Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

savagnone-3-small-articoloLa recente approvazione, da parte della Camera dei deputati, dei primi articoli della legge sul testamento biologico ha avviato un processo che dovrebbe, in tempi relativamente brevi, concludersi con l’approvazione definitiva del testo da parte di entrambi i rami del Parlamento. Vale dunque la pena di interrogarsi fin da ora sul significato delle norme approvate.

Su una, almeno, sono personalmente d’accordo: «Nel caso di malattia grave e inguaribile, con prognosi infausta a breve termine, in presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti, sono esclusi ogni ostinazione irragionevole delle cure e l’accanimento terapeutico. Il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua, anche su richiesta del paziente, al fine di evitare al paziente stesso sofferenze insopportabili e non altrimenti evitabili, in associazione con la terapia del dolore».

Da cristiano (ma bisognerebbe forse sempre dire: “aspirante cristiano”) sono convinto che la croce rappresenta un’esperienza importante nella vita degli esseri umani e può, a certe condizioni, essere feconda e farli crescere. Ma so anche – basta leggere i vangeli – che perfino il Figlio di Dio, in quanto uomo, chiese al Padre che gli fosse evitata. La sofferenza, quando ci visita, va accolta senza disperazione. Ma è umanissimo il desiderio di evitarla o almeno, se questo è impossibile, di attenuarla. Per questo ho sempre dissentito dalla logica di quei medici che, fino a tempi recenti, continuavano a battersi strenuamente con tutti i mezzi per mantenere il più a lungo possibile in vita un paziente in stato terminale, lesinando gli antidolorifici (che gliel’avrebbero abbreviata), a costo di farlo soffrire atrocemente. Per questo sono stato fin dal primo momento dell’idea che la morte di Welby (tenuto in vita in modo del tutto artificiale), spesso menzionata come un esempio di suicidio assistito, non rientri nel quadro dell’eutanasia – che rifiuto – , ma in quello della rinunzia all’accanimento terapeutico.

Detto ciò, quello che nel disegno di legge in esame mi colpisce non è tanto ciò che dice, quanto ciò che non dice, ma che egualmente trapela qua e là dal testo scritto, vale a dire la “filosofia” a cui si ispira e in nome della quale viene appoggiato da larga parte dell’opinione pubblica e dalla maggioranza degli intellettuali. Cito, per illustrarla, una delle sue più note e intelligenti sostenitrici, Michela Marzano. In un articolo su «La Repubblica» del 27 febbraio scorso, poco prima dunque della discussione della legge alla Camera, ella esprimeva la sua indignazione per il ritardo con cui si stava arrivando a questo appuntamento, a suo avviso fondamentale per distinguere un paese civile da uno che non lo è. «Sono anni», scriveva,  «che il fronte del “no” invoca il concetto di “sacralità della vita”, facendo finta di non sapere che la dignità di ognuno di noi si fonda sulla nostra autonomia, e che nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di giudicare le nostre scelte e i nostri desideri».

Da qui la sua esasperazione quando, nella seduta che ha approvato l’art.1 della legge, il 19 marzo, tra gli emendamenti approvati ce n’è stato uno che configura la legittimità di una sorta di obiezione di coscienza da parte del medico: «Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali, a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali».

Non vi dico la Marzano! «Dovevo essere io a decidere. Io paziente, io che soffro e chiedo solo di andarmene via, io che ho diritto di restare fino alla fine soggetto della mia vita. E invece niente. Alla fine, l’ultima parola spetterà ancora ai medici. Nonostante fosse nata con lo scopo di dare voce ai malati, la legge sul consenso informato e le dichiarazioni di volontà anticipate si è pian piano svuotata di senso e, sotto il peso dei compromessi politici, ha finito col riempiersi di contraddizioni e ambivalenze» («La Repubblica» del 20 marzo 2017).

Ed ecco le conseguenze: «Doveva essere la consacrazione del diritto all’autonomia e all’autodeterminazione di ognuno di noi. Doveva sancire definitivamente la possibilità, per ogni persona, di dire “io” sempre, anche in punto di morte, per restare soggetto della propria vita fino alla fine. E invece non si sta facendo altro che ribadire la necessità di un incontro tra “l’autonomia decisionale del paziente” e “l’autonomia professionale” del medico».

Non voglio qui insistere sul fatto che anche il medico, tutto sommato, ha la sua dignità e può ben rivendicare il diritto di non essere un mero esecutore delle volontà del paziente. La medicina è una pratica che ha le sue proprie logiche e i suoi fini intrinseci, a cui chi la esercita non può sottrarsi senza tradire le motivazioni ultime che l’hanno condotto a fare il medico.

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Ma quello che qui mi interessa è la “filosofia” che giustifica l’indignazione della Marzano – e di quanti si sono come lei scandalizzati per il riconoscimento di questo diritto dei medici – , perché è da essa  che comprendiamo non solo il senso ultimo della legge attuale, ma soprattutto le prospettive che si aprono per future normative, di cui questa sembra essere solo il primo gradino: «La dignità di ognuno di noi si fonda sulla nostra autonomia, e nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di giudicare le nostre scelte e i nostri desideri». In altri termini: nessuno deve rispondere a nessuno delle proprie preferenze e delle proprie decisioni.

Oggi queste affermazioni sembrano ovvie a molti e chi le contesta rischia di passare per “conservatore”, se non per reazionario e bigotto. Anch’io, per evitare queste spiacevoli conseguenze, vorrei tanto convincermi che sono vere, tanto più che, come non si stancano di ripetere gli esagitati manifestanti che sostengono la legge, questi princìpi sono ormai comunemente ammessi in quasi tutti i paesi “civili”.

Ma, a disturbare il mio sforzo di “adattamento culturale”, attraversa la mia mente un dubbio: che cosa significa non dover rispondere a nessuno, se non essere, letteralmente, “irresponsabili”? E quello che sta sotto i nostri occhi, nella crisi profonda che l’Italia e l’Europa intera stanno attraversando, non deriva proprio dal fatto che la “filosofia” dell’irresponsabilità – «nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di giudicare le nostre scelte e i nostri desideri» – è ormai quella dominante, dissolvendo – a tutti i livelli – i legami comunitari, che sono sempre fondati sulla reciproca responsabilità? Vista sotto questo profilo, la logica che sta alla base del testo approvato, ma ancor più degli altri che presto verranno proposti (per dichiarazione dei suoi stessi fautori), appare meno rivoluzionaria di quanto si vorrebbe far credere. Essa rispecchia, in definitiva, quell’individualismo possessivo che rende il singolo padrone esclusivo della sua vita e dei suoi beni, ignorando il fittissimo tessuto di relazioni che in realtà lo legano ad altri e, in ultima istanza, a tutta la comunità.

Ma è davvero questa la dignità della nostra vita? E, se così non fosse, può esserlo della nostra morte?

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