Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

savagnone-3-small-articoloLa celebrazione della Pasqua, domenica scorsa, ha coinciso con un evento – la vittoria di Erdogan nel referendum svoltosi in Turchia – che completa il quadro disastroso delineatosi negli ultimi mesi, a livello planetario, con la Brexit in Inghilterra, l’elezione di Trump negli Stati Uniti e l’accresciuta aggressività della Corea del Nord, sullo sfondo della sempre maggiore diffusione dei movimenti populisti in Europa e del dilagare del terrorismo islamico legato all’Isis.

Per noi, eredi del mito illuminista delle «magnifiche sorti e progressive» (come già sarcasticamente le definiva Leopardi) dell’umanità, questi eventi sono stati altrettante dolorose smentite di tante speranze, rivelatesi illusorie.

Avevamo creduto in un’Europa sempre più capace di superare tutte le barriere del passato e di realizzare un’unità anche politica, a sostegno di quella economica e monetaria, e invece i legami che si erano faticosamente creati sono in crisi profonda, soprattutto per la scelta inglese, ma anche per la pressione crescente di un’opinione pubblica sempre più sensibile alla propaganda martellante dei movimenti populisti, per loro vocazione antieuropeisti.

Avevamo immaginato gli Stati Uniti come un paese saldamente legato a una tradizione democratica, ed è emerso un suo volto – in realtà da sempre presente, ma spesso  ignorato – che ce li ha mostrati nella loro versione razzista, machista e irrazionalista.

Avevamo sperato che la Turchia potesse col tempo diventare il tramite tra l’Europa e il mondo islamico, portatrice dei valori occidentali e al tempo stesso rappresentante di quelli dell’Oriente, e invece essa sembra allontanarsi sempre di più dalle logiche democratiche e pluralistiche irrinunciabili per la nostra cultura.

Avevamo pensato che l’incubo di una guerra nucleare fosse ormai archiviato e appartenesse alla storia del secolo scorso, e invece ci troviamo di nuovo a trepidare per il possibile scatenarsi di armi il cui effetto spaventoso avrebbe ripercussioni sull’intero pianeta.

Avevamo visto in alcuni dei movimenti sorti “dal basso” in Europa un salutare antidoto all’autoreferenzialità e alla corruzione della classe politica, e invece ci troviamo di fronte a una chiassosa e ambigua anti-politica.

Avevamo sperato per un breve momento nella “primavera araba”, ed è venuta fuori l’Isis; peggio ancora, si diffonde sempre più una violenza che ormai si manifesta anche al di fuori di progetti precisi e fa leva su squilibri, malesseri e rivendicazioni di cosiddetti “cani sciolti”, anche di persone che per cultura, educazione e condizione sociale sembravano ormai pienamente integrati nelle rispettive società europee di appartenenza.

Si tratta di uno scenario senza dubbio inquietante. Ma ancora più inquietante è il fatto che ad opporsi a queste derive sono delle posizioni anch’esse in larga misura problematiche, in cui non possiamo riconoscerci. L’unità europea che la Brexit colpisce è anche quella delle banche e della burocrazia di Bruxelles; ad opporsi a Trump era la Clinton, emblema della finanza e di una prospettiva etica dichiaratamente favorevole all’aborto e ai matrimoni gay; l’Europa da cui la Turchia di Erdogan si allontana è la stessa che l’ha incaricato, pagandola profumatamente, di svolgere il “lavoro sporco” bloccando gli immigrati con i suoi metodi brutali; la controparte della Corea del Nord è un presidente degli Stati Uniti che ha dato uno spazio inusitato, nella propria amministrazione, ai militari  e che parla un giorno sì e l’altro pure di guerra; il populismo viene condannato da politici che ogni giorno ne rafforzano la crescita con la loro pessima testimonianza; l’Isis, così come il terrorismo internazionale, si servono di armi costruite nei paesi occidentali e da essi vendute a suon di dollari.

Davanti a questo quadro, la convinzione illuminista che il male, nelle sue varie forme, sia un fenomeno legato a una incompleta crescita dell’umanità e destinato, perciò, a essere irreversibilmente superato, viene smascherata per quella che è: un’illusione. Non si tratta di negare dei progressi, che indubbiamente, in singoli settori, ci sono stati (anche se, quando si va a verificare in concreto, a volte si scopre che pure questi progressi sono più apparenti che reali, come per esempio nel caso dell’abolizione della schiavitù, di fatto ancora diffusissima in varie regioni del mondo). Ma è l’andamento complessivo  della storia a confermare, sotto i nostri occhi, ciò che già avevano ampiamente evidenziato, nel secolo scorso, le due guerre mondiali e l’avvento dei totalitarismi: e cioè che vi è qualcosa di strutturalmente ambiguo, negli esseri umani e nelle dinamiche storiche da essi avviate, che si manifesta nella perdurante tendenza all’irrazionalità, alla violenza, all’intolleranza, alla sopraffazione reciproca.  Caino è dentro di noi e gli slogan ottimistici servono solo a nasconderne la presenza.

Questo può costituire per molti motivo di scoraggiamento. Eppure ci sono, nel mondo attuale, anche segni di una positività che il male non riesce a distruggere. Il fatto è che ottimismo e pessimismo sono due posizioni troppo facili per essere vere. La verità è più complessa. E qui il richiamo alla Pasqua cristiana cessa di essere un riferimento meramente cronologico o, al massimo, celebrativo, per assumere una singolare attualità, sia agli occhi dei credenti, per il suo valore teologico, sia a quelli dei non credenti, per il suo  significato anche semplicemente umano.

Perché il messaggio pasquale, centrato sull’idea che il Crocifisso è anche il Risorto,  parla di una compenetrazione inscindibile, finché dura il tempo, tra il bene e il male – senza croce non c’è neppure la resurrezione – e di una finale vittoria del primo sul secondo, che però non ne elimina mai la presenza. Ai suoi apostoli che dubitano della sua identità, quando appare loro nel cenacolo,  Cristo mostra non la sua gloria, ma le sue mani e i suoi piedi trafitti. Egli rimane anche adesso il Messia sconfitto, le cui ferite  non sono mai del tutto dietro le spalle, anzi vengono assunte nella sua nuova vita  come un segno di riconoscimento.

Anche in un mondo dove Caino continua a imperversare c’è speranza. Anzi, poiché ognuno di noi porta in sé qualcosa di negativo che lo rende un po’ Caino, oserei dire che c’è speranza anche per Caino. L’importante è non arrendersi e continuare a chiamare male il male e bene il bene, accettandone al tempo stesso la mescolanza nella nostra esperienza quotidiana. L’importante è non cessare di lavorare per costruire una società e una politica migliori, senza lasciarsi scoraggiare dalle sconfitte che si susseguono. La politica è lo specchio di una società. Forse perciò è da noi stessi che dobbiamo ricominciare, per cambiare qualcosa.  Il Crocifisso Risorto di Pasqua ci dice che possiamo farlo.

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