Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

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Da quando ne abbiamo avuto la tragica notizia, i fatti di Macerata, come chiunque può notare, sono quasi interamente monopolizzati dal dibattito politico pre-elettorale. Si discute, e giustamente, sulle questioni dell’immigrazione, della sicurezza, e, non da ultimo, sui rischi, opposti, di un’apertura indiscriminata delle frontiere, da un lato, e di chiusure piccolo-borghesi e di violenze razziste, dall’altro lato.

Gli stessi fatti di Macerata, tuttavia, pongono una questione ben più radicale, che si ripete, identica, ogni volta che ne accadono di simili. Una questione che il dibattito politico e mediatico finisce quasi sempre per trascurare, se non per ignorare totalmente: perché spesso invochiamo la perizia psichiatrica per crimini particolarmente efferati (l’omicidio della ragazza, la sparatoria vendicativa sugli immigrati), ma poi accogliamo con disagio un eventuale verdetto di incapacità di intendere e di volere?

Sembra, in altre parole, che ciascuno di noi si rifiuti di ammettere che gli esseri umani possano commettere certe atrocità con piena lucidità e libertà, salvo poi pretendere che vengano comunque puniti, o perché lo “meritano” o, tutt’al più, per non lasciare la sgradevole impressione che non si sia fatto ciò che si doveva di fronte a una grave ingiustizia.

Anche il dibattito scientifico e giuridico su questi temi riproduce la stessa ambiguità. Sempre più frequentemente, le perizie disposte dai giudici per casi di omicidio o tentato omicidio si avvalgono di tecniche di neuroimaging, che consentono di rilevare danni ai lobi prefrontali, che secondo alcuni inibiscono la “normalità” del comportamento, favorendo, al contrario, comportamenti violenti e antisociali. Tutti elementi che potrebbero ridurre o, in alcuni casi, persino annullare, la libertà e la capacità di intendere e di volere dell’imputato, sfociando in un verdetto di non punibilità o di forte riduzione della pena.

Esemplare, al riguardo, una sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Trieste del 18 settembre 2009, che, nel caso di un giovane colpevole di omicidio, è stata la prima, in Europa, a riconoscere come parte delle attenuanti l’esito di tecniche di neuroimaging e di una valutazione del profilo cromosomico dell’imputato. Si trattava in quel caso di un polimorfismo che, unitamente a fattori psicologici e sociali, avrebbe favorito comportamenti aggressivi e impulsivi, rendendoli in parte inevitabili. Una “fotografia” del cervello dell’imputato, peraltro, sembra restituirci il vero e più profondo “movente” del suo gesto con molta più evidenza e oggettività scientifica di quanto non faccia la classica perizia psichiatrica.

Ecco che rispunta, dietro le più moderne conquiste delle neuroscienze, il vecchio assioma lombrosiano del “criminale nato”. L’incapacità di intendere e di volere certificata dalle tecniche di neuroimaging, infatti, sembra volerci dire che quel soggetto, in virtù del modo in cui è fatto, non aveva la libertà di agire diversamente da come ha agito. Insomma, mentre consentono di evitare la colpevolizzazione morale dell’imputato, le moderne tecniche di perizia scientifica finiscono per sancirne una ben più imbarazzante criminalizzazione antropologica.

Ma non finisce qui. Una volta che cominciamo a curiosare nel cervello altrui, il caso particolare del reo illumina quello, più generale, di tutti noi. Se, in caso di reato, il cervello (presumibilmente malato) dell’imputato lo determina a commettere un determinato crimine, ciò significa che anche nel soggetto incensurato è il suo cervello (presumibilmente sano) a indurlo a comportamenti conformi alla legge. Dunque nessuno è veramente libero, e non sono soltanto i criminali, ma tutti gli esseri umani a risultare determinati dai loro geni e dal loro cervello. Proprio per questo, però, ogni pena detentiva non può basarsi sul fatto che l’imputato è colpevole, ma solo sul fatto che, non potendo agire diversamente da come il suo cervello gli comanda, è socialmente pericoloso. Diversamente da tutti noi, “marionette” socialmente corrette, che, rispetto agli altri, abbiamo solo la fortuna, non certo il merito, di avere un cervello diverso dal loro.

Ne deriva una tensione, tuttora irrisolta, fra ciò che chiediamo al diritto penale e ciò che pensiamo di noi stessi e degli altri. Il paradosso, insomma, è che, in caso di reato, dovremmo essere tutti penalmente assolti per ciò che abbiamo fatto proprio perché tutti scientificamente condannati a farlo. Come risolvere questa incongruenza? Perché siamo tutti garantisti e, al tempo stesso, giustizialisti? Perché quando si tratta di capire come siamo fatti ci rivolgiamo alla scienza, e accettiamo di essere determinati dal nostro cervello, mentre quando si tratta della vita in società non vogliamo rinunciare alla nostra libertà, sia perché così ci piace, sia per conservare il diritto/dovere di punire i criminali?

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One Response Comment

  • Luciano Sesta  febbraio 9, 2018 at 3:01 pm

    Gentile Pietro, il problema è proprio lì: perché il cervello dovrebbe cancellare la libertà di intendere e di volere solo in presenza di crimini molto gravi, mentre quando questi crimini non sono gravi, ad agire non sarebbe solo il cervello ma anche la nostra cultura e la nostra libertà? Come facciamo a dimostrarlo? Una volta che il cervello ci toglie libertà in alcuni casi, non si vede perché dovrebbe lasciarcela in altri casi. Lei dice che nel caso di cervello sano subentra la nostra “cultura”. In realtà non possiamo saperlo. E, se così fosse, si potrebbe dire che la nostra cultura subentra anche nel caso di cervello malato. È la nostra cultura scientifica e giuridica, infatti, a indurci a credere che dietro certi crimini non possa esserci un cervello “sano”. Non è facile ammettere che l’uomo possa fare le peggiori cose anche lucidamente e liberamente. E il cervello malato che ci determina rischia di essere solo un modo con cui cerchiamo di difenderci da questa ipotesi.

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