di vita. Rimango però lo stesso molto legato a Palermo perché ho una ragazza palermitana e poi anche perchè continuerò alcuni progetti. Sono vicepresidente, infatti, dell’associazione Giocherenda che promuove solidarietà interculturale attraverso la creazione di alcuni giochi di gruppo e altre iniziative.»

D: «Perché sei andato via dal tuo Paese?»

R: «Volevo studiare e ho deciso di partire perché in Mali non c’erano le condizioni di vita per avere un buon futuro. Inizialmente non pensavo all’Italia e neanche alla Libia. Dal Niger ho attraversato per due giorni il deserto con una jeep pick up in condizioni bruttissime. A 15 anni sono andato infatti in Algeria per un anno e mezzo lavorando come aiuto-muratore e imbianchino. Quando in quel paese la situazione era diventata molto pericolosa per gli scontri armati tra arabi e berberi, ho deciso anch’io di partire per la Libia per arrivare in Europa.»

D: «In Libia quanto sei stato?»

R: «La Libia è un campo minato dove ti può succedere di tutto. Sono stato fortunatamente solo due settimane. Ho vissuto dentro un campo con altre 500 persone insieme a donne e bambini. Ho un ricordo tremendo per le condizioni disumane in cui sono stato costretto a vivere. Ho visto tanta gente stare molto male. Si dormiva a terra tutti ammassati e si mangiava una volta al giorno. Ho visto anche tanta violenza nei confronti delle donne sole che dovevano sfamare i loro figli e nei confronti di uomini che venivano bastonati. Si paga prima per partire. Io ho pagato 600 euro ma le tariffe possono arrivare anche a mille euro. Sono i libici che decidono quando devi partire.»

D: «Cosa ricordi della partenza?»

R: «Siamo partiti a mezzanotte e nella barca eravamo in 168. Le donne e i bambini erano messi davanti. Io purtroppo ero vicino al motore che perdeva benzina che insieme all’acqua di mare mi ha fatto bruciare una gamba. Appena partiti, ci siamo messi a pregare tutti ognuno nella propria lingua. La barca era un poco bucata e c’era chi, disperato, voleva tornare indietro. Ho avuto la paura più forte della mia vita. Io non so nuotare e quella sera il mare era agitato e sono stato tutto il tempo a vomitare. Verso le 8 del mattino abbiamo visto i soccorsi. Per un momento abbiamo avuto la paura forte che potessero essere i libici pronti a respingerci. I respingimenti sono tremendi perché loro non ti riportano nel centro dove eri ma nelle carceri, che sono terribili perché è lì che soprattutto avvengono le torture. È un inferno perché dentro il carcere per uscire devi pagare contattando chi ti può aiutare. La sensazione di salvezza dopo tutto quello che abbiamo sofferto è stata fortissima.»

D: «Dopo tre anni oggi sei una persona diversa, cosa ti senti di aggiungere?»

R: «Non dimentico ciò che ho vissuto e la mia esperienza di vita mi servirà anche per aiutare tutti quelli in difficoltà, africani e italiani. A Palermo ho partecipato proprio per questo anche a progetti per integrare i giovani dei quartieri periferici con il resto della città. Riguardo all’immigrazione dico che, per capire se una persona ha un’anima sensibile, buona o cattiva la devi prima conoscere. Solo facendo questo primo sforzo verso l’altro si possono abbattere i pregiudizi e le chiusure che creano solo problemi alimentando paure e poca fiducia. Quello che oggi mi spinge a raccontare la storia del mio viaggio con tutta la sua sofferenza è il bisogno forte di fare conoscere la verità rispetto a chi la racconta in maniera falsa o solo negativa. Il traffico di esseri umani si può abbattere pure con i corridoi umanitari. Mi auguro anche che presto si possa parlare di vera e propria mobilità internazionale in forza dell’accordo di Dublino 1, senza restare bloccato per i documenti nel paese di sbarco cosicché ognuno potrà essere libero di andare nel paese dove intende regolarizzarsi.»

D: «Qual è il tuo desiderio?»

R: «A me piacerebbe fare l’ingegnere ma nello stesso tempo vorrei continuare ad impegnarmi socialmente e politicamente per migliorare l’Africa, l’Italia e l’Europa. A Bruxelles quando sono stato invitato insieme ad altri ragazzi da Cecile Kyenge ho parlato della meravigliosa ricchezza umana che c’è al sud che sicuramente andrebbe valorizzata meglio anche sul piano degli investimenti economici che possano aprire la strada ad un futuro diverso.»

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