Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Mario Affronti

Direttore regionale per la pastorale delle migrazioni e past-president della SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni).
Mario Affronti

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“Io sono uno straniero temporaneamente residente tra voi

Genesi 23, 4

Sabato 28 luglio 2018, Ben Kadì, gruppo di percussioni con ragazzini minori stranieri non accompagnati, guidati da Lucina Lanzara, si è esibito all’Atrio Monumentale di Palazzo delle Aquile del Comune di Palermo.

È stata una testimonianza di incontro-relazione e di interazione. Come ci ricorda il Papa l’interazione è un processo che non assimila, non omologa, ma riconosce e valorizza le differenze, che ha come obiettivo la formazione di società plurali, in cui vi è riconoscimento dei diritti, in cui è permessa la partecipazione attiva di tutti alla vita economica, produttiva, sociale, culturale e politica, avviando processi di cittadinanza e non soltanto di mera ospitalità. L’incontro e la relazione, poi, si basano sulla consapevolezza che lo straniero, da nemico (hostis), debba finalmente diventare ospite (hospes). Il giorno in cui nello straniero si riconoscerà sempre e definitivamente un ospite, allora qualcosa sarà mutato nel mondo.

Come membro della Pastorale per i Migranti della nostra città, sono contento e ringrazio la Fondazione Migrantes per la partecipazione attiva a questa iniziativa, in risposta al proprio mandato ed al suo statuto, di dare, cioè, risposte concrete al bisogno di accoglienza e di integrazione dei Minori Stranieri Non Accompagnati, così numerosi in Sicilia.

Come medico responsabile di un ambulatorio palermitano dedicato alla cura dei migranti non in regola con le norme del soggiorno, voglio proporre una riflessione a proposito dello straniero.

Come non tutti sanno, l’assistenza sanitaria agli irregolari ed ai cosiddetti clandestini è regolata da un decreto legge che risale al 1995 e che poi è stato inserito nella Legge Turco-Napolitano del 1998, in base alla quale i destinatari della norma ricevono un codice STP (Straniero Temporaneamente Presente) che sostituisce il Codice Fiscale permettendo l’accessibilità e la fruibilità dei servizi sanitari anche ai soggetti senza permesso di soggiorno. Per inciso, non bisogna dimenticare che tale diritto è stato possibile in base alla corretta interpretazione dell’art. 32 della Costituzione che afferma che in Italia i diritti fondamentali, tra cui la salute, sono diritti dell’individuo e non solo del cittadino. Anche chi non è cittadino, in Italia, ha diritto alla tutela della sua salute, bene fondamentale ed indivisibile. Il tecnicismo STP è stato possibile in quanto sperimentato nella regione Veneto e poi a Bologna, nei primi anni dell’immigrazione italiana, inizi ’80 del secolo scorso.

Noi cristiani dobbiamo ricordare quanto nel 1500 affermava San Giovanni Di Dio: “non si può dare per carità ciò che è dovuto per esigenze di giustizia”.

Il lavoro come medico e come responsabile della pastorale ha aperto la mia vita all’Altro e mi ha permesso di approfondire la bellezza della professione e della mia fede, aprendole alla relazione con le altre discipline accademiche e non ed alle altre religioni. Nel momento storico attuale in cui sembra che la causa dei problemi delle società occidentali siano gli stranieri ed in cui le parole chiave rappresentative sono “crisi migratoria” e “panico morale”, per cui lo straniero è tornato a diventare un “hostis”, causa di tutti i mali possibili e perciò da respingere, voglio proporre una riflessione del rabbino Lord Jonathan Sacks, filosofo e voce morale del nostro tempo, uno degli artefici del dialogo religioso, oggi ritenuto indispensabile ed improcrastinabile se si vuole combattere l’estremismo religioso e la violenza nel nome di Dio1.

La prima volta che c’imbattiamo nella frase “straniero e temporaneamente residente” (gher ve-toshav) – egli afferma – è in Genesi 23, 4. Sara è appena morta, e Abramo deve seppellirla. È una situazione paradossale. Molte volte gli è stata promessa una terra ma ora, quando ha bisogno solo di un pezzo di terra per la sepoltura, non ne ha e, come nomade e straniero non ha neppure alcun diritto presunto di acquistarne uno. Abramo entra in trattative con gli ittiti a Hebron, cominciando con queste parole:

“Io sono uno straniero temporaneamente residente tra voi (Gn 23, 4).

Questa non è una espressione basata meramente su una formula fissa. Abramo sta dichiarando la sua mancanza di uno status. In quanto straniero e residente temporaneo, non ha alcun diritto a possedere della terra. Dipende dalla benevolenza degli ittiti perfino per iniziare il discorso con Efròn, il proprietario della grotta. Questo costituisce per noi lettori una discordanza cognitiva che può essere risolta soltanto in un modo:

“La terra non verrà venduta definitivamente, perché mia è la terra;
voi siete stranieri e residenti temporanei presso di me”. (Lv 25, 23)

straniero-2362593_640Così il popolo del patto sarà forestiero nella sua patria, affinché sia in grado di far sentire gli stranieri a loro agio. Soltanto in questo modo possono sconfiggere il più potente di tutti gli impulsi al male: la sensazione di essere minacciati dall’Altro, quello che non è simile a me.

