Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

savagnone-3-small-articoloA volte, nella storia degli uomini, il male si manifesta in forme di immani proporzioni, coinvolgendo milioni e milioni di persone. Penso alla follia dell’Olocausto, oppure, ai nostri giorni, alla brutale violenza omicida del terrorismo. Solitamente, però, in questi casi, esso è motivato – non giustificato! – da un’ideologia, da una visione distorta della realtà, che spinge chi ne è l’autore a compierlo nella convinzione di fare la cosa giusta. Le SS che nei lager sterminavano indiscriminatamente uomini, donne e bambini, erano anche delle belve sadiche, ma avevano alle spalle delle certezze che li rassicuravano sulla validità del loro progetto. Avevano una “fede”, anche se era una fede disumana. Così i terroristi dei nostri giorni sono impegnati ad uccidere convinti di fare la volontà di Dio, tanto da essere pronti a sacrificare la loro stessa vita. Qualcosa di simile vale per le guerre che hanno imperversato e imperversano ancora, sul nostro pianeta. Anche se quelle che hanno alle spalle sono convinzioni sbagliate, sono pur sempre convinzioni.


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Ci sono invece delle forme di male che ci sorprendono non per la loro tragica potenza, ma per la loro assurdità. Qui a impressionare non è l’entità del danno inferto alle persone o la mostruosità del crimine commesso, ma la gratuità del gesto malvagio, la sua assoluta mancanza di ragioni. Mi è venuto in mente tutto questo quando ho letto per caso, su Internet, che nel marzo scorso, in una città italiana, si è di nuovo presentato un caso di knockout game: una donna, mentre tranquillamente camminava per strada, è stata improvvisamente presa a pugni in faccia da uno sconosciuto, che poi si è allontanato senza minimamente tentare di rapinarla o di violentarla.

È la dinamica di questo triste “gioco”, che prende il nome dalla terminologia del pugilato e che ormai da qualche anno è diventato una moda diffusa negli Stati Uniti, trovando dei cultori anche nel nostro Paese. La sua “filosofia” – ma sarebbe meglio dire: la sua anti-filosofia – è molto semplice: ci si diverte a fare un’azione violenta del tutto immotivata, per il solo gusto di farla e di trasgredire, così, le leggi della logica. A chiunque ci dia un pugno abbiamo il diritto di chiedere: “Perché?”. Gli amanti del knockout game vogliono provare l’ebbrezza di violare questo diritto per il solo gusto di farlo.

Attenzione: non si tratta di sadismo. Gli atti crudeli del sadico una ragione ce l’hanno: la ricerca di un piacere psicofisico da parte di chi li compie e, retrocedendo in questa ricerca dei perché, la patologia della personalità, causata a sua volta da traumi infantili, o da tare ereditarie, e così via. È chiaro che queste “ragioni” non impediscono di supporre, in colui che opera con violenza, un margine di libertà, che gli avrebbe probabilmente consentito di fermare la triste concatenazione della cause. Ma queste cause, a monte dell’atto più o meno libero, ci sono.

Qui, invece, la sola motivazione è di agire senza avere altro movente che la propria stessa scelta.  Viene in mente una scena descritta da André Gide nel suo romanzo I sotterranei del Vaticano. Il protagonista, il giovane Lafcadio, si trova sul treno, di notte. Nel suo scompartimento, oltre lui, c’è un solo viaggiatore, che guarda dal finestrino, appoggiato allo sportello che dà direttamente sull’esterno. A Lafcadio balena improvvisamente un’idea, che lo affascina: perché non sbarazzarsi del suo malcapitato compagno di viaggio aprendo di colpo lo sportello e facendolo cadere dal treno? «Chi vedrebbe?» pensava il giovane. «Lì, vicinissimo alla mia mano, sotto la mia mano, questa maniglia che posso girare senza fatica (…). Un delitto senza motivo, che pasticcio per la polizia!»

Ma perché farlo? Quell’uomo, un modesto ometto che egli soprannomina subito “il tapiro”, a Lafcadio non ha fatto nulla. Nemmeno lo conosce. E lui non sa neppure cosa accadrà dopo. Ma non gli importa. «Non tanto degli avvenimenti sono curioso, quanto di me stesso. Ci sono tanti che si credono capaci di tutto e poi, al momento d’agire, si tirano indietro… Che abisso fra l’immaginare e il fare!».  

Me è ancora indeciso. Fa una scommessa con il destino: «Se posso contare fino a dodici, senza affrettarmi, prima di vedere una luce nella campagna, il tapiro è salvo. Cominciamo: uno; due; tre; quattro (piano, piano!); cinque; sei; sette; otto; nove… Dieci, una luce». Il “tapiro” morirà.

Solo letteratura? Non è solo il “gioco” del knockout a segnalarci che non è così. I sassi lanciati – anche questi per gioco! – dai cavalcavia, il fuoco appiccato ai barboni che dormono in strada, tutto quell’insieme di comportamenti definiti dai giornali “balordi”, sono altrettante spie di una tendenza culturale che, come osserva Galimberti nel suo libro L’ospite inquietante, porta specialmente i giovani, oggi, a compiere gesti di violenza insensata, archiviati con l’agghiacciante formula burocratica: «Omicidio volontario premeditato senza movente». Ma sempre più spesso anche gli adulti si uniformano, nei loro comportamenti, a questo stile incurante della logica e delle ragioni.

 Tutto questo non avviene per caso. Il corso della nostra civiltà ha una direzione precisa, che è la sempre maggiore valorizzazione della libertà dell’individuo rispetto alla forza vincolante della responsabilità verso gli altri e verso gli stessi criteri ultimi del bene e del male.  Sempre più forte è passato alle nuove generazioni il messaggio che una gerarchia di valori oggettivamente data è incompatibile con la libertà e che, alla fine, l’unico vero valore è proprio quest’ultima, sganciata da criteri ritenuti da molti soffocanti, primo fra tutti quello della ragionevolezza.

Andando in questa direzione, è accaduto – sta accadendo sotto i nostri occhi – che comportamenti trasgressivi, ritenuti un tempo dissennati ed esecrabili, sono diventati agli occhi di  una porzione sempre più ampia dell’opinione pubblica sinonimo di libertà, fino al punto di far eleggere presidente degli Stati Uniti un personaggio che ama spesso ostentare questa trasgressività senza regole.

Il knockout game è solo un epilogo emblematico, un simbolo estremo ma eloquente, di questa tendenza oggi sempre più invasiva. Il rifiuto di rispondere alla domanda: “Perché?» oggi caratterizza molti comportamenti privati e pubblici di sfida, apparentemente coraggiosi e anticonformisti, in fondo solo irrazionali e irresponsabili. Forse bisogna avere il coraggio di denunziarli per quello che sono: esibizioni narcisistiche del proprio potere di condizionare la vita degli altri. Magari, se non si è il presidente degli Stati Uniti, solo prendendoli a pugni in faccia in mezzo a una strada.

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