Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Serena Termini

È nata il 5 marzo del’73, è coniugata e ha tre figli. Dal 2005 è la corrispondente dell'agenzia nazionale Redattore sociale. Da sempre ha avuto la passione per la lettura e la scrittura. Ha compiuto studi giuridici e sociologici che hanno affinato la sua perizia in tali abilità, facendole scegliere di diventare una giornalista. Ciò che preferisce della sua professione è la possibilità di ascoltare la gente andando al di là delle prime apparenze: fare giornalismo può diventare un esercizio di libertà solo se ti permettono di farlo.
Serena Termini

detenuti-2163951_640Appassionati di oggetti vintage hanno aperto un piccolo negozio nel cuore del centro storico cittadino. Sono Maria e Giuseppe, una coppia di ex detenuti che, dopo avere scontato l’ultima parte della loro pena al centro Padre Nostro dove si sono conosciuti, oggi con coraggio e pieni di speranza affrontano in maniera diversa la vita a partire da un lavoro vero.

Maria, 47 anni è polacca ma è cresciuta in Germania. Alle spalle ha una storia molto difficile e sofferta: è cresciuta orfana di padre e con una madre molto aggressiva che aveva problemi di alcol dalla quale poi ha deciso di scappare a 18 anni.

Quando si è sposata aveva un’azienda agricola ma con il marito, anche lui aggressivo, il rapporto non andò bene. L’uomo ben presto intraprese delle cattive frequentazioni fino a quando la donna fu arrestata in Italia insieme a lui. «Sono stata accusata come complice – dice – pur essendo innocente, a causa di un suo reato per il quale ho scontato 6 anni e mezzo di carcere».

«In carcere grazie anche ai miei studi perché sono laureata in economia – racconta Maria – sono riuscita a poco a poco a conquistarmi la fiducia di tutti. Per questo quando ero dentro ho lavorato in archivio nella sistemazione degli atti giudiziari. Durante la mia detenzione ho preso consapevolezza dell’influenza negativa di mio marito trovando il coraggio di affrontare la separazione. Ho trovato la forza di andare avanti nonostante la paura e le minacce perché volevo costruirmi una vita nuova. Ho avuto anche tante porte in faccia ma la sofferenza è diventata poi la mia forza. Il carcere è un luogo di sofferenza soprattutto per le brave persone, perché dentro c’è di tutto e devi saperti difendere e guadagnare ogni cosa». «Al centro Padre Nostro ho trascorso un anno e mezzo in semilibertà – continua Maria –. Alla fine della pena, dopo due mesi in cui sono rimasta come volontaria, sono stata poi assunta come aiuto cuoca nella casa rifugio per donne e bambini maltrattate del centro. Questa esperienza mi ha aiutato tanto perché in forza anche della mia storia ho potuto sostenere e dare coraggio ad altre donne. Al centro ho conosciuto Giuseppe che oggi fa parte della mia vita. Insieme ci aiutiamo vicendevolmente con lo spirito di chi sta dando una svolta significativa alla propria vita». In Germania sono rimasti tre figli che oggi sono vicini al padre e non hanno accettato la scelta di Maria di rimanere in Italia. «Ho tentato negli anni di cercarli per avvicinarmi a loro – racconta – ma non ci sono riuscita perché non mi vogliono neanche sentire al telefono. Vorrebbero che tornassi in Germania ma non posso farlo perché ho paura del mio ex marito da cui ho subito già tanto».

«Oggi la mia vita è cambiata. Dopo avere fatto la venditrice ambulante nei mercatini, ho avuto con Giuseppe la possibilità di prendere in affitto un piccolo locale dove proponiamo oggetti vintage che sono richiesti da collezionisti e turisti. Le nostre offerte sono pure on-line e la soddisfazione è quella di avere anche commesse internazionali. Un altro motivo di grande soddisfazione è stato pure quello di avere avuto in locazione il negozio da una signora che, pur avendo saputo che eravamo ex detenuti, ci ha dato fiducia, scegliendoci rispetto ad altri affittuari e facendoci pagare un canone di locazione basso».

Giuseppe, invece ha 41 anni, è palermitano ed è separato con tre figli, di cui due piccoli di 4 e 10 anni. Anche lui è stato tre anni in semilibertà al centro Padre Nostro facendo tante attività. «Con Maria oggi, grazie anche alla nostra nuova situazione lavorativa, siamo riusciti ad avere in affidamento i miei due figli più piccoli – dice –. Non è una situazione facile perché la mia ex moglie, al momento agli arresti domiciliari, è molto ostile ma per il loro bene è importante che seguano esempi diversi rispetto al passato». «Uscivo da una pena di 11 anni e una volta tornato in libertà ho continuato a prestare il mio servizio al centro perché lo ritenevo molto importante – racconta –. Sono stato in 8 carceri diversi. Quando fai un certo tipo di vita entri senza volerlo in una sorta di trappola e di dipendenza da cui è difficile uscire, ma il centro Padre Nostro mi ha dato l”opportunità di farmi crescere per capire che si poteva cambiare».

«Dentro il carcere non cambi dice con forza anzi per certi versi entri in una sorta di università della delinquenza che non ti aiuta continua . Non bastano i corsi professionali e la possibilità di studiare che ti danno se poi nessuno pensa a quello che succederà dopo, appena sei fuori e rimani solo con i tuoi problemi. Bisogna lavorare molto sulla consapevolezza del reato per accompagnare la persona a cambiare realmente. Sicuramente tutti i detenuti dovrebbero essere impegnati sempre in qualcosa, perché l’ozio non è una buona cosa. Lo Stato dovrebbe investire proprio sul reinserimento lavorativo degli ex detenuti ascoltando di più la voce di chi ha vissuto dentro il carcere e creando le condizioni perché non si perda di nuovo. Sarebbe bello se ci facessero raccontare la nostra esperienza soprattutto ai ragazzi delle scuole ma anche nei convegni: avremmo tante cose da dire».

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