Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

savagnone-3-small-articoloCon il crollo del ponte Morandi, la realtà, in tutta la sua brutale evidenza, fa irruzione in questo delicato momento della nostra vita pubblica, e ridicolizza sei mesi di ininterrotta campagna elettorale centrata in modo ossessivo sul tema dei migranti. Quella di Genova è una tragedia che – proprio perché non è una fatalità, ma il frutto di un intreccio inestricabile di interessi, incompetenze, errori umani – costringe gli italiani a ricordarsi, finalmente, che i problemi del nostro Paese non nascono, come si è cercato di far loro credere, dall’approdo sulle nostre coste di qualche migliaio di disgraziati in cerca di una vita migliore, ma da disfunzioni e contraddizioni che non vengono dal di fuori, ma sono profondamente radicate nel nostro stesso tessuto sociale, politico, culturale.

Era della lotta contro queste disfunzioni e contraddizioni che un “governo del cambiamento” avrebbe dovuto farsi carico fin dall’inizio. E ciò vale anche per la delicata gestione delle infrastrutture. Così, sarebbe stato opportuno che il neo-ministro Danilo Toninelli, addetto a questo settore, invece di stare quasi ininterrottamente in Tv per ripetere che i porti italiani dovevano restare chiusi alle navi dei migranti, annunciasse un serio programma in questo senso.

Per farlo, però, avrebbe dovuto prima prendere coscienza dei problemi. Oggi lui e Di Maio gridano a gran voce che i responsabili dovranno pagare. Ma nel 2014 il loro mentore, Grillo, col suo solito furore sarcastico, bollava la costruzione della Gronda, l’opera alternativa che avrebbe potuto evitare il disastro, come un assurdo spreco di denaro pubblico e in un comizio invocava l’intervento dell’esercito per fermarla.

Ponte_Morandi_crollatoEra dal 2012 la linea dei 5stelle. «La Gronda è un’opera non solo inutile, ma anche dannosa. I veri problemi del Ponente sono ben altri, non di certo la viabilità» si legge in un post pubblicato sulla pagina ufficiale del gruppo Consiliare M5S Genova. E anche Di Maio, in campagna elettorale in Liguria, prometteva di bloccare il raddoppio autostradale a Genova. La premessa era la negazione, con la solita irridente aggressività, di chi invocava la Gronda per evitare il pericolo del crollo del ponte Morandi, che nel sito dei 5stelle veniva definito «una favoletta». Su questa base Toninelli, in questi pochi giorni di governo, aveva già inserito la Gronda tra le opere «da sottoporre ad una revisione che contempli anche l’abbandono del progetto».

È chiaro che non si può addebitare a questa strenua opposizione dei pentastellati ciò che è accaduto. Ma essa attesta drammaticamente la loro tendenza a correre a tutta velocità nella direzione esattamente opposta a quella che sarebbe richiesta dalla realtà. Una tendenza che, peraltro, è di tutto il “governo del cambiamento” e che ha il suo “motore” nella Lega. Il ministro degli Interni Salvini che, mentre si scava tra le macerie del ponte per recuperare i sopravvissuti, dalla Calabria esulta, in un twitter, perché ancora una volta è riuscito a impedire che un pugno di migranti sbarcasse in Italia, è il tragico emblema di questa situazione surreale.

La realtà è una maestra severa, talvolta crudele, però sa come farsi ascoltare, e la sua voce è molto più potente del confuso chiacchiericcio dei social. Essa ci dice, in questo momento, che l’urgenza a cui non possiamo sottrarci è quella di un profondo rinnovamento etico e civile. Se ha ragione chi sostiene che dietro il crollo del ponte Morandi c’è una lunga storia di interessate omissioni, di ingiustificati privilegi, di ciniche speculazioni, e se questo non è un episodio isolato, ma il drammatico venire alla luce di uno stile diffuso di corruzione, che avvelena buona parte della nostra classe dirigente, il problema non è il cedimento materiale di una struttura, ma quello, più profondo, di una società e dei suoi valori.

Altro che immigrati; altro che zingari! Siamo noi, gli italiani, la minaccia. Siamo in un Paese dove la gestione della cosa pubblica risente ormai da decenni – ed è l’anima di verità della “rivoluzione” dei 5stelle – di un vuoto morale che ha deteriorato la vita pubblica e generato profonde ingiustizie. E di questo siamo tutti responsabili. Per il cittadino è facile esorcizzare le proprie responsabilità scaricandole sulla “casta”. Ma per tanti anni, durante la Seconda Repubblica, siamo stati noi – il “popolo”, gli elettori –, a portare in parlamento alcuni dei peggiori personaggi pubblici, forse, della storia repubblicana. Persone disposte a passare da un estremo all’altro dello schieramento politico, da un giorno all’altro, senza fare una piega, magari confessando, a posteriori, di essersi lasciate comprare, materialmente, a suon di euro. Siamo stati noi ad alimentare, nel quotidiano, uno stile di illegalità che ha reso l’evasione fiscale la regola per i grandi e per i piccoli, con la motivazione che “c’è chi fa di peggio”.

Insomma, al di là delle indignate proteste che si sentono nei bar, all’insegna del qualunquistico “sono tutti ladri”, c’è stata e continua ad esserci una sostanziale complicità tra le vittime e i mariuoli che sistematicamente le sfruttano e le derubano. E non si tratta di ingenuità, ma di una cultura diffusa, che ritiene il bene comune un’utopia e che porta la gente ad avanzare, in nome delle prevaricazioni degli altri, la pretesa di compiere le proprie. In questo clima, i ladri possono essere criticati, ma alla fine ricevono ammirazione e sostegno, magari nella speranza di poter godere di altrettanta impunità.

