Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

2 Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3 e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 4 E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. 5 Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. 6 Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. 7 Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. 8 E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

9 Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. 10 Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Trasfigurazione (particolare), Beato Angelico, 1438-1440, affresco 189×159 cm, Museo nazionale di San Marco, Firenze

Trasfigurazione (particolare), Beato Angelico, 1438-1440, affresco 189×159 cm, Museo nazionale di San Marco, Firenze

Il racconto dei Vangeli sinottici è scandito da alcuni abbaglianti momenti di rivelazione – il battesimo nella fase iniziale, la trasfigurazione a metà e la resurrezione al termine – che, squarciando il velo di un’umanità in fondo modesta e ordinaria – e dunque piena e totale – gettano una luce prepotente sull’identità divina del figlio del Falegname. Sul monte Tabor, dove la tradizione cristiana suole ambientare la scena narrata da Marco, la natura autentica del Cristo, si manifesta così in un evento d’inaudita quanto immediata potenza visiva: la metamorfosi del suo corpo, che manifesta per un attimo la forma divina (morphé) dismessa nell’incarnazione e la trasmutazione delle vesti, invase da un candore che Marco sottolinea come incompatibile con qualsiasi operazione umana.

Brano, dunque, squisitamente cristologico quello della trasfigurazione, che la sapienza liturgica pone opportunamente a metà della quaresima, quasi ad anticipare con la forza di un bagliore la luce piena della Pasqua.

Nei segni che la contraddistinguono, e innanzitutto nel linguaggio simbolico della luce con cui Marco la descrive, l’assunzione di una forma gloriosa del Cristo si configura infatti come una sorta di resurrezione-in-vita, pegno di ogni processo di conversione cristiana. La trasfigurazione-metamorfosi del Cristo (metamorphothe) diviene archetipo e promessa di ogni trasfigurazione-metamorfosi della vita umana segnata dall’incontro con Cristo: “noi tutti – come dirà Paolo in 2 Cor. 3, 18 – a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati”.

Marco, come Matteo e Luca, non si limita a riferire l’evento del Tabor, ma lo interpreta, secondo la prassi dei Vangeli, in base a un preciso codice biblico e simbolico. Dietro la superficie dei fatti, la narrazione assume, così, una cifra teologica inequivocabile. Una fitta trama di allusioni e rimandi biblici pone, infatti, la trasfigurazione sul solco delle apparizioni divine (teofanie) che, nell’Antico Testamento, ritmano l’alleanza tra Dio e Israele. L’alto monte, prima che come un’indicazione topografica, si configura come un esplicito richiamo al Sinai (cfr. Es 24, 12-18; 31,18).

Come Mosè, anche Gesù ascende al monte ma, a differenza del legislatore, non lo fa per incontrare Dio quanto piuttosto per rivelarsi Dio egli stesso. Le “vesti splendenti” rappresentano una frequente immagine della gloria ultraterrena (Dan. 7,9; Mt. 28,3; Mc. 16,5; Gv. 20,12; At. 1,10) e della gloria dei santi (Ap. 3,4.5.18; 4,4; 6,11, 7,9.12). Le tre tende rinviano alle capanne della gioiosa Festa dei Tabernacoli, durante la quale, per comune credenza, avrebbe dovuto manifestarsi il Messia. La nube, infine, è un’immagine costantemente associata alla presenza di Dio (Es. 16,10; 19,9; 24, 15-16; 32,9; 1 re 8, 10-12).

Dietro questa complessa rete testuale, d’altro canto, si intuisce un’esigenza tutt’altro che asetticamente erudita. Probabilmente per rinsaldare la fede delle prime comunità cristiane, Marco sembra sottolineare con forza come l’intera storia della salvezza trovi proprio in Gesù il proprio compimento. Per questo l’Antico Testamento, qui rappresentato da Mosè ed Elia, assiste all’elezione e al riconoscimento definitivo di Gesù, da parte del Padre, come suo figlio e come Messia. E laddove Mosè era salito sul monte per incontrare Dio, Gesù, che va oltre Mosè, vi ascende per manifestarsi egli stesso come Dio.

