Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Luciano Sesta

Luciano Sesta insegna Filosofia e Storia nei Licei Statali. È anche docente a contratto di Antropologia filosofica all’Università di Palermo e di Bioetica e Filosofia della Medicina presso Master e Corsi afferenti alla Facoltà Teologica di Sicilia e al Policlinico Universitario di Palermo. È codirettore della Rivista Studium Philosophicum e collabora con numerose riviste specialistiche. Ha pubblicato numerosi volumi nell’ambito dell’etica sociale, della bioetica e della filosofia morale.
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321px-Fiat_Sergio_MarchionneBlaise Pascal diceva che, nella prospettiva della morte, propria e altrui, gli uomini “rinsaviscono”, vedono cioè, improvvisamente, i valori essenziali che l’abitudine quotidiana, e le proprie passioni, hanno tenuto nascosti.
I commenti di pessimo gusto – come il titolo de “Il Manifesto” – sul destino dell’uomo Marchionne, dimostrano tutta la nostra incapacità di mantenere umano lo scontro politico-sociale, e cioè di saper vedere che, dietro le idee e le azioni, per quanto possano apparire ingiuste, non ci sono mai “mostri”, ma sempre persone.
Se, dopo aver duramente – e spesso giustamente – criticato una politica aziendale in nome dei lavoratori, si arriva a esultare per la malattia terminale del responsabile, allora non si è mai fatta una battaglia di umanità nemmeno per i lavoratori. Non possiamo invocare, nelle nostre battaglie sociali, quella stessa umanità che non siamo disposti a mostrare neanche di fonte a una morte imminente.
Il tratto “avvoltoio” dei commenti che circolano in queste ore al capezzale di Marchionne da’ ragione a tutti i sospetti su certo anti-capitalismo, alimentato più da una segreta invidia del capitale che da un desiderio di maggiore giustizia a favore dei lavoratori. Oltre a esprimere una preoccupante impazienza vendicativa, forse sedotti da una sleale e inconscia analogia fra il “non guardare in faccia nessuno” della giustizia e il “non guardare in faccia nessuno” della morte, in cui si attribuisce alla sorte un potere di “fare giustizia” che, di fatto, è solo uno squallido “regolamento dei conti”.

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One Response Comment

  • Gianluigi Signori  agosto 4, 2018 at 10:22 pm

    Assolutamente d’accordo. Essere contenti per la morte di una persona, dice poca o nessuna capacità di preoccuparsi del bene di altri e ci rende complici di coloro che usano il vangelo per sparare sul prossimo. La morte è un momento nel quale siamo chiamati a farci più solidali, non a costruire muri. Anche la recente messa a punto del papa sulla pena di morte nel catechismo va, credo, in questo senso.
    Un saluto e un ‘buon lavoro’ a tutte/i voi.

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