Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

21Essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare.22Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi 23e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». 24Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
25Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 28«Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 29E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
30Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?».31I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». 32Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male».
35Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». 37E non permise a nessuno di seguirlo fuorchè a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. 39Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. 41Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». 42Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.43Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.

church-722386_640Il Vangelo di questa Domenica riporta due eventi prodigiosi operati da Gesù. Il racconto principale è quello in cui la figlia di uno dei capi della sinagoga, Giairo, viene “risvegliata” dalla morte. Nella strada per raggiungere la casa di quest’uomo avviene, tra la folla, la guarigione di una donna piagata da continue emorragie da molti anni. Al centro della Parola di oggi troviamo quindi le realtà umane della malattia e delle morte e il modo in cui Gesù si rapporta con esse, vincendole.

In tutti i Vangeli leggiamo molti casi di guarigione e, molto probabilmente, proprio la capacità di guarire gli infermi, insieme al modo in cui Gesù insegnava (“Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo” Gv 7,46), avranno determinato la fortissima attrattiva che le folle sentivano verso il Maestro. Negli Atti degli Apostoli leggiamo come sia considerato elemento indicativo e paradigmatico della vita di Gesù di Nazareth, “il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con Lui” (Atti 10,38). Questo non solo perché il Signore risponde alla sofferenza umana con una sensibilità, con una naturalezza e al contempo con una forza inaudite, ma anche e soprattutto perché vede il dolore dell’uomo nel profondo, radicato cioè nella lontananza da Dio. Il guarire di Gesù è un fare che muove da Dio e lo rivela: per tale ragione è sempre connesso con la fede. L’apertura a credere da parte di chi lo invoca è ciò che rende possibile la salvezza, come in tante occasioni è Gesù stesso a ribadire. Cristo ha abitato, come uomo, il mondo afflitto da malattie, sofferenza e fame e tale l’ha lasciato al termine della sua vita terrena. Ma ha portato la rivelazione dell’Eterno Dio come Padre di ogni uomo, restituendo agli uomini la loro stessa umanità voluta dal disegno divino, perduta e corrotta dal peccato, offrendosi come unico riscatto. La fede è, quindi, la chiave della guarigione che, nei vari casi, Cristo opera: senza di essa non comprenderemmo l’apparente casualità o l’eventuale disuguaglianza di aver guarito alcuni piuttosto che altri. Il racconto di oggi ha la particolarità che la donna, costretta tra la folla, tocca la veste di Gesù senza preavviso. Egli percepisce l’avvenuta guarigione e la interroga. Il timore della donna è probabilmente legato al complesso di norme ebraiche sull’impurità rituale che deriva dal contatto con il sangue. Tuttavia, Gesù non si ferma di fronte a questi ostacoli, avvicinando egli stesso, in altre occasioni, i lebbrosi. Il motivo per cui interpella la donna è, piuttosto, quello di esplicitare quanto avvenuto: l’apertura a credere che così poco – solo un tocco della veste di Cristo – possa salvare è ciò che rinnova la vita, che rende possibile la guarigione.

Tre sono le “risurrezioni” che gli evangelisti raccontano: il figlio della vedova di Naim (Lc 7,11-17), Lazzaro (Gv 11,1-45) e il brano di oggi. Sono eventi, di fatto, più simili alle occasioni di guarigione e radicalmente diversi dalla Risurrezione di Gesù, l’evento “definitivo”. Tali episodi, però, mettono in evidenza il peculiare atteggiamento di Cristo di fronte alla morte. Le è immune fino al fondo del suo essere, in lui nulla è soggetto alla morte: la incontrerà perché sceglie, in obbedienza al Padre, di spogliarsi di questo privilegio. Ha quindi una libertà inaudita, che immediatamente si percepisce al suo arrivo nella casa già in lutto, quando afferma che la bambina sta dormendo e la esorta ad alzarsi, prendendola per mano. Anche questo miracolo è centrato sulla fede: “non temere, soltanto abbi fede” dice Gesù a Giairo, al momento in cui, per la strada, giunge la notizia che la fanciulla è già morta. L’esortazione ad alzarsi, il dono di tornare in piedi è una costante nei Vangeli. Essa si riferisce simbolicamente alla tensione verso l’alto, alla voglia di guardare lontano e alla possibilità di camminare; è indice di attenzione e disponibilità interiori, essenziali per seguire Cristo. La leggenda devozionale narra che Benedetto da Norcia chiese, quando stava per morire, di essere sostenuto in piedi. Papa Giovanni Paolo II durante l’omelia del 7 ottobre 1979 a Washington ripete tante volte “ci alzeremo in piedi” ogni qualvolta vita umana, matrimonio, famiglia, libertà, giustizia e amore sociale saranno minacciati. Il Signore non salva, quindi, solo dalla morte intesa come termine della vita, ma dona, a chiunque voglia seguirlo, a chi, per fede, crede e accetta questo dono, una vita “in piedi”, una vita che lotta quotidianamente contro ciò che la fa morire, contro il peccato che minaccia di schiacciarla.

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