Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

20Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. 21Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù».22Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23Gesù rispose: «E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. 24In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. 27Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! 28Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».

29La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». 30Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». 33Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

La liturgia odierna è l’ultima tappa che ci avvicina alla grande settimana della passione, morte e resurrezione di Cristo e che ci introduce all’avvicinarsi dell’ora della nuova alleanza. Il brano della lettera agli Ebrei (Eb 5,7-9) ci mostra in tutta la sua drammaticità la sofferenza di Gesù che «imparò l’obbedienza dalle cose che patì». La paura della morte, l’angoscia davanti alla prova, diviene cammino di salvezza perché Gesù trasforma la sofferenza, liberamente accettata per amore degli uomini, in scuola di fraternità. Il brano di Giovanni di questa domenica rappresenta il compimento del ministero pubblico di Gesù, il giungere dell’ora e l’angoscia che egli prova, accompagnata dalla richiesta al Padre di glorificare il suo nome (Gv 12,27). Nei sinottici questo momento è presentato nel racconto della sofferenza di Cristo nell’orto degli Ulivi; Giovanni sceglie invece di anticipare qui l’agonia di Gesù, alla fine della sua rivelazione pubblica. “C’erano alcuni Greci” (Gv12,20), probabilmente proseliti giunti per le feste pasquali con il desiderio d’incontrare Dio nel Tempio; il riferimento ai pagani è espressione dell’universalità della salvezza realizzata da Cristo. Questo gruppo avvicina Filippo – più volte nel vangelo presentato come mediatore della salvezza –, che a sua volta coinvolge Andrea. L’accesso a Gesù avviene attraverso i discepoli, che testimoniano ciò che hanno conosciuto del Maestro. Alla richiesta di “vedere Gesù” non segue una risposta diretta, ma la presa di coscienza che la ricerca da parte di questi pagani è il segno che è giunta l’ora della sua glorificazione, cioè del suo innalzamento sulla croce da cui attirerà a sé tutti gli uomini, giudei e pagani. Tutto il racconto del Vangelo di Giovanni è scandito dalla preparazione di quest’ora (Gv 2,4; 4,21; 5,25; 7,30; 8,28), l’ora decisiva in cui Dio si rivela nella gloria del Figlio dell’uomo.

L’evangelista spiega tale gloria con la metafora del chicco di grano, la cui gloria consiste non nel morire, ma nel portare molto frutto, nel dare la vita. Ed è questo il senso della vita: “chi ama la sua vita, la perde; chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (12,25).

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La vita può essere conservata solo se offerta in donazione, mentre chi si rinchiude egoisticamente in sé stesso l’ha già persa. La morte di Gesù non è un evento che egli subisce, ma è espressione di quella logica di donazione per amore che ha animato tutta la sua vita e che i discepoli sono chiamati a imitare. La via della sequela proposta al discepolo è quindi la via del servizio: “vedere Gesù” significa seguirlo nella quotidianità, nella via dell’amore e della donazione di sé.

Davanti alla donazione totale di sé anche Cristo è turbato, ha paura (cfr. Eb 5,7-8), ma a prevalere è la fiducia nel Padre: davanti al dolore e all’angoscia della morte si abbandona fiduciosamente all’amore del Padre che prontamente si rende presente: «Venne allora una voce dal cielo: l’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò». La glorificazione ha accompagnato tutto il ministero pubblico di Gesù attraverso i segni da lui operati e mediante la rivelazione stessa e in maniera particolare si rivelerà nella passione del Figlio, testimonianza dell’amore sconfinato di Dio per gli uomini. La folla non comprende ciò che sta ascoltando, alcuni pensano si tratti di un tuono (come nell’Esodo sul Monte Sinai) altri pensano ad un angelo che sarebbe venuto a parlare a Gesù.

Cristo interviene per correggere l’incomprensione della folla e interpretare la voce come segno del tempo decisivo per il giudizio e la salvezza. La croce è il segno del giudizio sul mondo: offrendo in donazione la vita per il mondo Cristo vince le potenze del mondo, il male, e attira a sé tutti gli uomini aprendoli alla salvezza.

«La croce di Dio ha voluto essere il dolore di ciascuno; e il dolore di ciascuno è la croce di Dio» (C. Di Biase)

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