Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.
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savagnone-3-small-articoloConcentrati su ciò che si sta verificando nel nostro Paese in questi giorni, tendiamo a dimenticare che alcuni tratti accomunano le attuali vicende politiche italiane e quelle che hanno di recente coinvolto le altre democrazie occidentali.

Un esempio è la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. Anche là si sono trovati di fronte una candidata, Hillary Clinton, che rappresentava le élite culturali, politiche, finanziarie, ed uno – Trump appunto – che sembrava a prima vista di troppo basso profilo, sotto tutti questi aspetti, per impensierire la sua avversaria. Sappiamo tutti come sono andate le cose: malgrado il sostegno dato alla Clinton della stampa, delle banche, della classe politica istituzionale (perfino il partito repubblicano aveva rinunziato a sostenere il proprio candidato ufficiale, per la sua rozzezza e la sua discutibilità etica e politica), a vincere è stato Trump, sull’onda di una rivolta viscerale dei ceti medi americani proprio contro tutto quello che la candidata democratica aveva dietro di sé e che, secondo il punto di vista del politically correct, la rendeva immensamente più credibile.

La difficoltà che oggi in Italia hanno gli intellettuali, i politici, gli uomini d’affari, a prendere sul serio personaggi come Luigi Di Maio o Matteo Salvini, palesemente sprovveduti sul piano culturale ed estranei a quella educazione istituzionale che finora nessuno aveva mai messo in discussione, è la stessa che hanno avuto gli osservatori americani a rendersi conto della portata del fenomeno Trump. Ma l’osservazione è valida anche per molti Paesi europei, dove in questi ultimi anni il cosiddetto “populismo” ha fatto prepotentemente irruzione sulla scena politica delle democrazie , scompigliando tutti gli schemi precostituiti e in primo luogo la tradizionale contrapposizione fra “destra” e “sinistra”.

Si sente spesso ammonire che negare l’esistenza di questa contrapposizione è tipico di chi è di destra. È però un dato di fatto che il populismo la relativizza e la ingloba nel suo porsi come drastica alternativa alla destra e alla sinistra tradizionali. Come è accaduto in Italia, dove 5stelle e Lega, pur qualificati come “di sinistra” e “di destra”, si sono trovati uniti contro i partiti che fino ad ora avevano rappresentato queste posizioni e hanno considerato la loro “novità” più significativa delle categorie entro cui li si voleva costringere, tanto da fare un governo insieme.

Naturalmente si può essere contenti o scontenti di questa svolta storica, ma in entrambi i casi (soprattutto nel secondo) è indispensabile cercare di capirla. Per questo, però, sarebbe riduttivo limitarsi a un esame dei programmi proposti agli elettori. Ciò che questi hanno condiviso e premiato, negli Stati Uniti come in Europa e in Italia, non è questa o quella promessa (peraltro non sempre mantenuta e in alcuni casi non mantenibile), ma innanzi tutto uno stato d’animo e un insieme di pretese dai contorni non sempre ben precisati.

Per quanto riguarda il primo, basta guardare ai commenti esasperati che sui social i sostenitori di 5stelle e Lega dedicano alle riflessioni dei loro critici. È rarissimo trovare qualche argomento. A dominare incontrastata è una grande rabbia – covata a lungo e ora finalmente liberata – contro una “casta” di politici, intellettuali, banchieri, burocrati, a cui si era dato credito e da cui si è stati ingannati.

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Democracy” by Feral78, su Flickr

Insieme ad essa, la rivendicazione – in termini viscerali – di un maggior peso della volontà popolare che, senza arrivare a vere e proprie “ democrazie dirette ”, riduca però al minimo il filtro della classe politica, nonché di una galassia di diritti, che possono concretizzarsi nella richiesta del reddito di cittadinanza (populismo “di sinistra”), oppure in quella di vedere maggiormente garantita la sicurezza dei cittadini, abbassato il livello della pressione fiscale e assicurata la precedenza, se non la esclusività, rispetto agli stranieri, nel godimento delle opportunità lavorative e di certi servizi – “prima gli italiani” – (populismo “di destra”), o nel rifiuto dei limiti imposti alla politica nazionale dagli accordi con l’Europa, anche ricorrendo ad un atteggiamento di maggiore fermezza nei confronti dei Paesi che attualmente ne hanno leadership (“sovranismo”, comune ad entrambi i populismi).

Il problema è che, di fronte a questa marea pulsionale, incapace di tradursi in una grammatica dialogica e di soppesare il rapporto tra costi e benefici, stanno una vecchia politica che di calcoli se ne intende fin troppo e una cultura che ha sistematicamente ignorato le esigenze della giustizia e della solidarietà. È il mondo di quelli che sui social vengono bollati come “radical-chic”, a cui si iscrivono i tutori della ragionevolezza istituzionale: i partiti tradizionali, i quotidiani (i “giornaloni” irrisi da Di Maio in questi giorni), i burocrati, gli intellettuali in genere. È stato il modo in cui in tanti Paesi occidentali sono state gestite le democrazie a generare il populismo. È stato il modo in cui ha funzionato l’Europa a generare il sovranismo. È stato il modo in cui è stata interpretata e vissuta la cultura dagli intellettuali a generare l’anti-intellettualismo. È questa oscillazione perversa il “male oscuro” delle nostre società.

Al di là delle vicende italiane, siamo davanti a una crisi radicale della politica e della cultura in tutto l’Occidente. Una crisi tanto più allarmante in quanto si profilano nuove realtà – il mondo islamico, la Cina – che inevitabilmente, di fronte a questo vuoto, si trasformano in potenziali minacce, invece di essere interlocutori alla pari. Al di là delle scelte del governo varato da Salvini e Di Maio, al di là di quello che accadrà negli Stati Uniti, o dell’esito finale della Brexit, oggi è questo scenario che deve preoccuparci e indurci a una riflessione di fondo, a cui chi si limita a esaltare il nuovo corso o, all’opposto, a denunziare i pericoli del populismo, non sembra disposto. Si tratta di ripensare alle radici i quadri mentali da cui siamo stati condizionati in questi ultimi decenni. Ne saremo capaci? Dalla risposta dipende il nostro futuro.

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