A questa rivelazione si accompagna d’altro canto, scandita con l’autorevolezza imperativa della voce di Dio, una precisa indicazione sulla modalità della sequela: “ascoltatelo”. Questo Padre che si cela nell’oscurità di una nube, limitandosi a consegnare ai discepoli il proprio figlio, indica che d’ora in poi la parola di Cristo – parola umanizzata, perché pronunciata da un uomo per gli uomini e, allo stesso tempo, parola incarnata nella storia – costituirà la via d’accesso al suo mistero.

E proprio in virtù di questa rinnovata centralità di Cristo-Parola, la visione sfolgorante della trasfigurazione può istantaneamente svanire. Se i discepoli hanno potuto scorgere per un istante il bagliore della gloria divina, ad essi si apre, in modo forse paradossale, una via tanto tortuosa quanto ineludibile: ridiscendere a valle e custodire la memoria del Cristo trasfigurato fino alla sua morte imminente. Scomparsa la gloria trionfante, spentosi l’istante di luce, accanto a quegli uomini ricompare il figlio del falegname nella sua umanità ordinaria, pronto ormai per avviarsi al più infamante dei supplizi. Solo all’alba della Pasqua, semmai, essi comprenderanno la coincidenza profonda tra il Tabor e il Golgota.

A ben vedere, d’altro canto, oltre al più ampio contesto biblico, è specificamente il contesto intraevangelico a fornire delle indicazioni preziose sul senso profondo che Marco ha inteso imprimere al suo racconto. Egli ha mostrato come, dopo i primi momenti di adesione massiccia, gli entusiasmi della folla per Gesù, di fronte all’impegno radicale che la sua sequela richiede, sono venuti lentamente a smorzarsi. Dalla Galilea a Gerusalemme, i sinottici sembrano registrare il fallimento ogni giorno più bruciante di Gesù e della sua predicazione. E se molti si vanno defilando, dubbi e resistenze corrodono dall’interno anche il “piccolo resto” dei dodici.

Quando Gesù, poco prima di recarsi sul Tabor, annuncia la sua salita a Gerusalemme e la morte imminente, Pietro lo prende in disparte e lo apostrofa con virulenza: «questi sono pensieri del diavolo». Agli occhi di quegli uomini che tutto hanno lasciato per seguire Gesù, l’idea stessa di un Messia-Dio che può accettare con libertà di morire per mano umana, suona inequivocabilmente blasfema e inconcepibile. Per questo Gesù sceglie come testimoni del Tabor quelli che i Vangeli presentano al contempo (coincidenza preziosa per ogni fede storta!) come i compagni più prossimi ma anche coloro che più radicalmente sembrano fraintenderlo: Pietro “la roccia” o il “testa dura”, Giacomo e Giovanni, “i figli del tuono” (Mc 3,17; Lc 9,54). A loro Gesù fornisce, poco prima che essa si consumi nella vicenda biografica, la chiave di comprensione della sua fine umiliante: la morte di croce non coinciderà con la caduta di un’illusione ma piuttosto, secondo un passaggio che adesso si svela, con la gloria dello strano maestro che li ha condotti fin lì.

Marco, dal canto suo, non risparmia a questi uomini il suo scetticismo. Pietro sembra innanzitutto fraintendere radicalmente il senso della scena che gli si offre davanti. Rivolgendosi a Gesù come “Maestro” dinanzi a Mosè ed Elia, ne fa un mero (e addomesticato) custode della tradizione, mortificandone la novità. Né meno ingenua è la sua proposta di costruire le “tre tende”. Certo, la reazione di Pietro dinanzi allo svelamento della natura gloriosa del maestro appare umanamente comprensibile. In essa si riflette infatti il desiderio di catturare l’istante della pienezza e della grazia, sottraendo l’atomo di felicità alla legge inesorabile del mutamento.

Eppure questa istanza, così umana e illusoria, nasconde nella prospettiva della fede un’insidia sottile. Nel desiderio di acciuffare Dio una volta per tutte, di non spegnere gli istanti di chiarezza e di armonia si insinua la tentazione di non attraversare le storture della fede, di evitare le notti buie dell’anima, di disconoscere le vie lancinanti del Golgota.

In fondo, anche per i discepoli che discendono dal Tabor, la necessità della morte di quel maestro che impone il silenzio sulla sua gloria divina rimane un enigma scomodo, di cui forse farebbero volentieri a meno.

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