Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Caterina Napolitano

Laureata in Medicina e Chirurgia, è coinvolta in attività formative e di gruppo presso la Casa Salesiana Don Bosco Ranchibile di Palermo. Collabora alla preparazione delle riunioni di spiritualità della Comunità Exodos, di cui fa parte.
Caterina Napolitano

26Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. 28Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. 29Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».
30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; 32ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».
33Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.

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La liturgia di questa undicesima domenica del tempo ordinario ci propone un brano evangelico in cui Gesù, attraverso due brevi parabole, parla del Regno di Dio. Ci troviamo all’inizio del Vangelo di Marco, dopo la chiamata dei primi discepoli e le prime guarigioni, che non tardano a destare nei farisei un atteggiamento di diffidenza e di ostilità verso Gesù di Nazareth e verso il suo messaggio. Il Signore insegna alla folla in riva al mare per mezzo di parabole. Si riferisce sempre ad azioni di vita quotidiana di coloro che ascoltano, attinte dal mondo dell’agricoltura e della pastorizia della Palestina del tempo.

Nel Vangelo di oggi sono al centro della nostra attenzione il seme e l’opera del seminatore. Il brano è preceduto da una parabola ben più complessa e articolata, quella del seminatore e dei diversi tipi di terreno, che poi Gesù stesso spiegherà, in dettaglio, ai discepoli. Il seme ha, quindi, un grande valore simbolico che Cristo richiama più volte e in tutti i Sinottici. Le parabole odierne si riferiscono, in particolare, a due aspetti: il primo è che il seme ha un suo ciclo di vita e di crescita, fino a portare frutto, che gli è proprio e che non dipende direttamente dall’azione del seminatore; il secondo è che il più piccolo dei semi, quello della senape, cresce e diventa un grande albero in cui gli uccelli trovano rifugio. L’elemento comune alle due parabole è l’inattesa potenza di un seme che, grande o piccolo che sia, è sempre molto lontano dalla nostra idea di potere e di forza. Il Regno raccontato in queste parabole viene, quindi, a portare un messaggio nuovo sul Dio che “sceglie i deboli per confondere i forti ” (1Cor 1,27), diverso dall’idea veterotestamentaria ( e tanto attuale) di un Regno che con azione “di forza” divina agisca e cambi gli eventi della storia.

La prima parabola presenta il Regno come dono di Dio, che cresce misteriosamente agli occhi dell’uomo, che sia sveglio o dorma, di giorno o di notte (“egli stesso non sa come” Mc 4,27). A questo mistero della spiga che spontaneamente cresce potrebbe appellarsi il nostro senso di responsabilità, la coscienza di essere mani e strumenti di Dio affinché il Regno si realizzi. Eppure la consapevolezza che ciò che portiamo è più grande di noi (“abbiamo questo tesoro in vasi di creta” 2Cor 4,7) e ha la potenza, se viene accolto, di crescere oltre ogni possibilità e aspettativa, dovrebbe darci quella attiva vigilanza verso noi stessi, verso gli altri, verso gli eventi, che è già lavorare per il Regno, non ostacolarlo, leggere i suoi segni, non pretendere di governarlo. Mistero immenso quello del rapporto tra responsabilità e dono, che richiede fede ma alla accoglienza del quale è la natura stessa a educarci, in tutto ciò che nella vita sfugge al nostro dominio: a ogni nascita che, per definizione, non possiamo mai controllare fino in fondo.

La seconda parabola contrappone la piccolezza del seme alla straordinaria grandezza dell’albero che ne deriva. Questo non va letto, o almeno non solo, come consolazione per un oggi deludente, assicurando in riscatto un avvenire grandioso. L’intenzione è di mostrare il senso positivo dell’oggi, della potenza che il seme possiede già in se stesso, come promessa di qualcosa di nuovo che può crescere. È la storia di Gesù: la Risurrezione non ripaga il suo “fallimento” terreno della croce, ma mostra la vittoria nascosta nelle vicende della sua morte. La vittoria di non aver mai ceduto a conquistare il cuore degli uomini “forzandolo”, scendendo dalla croce, mutando le pietre in pani, buttandosi dal pinnacolo del Tempio. La parabola ci ammonisce: tutti i nostri criteri di grandezza e di apparenza, di ciò che conta e ciò che non conta, di ciò che ha futuro e ciò che non lo ha, non sono quelli del Regno di Dio. La piccolezza può essere grandezza, il fallimento può essere vittoria, in Dio.

Questa proposta a vedere con occhi nuovi il mondo, con gli occhi di Dio, è il Regno che si realizza, il messaggio sconvolgente, al quale è impossibile abituarsi, di Gesù, che fa nuove tutte le cose.

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