Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Alfio Briguglia

Laureato in ingegneria e filosofia ha insegnato matematica e fisica nei licei scientifici. Attualmente è direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale dell’Educazione, Scuola e Università.
Alfio Briguglia

Due parole di presentazione della rubrica –

Dentro e fuori” vuole essere una rubrica che aiuti a dare volto e identità ai tanti che passano le loro giornate in stato di detenzione, a noi geograficamente vicini, psicologicamente molto lontani.

Per tutti quelli che attraversano la circonvallazione “Pagliarelli” è solo una costruzione bianca con tante finestre e niente più. Un buco nero dove gettare chi insidia la nostra sicurezza. Era così anche per me, prima di varcarne i tanti cancelli. Dentro ci trovi, invece, volti di uomini, storie di chi, per i propri atti, è stato preso in custodia dalla nostra società.

Il carcere è un’ istituzione fondamentale, come la scuola, come gli ospedali, con una funzione precisa: restituire alle relazioni sociali uomini che le avevano ferite.

Secondo l’ordinamento attuale dovrebbe essere un luogo nel quale la restrizione della libertà personale dovrebbe essere accompagnato da percorsi di riflessione, che aiutino il detenuto a recuperare una identità da non nascondere socialmente.

Spesso, invece, il carcere è un’occasione perduta, perché implementare le buone intenzioni del legislatore non sempre è possibile. Come per tutte le istituzioni il loro buon funzionamento dipende dalla cultura dell’ambiente nel quale le istituzioni vivono. Le considerazione del cittadino che sta fuori riguardo i detenuti sono, invece, perlopiù, ispirate dalla diffidenza e dalla preoccupazione per la propria sicurezza. “Fuori stiamo noi, dentro stanno loro. E che ci restino!”.

Il carcere può diventare un luogo di autentico rieducazione, se il dentro e il fuori si avvicinano, se il confine non rimane come un alto muro.

C’è poi il fuori del detenuto che ha finito di scontare la pena. Spesso, dopo una lunga detenzione, ha perduto il lavoro e gli affetti. Senza qualcuno, che aiuti a ritrovare le vie di un inserimento possibile, si ritorna in carcere.

Questa rubrica ha l’obiettivo minimo di ricondurre le case di detenzione da fuori a dentro la città, proponendo un momento di attenzione per chi sta dentro.

Alla riflessione sui tanti problemi carcerari e alle note tecniche si accompagneranno testimonianze e notizie che aiutino a comprendere e a trovare zone di intersezione tra dentro e fuori. Ogni articolo presenterà dunque una sezione contenente una riflessione teorica o tecnica sull’istituzione carceraria, la giustizia e la funzione della pena oggi, ed una sezione che riporterà testimonianze di vita di detenuti o ex detenuti.

Poi chi può e vuole fare qualcosa troverà, forse, qualche indicazione e suggerimento.

Alfio Briguglia e Fabrizio Giannola


Per un nuovo umanesimo della pena – premesse generali
di Fabrizio Giannola

di Babak Farrokhi, da https://www.flickr.com/photos/farrokhi/8581420679

di Babak Farrokhi, da Flickr

Il titolo di questa nuova rubrica, “Dentro e fuori”, a mio parere è in grado di sintetizzare con due parole, l’una il contrario dell’altra, la principale critica che si può muovere al vigente sistema delle pene, ossia la sua natura escludente. L’attuale sistema delle pene, infatti, per com’è congegnato, è stato in grado di creare due distinte società, quella degli uomini liberi e quella dei carcerati, quest’ultima relegata agli estremi della prima, e distolta dalla visuale di chi non vi abita.

È per queste ragioni che gli studiosi, a proposito del carcere, ne parlano come “istituzione totale”, realtà all’interno della quale non solo vigono delle proprie regole, ma in cui è impedito, in modo totalizzante appunto, alcuno scambio con la società che vive fuori. La suddetta natura – potremmo dire autonoma – del carcere quale “periferia sociale”, si riverbera altresì – e per forza di cose – su chi vi abita, e persino su chi vi lavora. L’espiazione della pena, per tutta la sua durata, solo ed esclusivamente dentro il carcere, senza nessun contatto con la società che sta al di là delle mura carcerarie rende più difficile e a volte impossibile il ritorno fuori, rendendo coloro i quali hanno vissuto l’esperienza della detenzione – paradossalmente – degli “eterni carcerati”, pur se nelle nuova condizione di uomini liberi.

La natura del carcere, quale mezzo di emarginazione, è quindi a parere di chi scrive, e ancor prima di molteplici e autorevoli studiosi del tema, la principale problematica della quale prendere atto e dalla quale ripartire al fine di ripensare ad un sistema delle pene che sia più umano; in altre parole ad un sistema che tenendo conto dell’essere uomo nell’età postmoderna, al contrario che nel passato, non si limiti a collocare al centro l’individuo, posto che l’essere umano non si completa in sé stesso ma nella relazione con l’altro. Soltanto così, cioè rifiutando una prospettiva individualistico-possessiva e abbracciandone una comunitaria, “verrà da se” considerare il vigente sistema di risposta dello Stato al reato come inadeguato e inumano.

Da questa nuova prospettiva, che “piega” ai temi della giustizia i principi ispiratori del Nuovo Umanesimo, non si può che rigettare ogni opzione escludente e abbracciare un’idea di pena che si prefigga di alleggerire e mitigare la ancora oggi rigida separazione tra il dentro e il fuori.

Sotto questo profilo molto c’è da fare in termini di ripensamento del sistema.

