Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

1Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 2Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6aE si meravigliava della loro incredulità.

6bGesù andava attorno per i villaggi, insegnando.

church-753810_640Il vangelo di questa domenica ci mostra la difficoltà di molti degli abitanti di Nazareth di riconoscere nel falegname Gesù il Messia atteso; ritengono di sapere tutto di lui e si scandalizzano non riuscendo a comprendere da dove gli arrivi questa sapienza. Anche nel testo della prima lettura, il profeta Ezechiele si trova inviato ad un popolo “dal cuore indurito”, “una razza di ribelli” (Ez 2,3). La stessa avversione, nei confronti adesso di Gesù, è riscontrato adesso dall’evangelista negli ambienti religiosi, la sinagoga, dove per ben tre volte viene rifiutato in un crescendo di ostilità.

Gesù ha lasciato Cafarnao, la casa di Giairo, con i suoi discepoli per fare ritorno “nella sua patria”: Marco non specifica che si tratta di Nazareth, ci dice soltanto che entra nella sinagoga a insegnare, nella sua qualità di Maestro e Messia, in giorno di sabato (cf. 1,21). Gesù approfitta volentieri di questa occasione per annunziare il suo messaggio (1,21-39; cfr. Lc 4,16-30): un insegnamento che suscita stupore (cf. 1,22) negli uditori.

Marco narra l’insegnamento di Gesù omettendone i testi ma mettendo in evidenza la reazione dell’assemblea che lo ha ascoltato. Lo stupore dei compaesani è lo stesso degli scribi (1,22-27) perché l’insegnamento di Gesù è profondamente differente da quello dei rabbi. La profondità della dottrina di Gesù e le opere che compie colpiscono e confondono perché non si capisce la fonte di così grande saggezza e di tanto potere. Gli abitanti di Nazareth rimangono sconvolti che Cristo stia mostrando loro un Messia diverso dalle loro attese, lontano dall’immagine del potere di questo mondo e vicino a noi, alla nostra quotidianità. Per gli scribi questo implica che in Gesù c’è una condizione diabolica perché non è possibile che la manifestazione della divinità avvenga secondo modalità cosi feriali, comuni. Da dove dunque gli deriva questa sapienza? La folla, vittima degli insegnamenti degli scribi, sentenzia implicitamente che Gesù opera sotto l’influsso di Belzebù, proprio perché insegna l’esatto contrario di quanto affermano gli scribi. Anche i prodigi da lui compiuti vengono attribuiti alle sue mani, quasi ad insinuare che Gesù sia un mago. Da qui l’interrogativo: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».

La domanda ha una sottolineatura dispregiativa: si ironizza sulla sua professione, ma è soprattutto il definirlo il “figlio di Maria” che costituisce un’offesa grave, perché nel mondo ebraico il figlio era attribuito al padre quindi, o non è degno di portare il nome del padre o peggio ancora è considerato senza padre. Quindi passano ad elencare i suoi parenti, fratelli e sorelle, cioè gli appartenenti al suo clan familiare e quindi implicitamente ad affermare la sua ordinarietà.

«Ed era per loro motivo di scandalo». La sottomissione acritica all’insegnamento religioso non solo non permette agli abitanti di Nazareth di accogliere l’annuncio di Cristo, ma è causa della loro incredulità, li rende refrattari e ostili. Il termine scandalo rimanda alla pietra d’inciampo ed esprime la crisi, il dubbio che fa perdere la fede.

Gesù, richiamando un famoso detto si presenta come un profeta rifiutato; l’episodio prefigura il rifiuto dell’intero Israele (cfr. Gv 1,11). In nome del Dio della tradizione non si riconosce il Dio che si manifesta nell’oggi.

Gesù, a causa della incredulità dei suoi concittadini, compie in mezzo a loro solo pochi miracoli e lo fa come risposta alla sincerità dell’uomo che cerca la verità. Allo stupore dei compaesani che si scandalizzano, corrisponde la meraviglia di Gesù davanti alla loro incredulità. Da questo momento non entrerà più nelle sinagoghe, perché Dio ci rivolge il suo invito, percorrendo le nostre strade, ma non ci forza, rimanendo in rispettosa attesa della nostra risposta di fede.

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