Così è stato possibile che il 4 marzo uno dei partiti “del cambiamento” sia andato alle elezioni, e si sia poi perfino presentato alle consultazioni per formare il nuovo governo, accanto a un emblematico rappresentante di questo stile deteriore, ufficialmente sanzionato da una condanna giudiziaria per frode.

Tutto ciò non è solo indegno, ma anche dannoso – e non solo per la solidità delle infrastrutture come il ponte crollato. Si parla tanto di crisi finanziaria, denunziando immaginari complotti internazionali. Ma proviamo a chiederci: se uno ha dei soldi da investire, li investirebbe in un paese dove gli uomini politici di punta vengono condannati per frode e continuano a restare al loro posto, col pieno appoggio del loro elettorato, oppure in uno dove vige uno stile di correttezza?

Non è un problema di norme giuridiche, ma di costume. Se la legalità si dovesse misurare dal numero delle leggi, l’Italia ne sarebbe la patria. Secondo alcune stime, a fronte delle 3.000 della Gran Bretagna, alle 5.500 della Germania, alle 7.000 della Francia, da noi si calcola che ve ne siano fra le 150.000 e le 200.000.

Sappiamo tutti, però, che in realtà le regole vengono trasgredite da noi più che altrove. È come se ci divertissimo a moltiplicarle per poterle violare. Anzi è la loro stessa moltiplicazione che sembra favorire la loro reciproca neutralizzazione e assicurare, alla fine, l’impunità dei disonesti, che di solito si possono permettere dei buoni avvocati.

Il vero problema, allora, è di educare le persone a una cittadinanza responsabile. Se, invece di alimentare la rabbia della gente concentrandola sulle colpe degli altri, come fa un certo populismo, si cercasse di far capire che il “cambiamento” deve cominciare da ciascuno di noi, nella quotidianità della vita associata, con i sacrifici, ma anche con i benefici che da questo possono derivare, forse si comincerebbe a respirare nella nostra società, a partire dal basso, un clima diverso da quello avvelenato della corruzione e della sopraffazione reciproca.

E questo si incontrerebbe con lo sforzo di uomini di buona volontà – che pur ci sono, tanto al governo quanto all’opposizione –, desiderosi di interpretare correttamente il loro mandato e di lavorare alle vere priorità del bene comune, contro le manovre illusionistiche che distolgono da esse. È una strada lunga. Ma un ponte che crolla non si ricostruisce in un giorno.

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4 Response Comments

  • Francesco Gagliardi  agosto 16, 2018 at 1:15 pm

    Caro Giuseppe, come sempre tu riesci a cogliere nei tuoi interventi il cuore delle questioni. E se questo Blogger fosse più seguito i loro benefici effetti comincerebbero a vedersi anche nella società, tra i cittadini, che sembra troppo propensa a lasciarsi ubriacare dalle chiacchiere di Salvini e Di Maio & Co. Il problema però, al momento, è che non c’è un’alternativa a questi politicanti di risulta improvvisati statisti. Non il Pd ne’ i Berluscones che gli hanno asfaltato la strada. E neppure i tenativi postideologici a destra (meloni) e a sinistra (leu) sempre molto roboanti ma a corto di idee. Manca insomma un’offerta politica seria e soprattutto personale politico preparato e credibile, poco incline a parlarsi addosso continuamente come i vari toninelli e più attento a gestire i problemi e le emergenze del Paese senza scaricarli su altri. Chi ha il potere deve governare. E governare vuol dire fare fronte ai problemi e rispondere alle istanze dei cittadini. E finché non si trovano persone di questo tipo, in grado di essere classe dirigente, il Paese difficilmente uscirà dalle difficoltà in cui si trova. A cominciare dalla bassa crescita, bassi investimenti (nonostante i bassi tassi di interesse garantiti finora dal QE di Draghi) e bassa occupazione a fronte di una vergognosamente alta evasione fiscale e di un’altrettanto alta concentrazione della ricchezza privata nazionale. In questa situazione mi convinco sempre di più della necessità di un contributo , il più possibile unitario, del cattolicesimo politico e di quanti ancora credono nella validità e attualità della Carta costituzionale. Francesco Gagliardi

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  • Oronzo Marraffa  agosto 17, 2018 at 7:58 am

    Semplicemente GRAZIE per la lucidità dell’analisi e della proposta. Condivido!

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  • Giangaspare Ferro  agosto 17, 2018 at 8:56 am

    La sua lucida analisi e la ben consolidata suggestione del vero e unico cammino da intraprendere presuppone una presa di coscenza da parte non solo di tutti noi ma anche di chi al momento ci governa. Ciò con le contraddizioni evidenziate. Dio ci protegga dagli improvvisatori della politica. Grazie.

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  • Giovanni Panero  agosto 20, 2018 at 11:42 pm

    Ma Lei caro prof. Savagnone dove era negli ultimi 50 anni? Parla dell’etica e Delle disfunzioni di questo parse che a mio parere hanno proprio nella sua Sicilia e Palermo in particolare la loro massima espressione. Bisognava sporcarsi le mani come le hanno già detto e non starne fuori e giudicare. Quei poveri disgraziati come dice Lei non sono il problema ma neppure la loro indiscriminata accoglienza la soluzione. Si sforzi di allargare le sue vedute e il rispetto del pensiero di tutti e non la spocchia intellettuale di pochi eletti. Giovanni Panero

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