Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

1 «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

 

La metafora del pastore, per indicare una guida sicura di cui il popolo ha estremo bisogno, ricorre spesso nell’AT: «Vedo tutti gli Israeliti vagare sui monti come pecore che non hanno pastore» (1Re, 22,17). Solo Dio, però, può essere in realtà questa guida. Perciò nel Sal 28 troviamo l’invocazione rivolta a Lui: «Salva il tuo popolo e benedici la tua eredità, sii loro pastore e sostegno per sempre» (v.9).

Questo riferimento al rapporto tra Dio e Israele assume un tono più personale nelle consolanti parole del Sal 23, attribuito a Davide:

«Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.

2 Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.

3 Rinfranca l’anima mia,
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.

4 Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza».

 

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La pericope di Giovanni può aiutarci in questo sforzo di comprensione. Il rapporto tra il pastore e il gregge, qui, diventa simbolico di una commovente intimità, frutto di reciproca conoscenza e di totale affidamento: «Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome (…). E le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce». Nessuna massificazione: il pastore chiama ciascuna pecora per nome. Nella mentalità semita, il nome non era un puro flatus vocis, ma esprimeva l’assenza più profonda di un essere.  In Gesù, buon pastore, Dio stesso evoca l’identità più profonda e segreta di ogni uomo e di ogni donna. Perché Lui solo li conosce fino in fondo, al di là delle immagini esteriori proiettate su di loro dalla società. E se essi lo seguono non è per una cieca subordinazione, ma perché sanno che egli è venuto affinché loro, proprio loro, «abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Non si può concludere questa riflessione senza notare la pretesa di esclusività da parte di Gesù. Nel labirinto, così come la post-modernità lo ha concepito, facendone la metafora della vita umana, ci sono infinite aperture, tutte equivalenti, e la proposta della vita può venire attraverso qualunque di esse; secondo Gesù, invece, ce n’è una sola da cui passa il vero pastore: «Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante». Allo stesso modo, non ci sono infinite vie per cui le pecore possano passare; ritorna l’immagine della “porta”, ma questa volta per indicare Gesù stesso: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo».

Ritorna la promessa di quella pienezza senza limiti a cui si riferiva il Sal 23: seguire il «buon pastore» significa vedere appagate tutte le proprie più profonde esigenze ed essere felici: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

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