Un’etica umanitaria al contrario di un’etica di gruppo – continua Saks – richiede il più difficile di tutti gli esercizi d’immaginazione: il rovesciamento dei ruoli – mettersi al posto di coloro che disprezzi o che compatisci, o che semplicemente non capisci.

“Non ingannare e non angustiare lo straniero, perchè voi stessi foste stranieri
in terra d’ Egitto”
Es 22, 21

“Non angustiare lo straniero, perché voi ben conoscete l’animo dello straniero,
poiché stranieri siete stati in terra d’Egitto”
Es 23, 9.

Empatia, solidarietà, conoscenza e razionalità sono di solito sufficienti a farci vivere in pace con gli altri. Ma non in tempi difficili. Serbi, croati e musulmani hanno vissuto insieme pacificamente in Bosnia per anni. Come gli hutu e i tutsi in Rwanda. Il problema sorge nei momenti di cambiamento e di difficoltà quando le persone sono in preda all’ansia ed al timore. Ecco perché sono necessarie difese eccezionali, il che è il motivo per cui la Bibbia parla di ricordo (zakhor, nella prosa biblica compare non meno di 169 volte) e di storia: cose che vanno al cuore stesso della nostra identità. Dobbiamo ricordare che una volta siamo stati dall’altra parte dell’equazione. Una volta eravamo stranieri: gli oppressi, le vittime. Ricordare il passato ci costringe a sottoporci a un rovesciamento di ruoli. Nella libertà dobbiamo ricordarci di cosa vuol dire essere schiavi (Egitto). Il modo migliore per guarire dall’ostilità verso gli stranieri è ricordare che anche noi siamo stranieri agli occhi di qualcun altro. Il ricordo e il rovesciamento dei ruoli sono le risorse più efficaci che abbiamo per guarire dalla tenebra che, in certi momenti, può ostruire l’animo umano.

La più alta espressione dell’etica cristiana è il precetto: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Ma non è difficile amare il tuo prossimo come te stesso perché sotto molti aspetti il tuo prossimo è come te stesso. Appartiene alla stessa nazione, alla stessa cultura, alla stessa economia, alla stessa parte politica, allo stesso destino di pace o di guerra. Siamo parte della stessa comunità di destino e partecipiamo allo stesso bene comune. Ciò che è difficile è amare lo straniero.

Siamo geneticamente predisposti a una condotta difensiva-aggressiva quando affrontiamo qualcuno che non è come noi, al di fuori del gruppo, non vincolato dallo stesso codice di mutua identità e reciprocità. Lo straniero è sempre una minaccia potenziale. Cosa minaccia dipende dal tempo e dal luogo: qualche volta le nostre vite, altre volte il nostro territorio o i mezzi di sostentamento, forse nel caso degli immigrati e dei richiedenti asilo niente di più della nostra sensazione di ciò che è familiare, i volti, le voci e gli odori che riconosciamo e ci fanno sentire a casa.

Questo è ciò che rende le teorie classiche della moralità (che si basano su conoscenza, abitudine, virtù, empatia, solidarietà, razionalità, intuizione) inadeguate. Non sanno distinguere tra parentela e non parentela, fratello e non, vicino e straniero. Cose che giustificano il comportamento altruistico all’interno del gruppo, e che ci dicono: tratta i tuoi simili allo stesso modo. Ciò che esse non affrontano pienamente è il problema del comportamento altruistico al di là del gruppo. Perché mai dovrei comportarmi bene verso qualcuno che non è come me? Perché è umano, perché possiamo entrare in sintonia, perché è una questione di principio trattare le persone come fini e non come mezzi! Tutte queste cose sono vere, giuste e nobili. Ma non le sentirete se decidete che l’altro è meno che umano, significativamente diverso, una forza maligna, una minaccia. Ecco perché esseri umani razionali, che amano il loro popolo, possono ciò nondimeno commettere crimini contro l’umanità per amore del proprio popolo.

(Jonathan Sacks, Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa, Ed. Giuntina, 2015).

Così il 28 luglio 2018 abbiamo fatto festa. Si è trattato di una semplice e gioiosa manifestazione di incontro e di interazione che ha testimoniato quel filo rosso che sempre deve legare le varie generazioni a partire dalla Bibbia per arrivare alla Costituzione italiana, attraverso un faticoso ma esaltante lavoro di individuazione, attraverso la storia e la realtà, di quella nobile tradizione che permette di comprendere come una nobile prassi etica è diventata segno espressivo della benevola e accogliente natura divina.

1 Il suo è un richiamo accorato e severo per tutti coloro che hanno smarrito la via e uccidono nel nome del Dio della vita, , fanno la guerra nel nome del Dio della pace e praticano la crudeltà nel nome del Dio della compassione.

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