Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

33 Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34 È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35 Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36 fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37 Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!

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“Nighthawks” By Edward Hopper – email, Public Domain, Link

Anno dopo anno la chiesa ci invita a vivere l’occasione di grazia che è l’Avvento.

Ma l’Avvento è dell’Altro. A noi appartiene l’attesa. E l’attesa è costitutiva della nostra umanità. Ci ricorda che non ci diamo da noi, che non ci basta quello che abbiamo e quello che siamo. L’aspettare qualcosa e aspettare qualcuno ci strappa alla nostra finitudine e ci proietta nella relazione e nella sua cura. Lì perseguendo insieme l’ umanizzazione personale e comunitaria costruiamo lentamente il regno.

Questi quattro versetti di Marco hanno una collocazione particolare: precedono di fatto il racconto della passione e chiudono il discorso escatologico di Gesù, destinato ad accompagnare i suoi oltre la sua prossima morte sino all’orizzonte finale della storia terrena. Due piani, l’esplicito e l’implicito sullo sfondo, vi si intrecciano: Gesù parla della rovina del Tempio e il pensiero corre alla sua personale rovina. Parla di persecuzioni future ai suoi, e dà per scontata la grande persecuzione che a momenti lo investirà. Si riferisce ai turni di guardia romani nella notte (v. 35) e vi legge le tappe del prossimo abbandono dei suoi.

Ecco allora l’invito pressante a un’attesa che coniughi l’assenza con una nuova forma di presenza. Un dono, non una minaccia, un tornerò, non un addio, ma seriamente impegnativi.

Ha appena parlato, infatti, sempre nel linguaggio apocalittico, della beatitudine promessa: 26Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli … radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo … 32Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.

È risposta ai discepoli, che all’inizio del discorso gli hanno chiesto quasi privatamente: quando? (v. 13,4).

Oltre il legittimo interesse a conoscere la data di un evento così decisivo si legge il desiderio di tenere sotto controllo i fatti e, se possibile, di governarli. Ci si arma a fronte di un pericolo. Invece la paradossale logica evangelica ci chiede il disarmo totale e l’abbandono fiducioso. Anzi, poiché ignoriamo il quando, tutte le forze devono essere concentrate nell’attesa vigilante, perché il kairòs, il momento di grazia della parousia, non ci sfugga.

E qui la breve allegoria riprende il tema, caro ai sinottici, di un Gesù che si allontana lasciando agli uomini il governo della sua casa, a ciascuno un compito, nell’attesa del suo ritorno; in continuità con il racconto del Genesi in cui il Signore affida ad Adamo il giardino da coltivare (Gn 2,15), non da proprietario ma da custode.

Se tutto il discorso escatologico era centrato sulla dissoluzione finale delle strutture di potere, il tempio, i regni, le nazioni, ora la prospettiva è la casa, il luogo comunitario inappropriabile, perché appartiene al Signore. E ancora luogo della responsabilità, dell’operatività sinfonica che risponde a una delega dell’autorità, più che del potere (v.34), termini con cui traduciamo il greco exousia. Il potere, infatti, si accompagna spesso nella storia all’arbitrio, mentre l’autorità, quella che è riconosciuta, fa crescere. È quella personale di Gesù, che dà sostanza a un messaggio di liberazione totale (v.1,27).

Anzi, la partecipazione all’exousia di Cristo, fuor di metafora, allude alla partecipazione allo Spirito, che pur unico, distribuisce i suoi doni, i suoi carismi, a ciascuno in forma personale, per il bene comune, sovranamente libero dentro e fuori la comunità.

Questo è allora il cuore del messaggio: vivere l’attesa convinti che nella ferialità dimessa o nell’eccezionalità della vita, aldilà delle sofferenze e dentro le sofferenze, un’offerta di amore sempre ci raggiunge con possibilità inedite e sorprendenti di realizzazione. Al nostro lavoro resta ancora affidata la creazione perché giunga a compimento, mentre la cosmogenesi continua tuttora attraverso l’irradiazione di sempre nuove energie. Se la casa comune è lo spazio dell’attesa, il tempo sarà il personale ritmo di appropriazione di queste energie (C. Molari). Ma a patto di aprire gli occhi, di vivere la profondità e non la superficie degli avvenimenti e delle relazioni, in una parola di vegliare, disponibili ad accettare e lasciare fiorire le sorprese di Dio.

Altrove ha promesso che lui è con noi, in noi, in mezzo a noi. Ma qui ci chiede come viviamo noi l’attesa del suo ritorno, vivendo già la sua compagnia. La riunione dei santi comincia qui, nella casa comune; la comunione col Padre è anticipata nella comunione tra i fratelli; ogni giorno ordinario contiene già il giorno del Signore.

Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate! Essere trovati desti nell’amore, tanto nel desiderio quanto nel servizio operoso, è la scommessa finale che tutti ci investe, senza preclusioni e confini. In questo periodo il giorno si fa breve e le tenebre dilatano il loro tempo. Anche la natura anela alla luce e la desidera. I riti pagani e neopagani del solstizio d’inverno ce lo ricordano. Ecco, per tutti, il desiderio è la chiave dell’attesa.

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