Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

7Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa;9ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. 10E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. 11Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». 12E partiti, predicavano che la gente si convertisse,13scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.

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Gesù non chiama a sé per trattenere, lontani dal mondo, coloro che gli rispondono, ma per inviarli allo sbaraglio, in mezzo alla gente che potrà accoglierli oppure no. La vocazione è inscindibile dalla missione e deve sfociare in essa. L’esodo non è un optional, ma la necessaria irradiazione della vita spirituale. Sarebbe una significativa cartina di tornasole dell’autenticità della devozione di tanti “buoni cristiani”, che fedelmente vanno a messa ogni domenica, la loro tensione a comunicare la loro scoperta del Vangelo, con la visione della vita che esso comporta, in famiglia, in ufficio, a scuola…

Reciprocamente, però, può essere inviato solo chi Gesù ha chiamato «a sé». Se la missione non scaturisce da un’intimità col Signore si trasforma facilmente in un’impresa puramente umana. È stato ed è il destino di tante “opere missionarie” che colpiscono gli uomini per la loro grandiosità e la loro efficienza, ma da cui non emana il profumo delicato del Vangelo, che è quello dell’amore.

Due segni evidenziano la differenza tra vera e falsa missione. Il primo, indicato da Marco, è il carattere comunitario: Gesù manda i suoi apostoli a due a due. È il germe della Chiesa. «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt  18,20). L’individualismo e il protagonismo non trovano alcuno spazio in una prospettiva autenticamente cristiana, neppure quando si ammantano delle più nobili ragioni e sembrano produrre i frutti migliori.

Il secondo segno è la povertà. I missionari devono contare solo sulla forza della Parola di conversione, capace di dominare anche gli spiriti impuri e di guarire gli infermi. Un annuncio sostenuto da fattori sociologici, economici, tecnologici troppo potenti rischia di oscurare il mistero e di sostituirlo con logiche troppo umane. Non è una esigenza “superata” dal cambiamento dei tempi. Maritain ricordava ancora ai cattolici del Novecento la necessità di privilegiare i «mezzi poveri». Il potere della Chiesa, la sua ricchezza, l’hanno resa spesso – e più che mai oggi – uno schermo, piuttosto che un tramite, fra Dio e coloro che lo cercano.

Il missionario deve essere pronto al rifiuto. Non è una prospettiva che deve scoraggiarlo. Come non scoraggiò i discepoli mandati da Gesù: «Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano». 

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