Una buona notizia è però l’attenzione che il Governo e il Parlamento hanno dimostrato in materia.

È pur vero, però, che questa buona volontà governativa potrebbe non tradursi in atti concreti, e in particolare nell’emanazione di un decreto legislativo che costituisce l’asse portante della piccola rivoluzione che potrebbe interessare l’ordinamento penitenziario (il sistema di disposizioni che disciplina il funzionamento degli istituti penitenziari e l’esecuzione delle misure privative della libertà).

Il rischio è che lo schema del citato decreto legislativo di attuazione della Riforma cosiddetta Orlando, non ancora definitivamente approvato, non riceva in tempo il parere definitivo da parte delle Commissione Giustizia del Senato. Il problema non è tanto la posizione che potrebbe assumere il Senato nel merito delle scelte governative, quanto la fase di transizione parlamentare nella quale tali scelte senatorie devono essere assunte (scioglimento delle Camere e insediamento delle nuove), circostanza che potrebbe giocare un brutto scherzo alla positiva definizione del procedimento di emanazione del decreto. Posto che un ritardo del Senato potrebbe far decorrere il termine entro il quale il Governo possa ancora legittimamente emanare il decreto legislativo, e ciò prima che la legge che lo ha autorizzato a farlo non decada, pregiudicando inesorabilmente la riforma e le speranze di migliaia di detenuti.

Nei prossimi articoli ci si prefiggerà, da una lato, di evidenziare quali siano gli aspetti del vigente sistema che concretamente lo rendono – come detto – “totalizzante”, cercando, dall’altro, di formulare soluzioni alternative.

A tal proposito si avrà modo di indagare su quali possano essere gli strumenti giuridici in grado di agevolare una transizione verso un sistema delle pene più umano nell’accezione suddetta, e ciò anche analizzando le novità che potrebbero essere introdotte nell’ambito del cosiddetto Ordinamento penitenziario con i decreti legislativi attuativi di alcuni dei principi e dei criteri contenuti nella legge delega n. 103 del 2017, la citata Riforma Orlando.

Quindi, posta questa inedita prospettiva sulla pena, neoumanista direi, non volendo anticipare ciò di cui si avrà modo di parlare nei prossimi articoli, è già chiaro che ci si dovrà interrogare su alcune questioni attinenti la pena, come per esempio quelle riguardanti il tema dell’affettività in carcere, la giustizia riparativa o ancora delle pene alternative, che, sino ad oggi, hanno assunto poco o nessuno spazio all’interno del nostro ordinamento. Un interrogarsi che tenga conto, non soltanto dello stato dell’arte, evidenziandone limiti e pregi anche alla luce delle recenti riforme, ma anche che si proponga – in una prospettiva, come si ama dire tra gli studiosi di diritto, de iure condendum, ossia che guardi al diritto ancora da scrivere – di elaborare soluzioni del tutto innovative o semplicemente modificative di ciò che già esiste.


Prima testimonianza –

window-1160494_640Mi chiamo […], ho cinquanta anni e sono detenuto al carcere dei Pagliarelli; in questo periodo di “riposo forzato” ho avuto modo di riflettere e pensare agli errori del passato… .ho fatto tante cose di cui non vado proprio orgoglioso, ma quella che mi ha lasciato di più il segno è senza dubbio il vizio del gioco: oggi si parla spesso di ludopatia, ma a quei tempi quando iniziai non si sapeva nemmeno cosa fosse.

Avevo 10 anni già con una visione chiara del denaro, e ancora più chiara del gioco: con mia nonna giocavo a scopa, o a briscola, 10 mila lire a partita, io non avevo soldi ma pur di giocare le rubavo a mia mamma e a mio padre, quindi rendetevi conto che un impiegato prendeva 500 mila lire al mese. Lì è cominciato l’azzardo e la mia discesa negli inferi.

Già a 15 anni facevo le scommesse clandestine di calcio, in pieno boom in quei tempi. Ora con senno del poi, avrei preferito perdere piuttosto che vincere ed avere l’illusione di poter vincere per sempre.

Incominciano le bugie in famiglia ed i debiti per far fronte al mio vizio, con i debiti arrivano puntuali i problemi. Lo stipendio del lavoro durava 20 minuti nei centri scommesse e di conseguenza facevo sempre più debiti, e sempre più menzogne a mia moglie. Prestiti nelle banche e nelle finanziarie, soldi chiesti a mia madre e a mio padre con fantasiose giustificazioni. Più perdevo e più giuravo di non farlo più e non entrare nelle sale da gioco, ma come un drogato non potevo farne a meno: il gioco era diventato la mia droga, ero ossessionato dal gioco, pensavo addirittura di andare a rubare parenti ed amici mi prestavano soldi, gli promettevo di non entrare più in sala gioco e poi quando rompevo il giuramento perdevo sempre, e cominciavo a pensare chi mi aiutava di nuovo, e li che scivolo nell’abisso dell’usura, vinco e presto soldi ad interessi …..ma non si può prendere da una parte e lasciare dall’altra, lo facevo solo per il gioco, ma questo meccanismo si rompe quando mi arrestano per usura: io mi giustificavo con me stesso dicendo che era per il gioco, ma per la legge era usura. Finisco in prigione ed è proprio da queste grigie mura che vi scrivo pentendomi per quello che ho fatto alla mia famiglia, alle persone ed a me stesso.

Spero che chi leggerà e si rivedrà in me possa trarre spunto ed insegnamento da questa storia ed imparare a essere una persona migliore e più saggio ed accorto di quanto non lo sia stato io.

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