Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Lorenzo Jannelli

Magistrato. Fa parte della Pastorale per la cultura della Diocesi di Palermo. È stato responsabile di Tuttavia.eu dalla costituzione del sito sino al 2015.

1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».5 Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra».7 Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».8 Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9 e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10 Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti:Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».

11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

 

desert

Il periodo della quaresima è un tempo prezioso per la riflessione cristiana sull’uomo e sul suo rapporto con Dio. In questi quaranta giorni che ci separano dalla Pasqua richiamiamo alla mente i quarant’anni vissuti dal popolo d’Israele nel deserto, nella solitudine e nel dubbio, quando il bisogno di sopravvivenza e di autoaffermazione per gli ebrei rischiava di far dimenticare la fede nel Dio dei padri. E’, infatti, in momenti di crisi radicale che, in genere, si profila l’occasione per fare verità su stessi.

Di uno di questi momenti difficili la liturgia fa, dunque, memoria, non proponendo tanto un percorso di approfondimento psicologico di tipo individualistico, quanto un vero e proprio viaggio di riscoperta dello stato della relazione tra l’uomo e Dio e tra l’uomo ed i fratelli. Tutto ciò attraverso il silenzio, la preghiera ed il digiuno, pratiche difficili, di “deserto” in cui lo Spirito ci accompagna costantemente, non lasciandoci mai da soli.

In questo periodo, siamo chiamati a trovare spazio e tempo per lasciar parlare l’Altro, siamo chiamati a riguadagnare la confidenza con un Amico con cui non ci aprivamo da tempo, a riscoprire nella libera e consapevole presa di distanza da ciò che non è vitale, né essenziale, quello di cui veramente non possiamo fare mai a meno.  Sempre, comunque, ben consapevoli che “tutto ciò che facciamo – elemosina, preghiera, digiuno – o ci aiuta a essere più capaci di amore o, altrimenti, non va praticato, perché l’amore, la carità è il télos, lo scopo di ogni legge e disciplina” (Enzo Bianchi).

Seguendo questo faticoso percorso di discernimento su cosa realmente si agita nel nostro cuore – il nostro deserto – seguiamo le orme di Gesù che, pieno di Spirito santo, di ritorno dal Giordano dove ha ricevuto il battesimo, nello Spirito fu condotto al deserto.

Solo sotto la guida dello Spirito, e mai senza di esso, si può entrare utilmente nel deserto e affrontare la prova, come già Israele durante l’Esodo, come Mosè prima di ricevere le tavole della Legge. Anche allora il deserto fu per gli ebrei un luogo di prova e, nel contempo, di intimità con Dio: «ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto … per metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti» (Dt 8,2).

Il deserto, i quaranta giorni e le tentazioni si ripresentano, dunque, a Gesù, il quale è chiamato a rivivere l’esperienza d’Israele, ma riesce, al contrario del popolo eletto, a superare il momento della prova ed a rivelare la sua fedeltà al Padre e la sua obbedienza fino al momento della croce.

La tentazione, la “prova” (in greco, peirasmos), è sperimentata da Gesù fino in fondo: nel deserto e nel digiuno Egli affronta la fragilità della natura umana, le proprie debolezze e, al termine di tutto il periodo (il numero quaranta esprime simbolicamente l’interezza nella cultura ebraica), proprio allora Egli ha fame.

E’ a questo punto, davanti alla pretesa dittatura del bisogno primario che crea divisione anche in chi voglia tenere fede a ciò in cui crede, che si insinuano una per volta le tre prove del demone: trasformare la pietra in pane; possedere la potenza e raggiungere la gloria nel mondo; la richiesta di un miracolo che salvi la vita.

Le tre tentazioni mirano a coinvolgere distinti livelli di consapevolezza per l’uomo, a partire dal corpo e dalla dimensione fisica, quella del bisogno e delle sue regole, fino al livello intellettuale e psichico della sete di potere e, in ultimo, fino alla prova della stessa fede in Dio.

Ma ciò che è singolare è che il confronto tra Gesù e satana avvenga sullo sfondo della Parola di Dio. Il demone parla citando le Sacre Scritture, proclamando un antievangelo quale può divenire ai nostri orecchi la Parola di Dio tutte le volte che si è tentati di distorcerla e piegarla a proprio uso e consumo.

La strumentalizzazione della Scrittura è artificio diabolico, di cui possiamo farci noi stessi interpreti, ogni volta che la invochiamo a dare forza alle argomentazioni dei nostri conflitti o delle nostre pompose dissertazioni. In quel caso la Scrittura rimane libro, non vita, un semplice sostegno ad un discorso di potenza, di gloria o semplicemente di affermazione personale. Così come avviene tutte le volte che ci si accosta alle Scritture per leggervi una conferma al proprio tentativo di auto-salvezza. Senza ascoltare ciò che la Parola dice, le Scritture riflettono, come in uno specchio, soltanto il proprio volto.

E la tentazione ci illude che, nella crisi, guardare solo a se stessi equivalga a vedere il volto di Dio. La creatura si fa creatore. Nella tentazione, percepisco che “io” ce la posso fare. È questa la seduzione profonda: scambiare il pane o il reddito, il potere e la gloria per la vita piena in Dio.

Il passo successivo è che, se si ha tutto questo, non c’è bisogno di altro, non c’è bisogno di Dio. In quel caso, la creatura che si crede creatore potrà pretendere l’aiuto divino con uno schiocco di dita per salvare sé o altri da un pericolo mortale.

Capita anche di tentare Dio stesso per provarne l’esistenza e la potenza attraverso un segno spettacolare, di porre a Dio il ricatto del miracolo da parte di chi interpreta la propria fede come una sorta di polizza assicurativa per il (proprio) futuro. Perché, in fondo, del male e della morte l’uomo ha paura e ad essa non può che soccombere del tutto nel tentativo di stornarla con il cibo, con il potere e il dominio, cui troppo spesso fa da cassa di risonanza una fede miracolistica di piccolo cabotaggio in un Dio mago.

A tutto questo Gesù risponde con la forza di una Parola che richiama l’autonomia dell’uomo rispetto al mondo e rispetto agli stessi bisogni, riaffermando la signoria di Dio che è l’unico a dare la vita e la salvezza.

Al Padre Gesù conferma la propria adesione profonda e a Lui ci invita a guardare, tenendo fermi lo sguardo e l’orecchio in compagnia dello Spirito, nella preghiera quotidiana, indispensabile baluardo contro le continue sollecitazioni a distogliere l’attenzione altrove, a salire sul pinnacolo del tempio per l’ebbrezza di un istante.

Non siamo, però, uomini per un istante. La nostra chiamata è ad essere uomini nel tempo in compagnia di Dio.

 La quaresima ci invita a farne memoria e a persistere nella lotta lucida contro gli idoli che ci allontanano dal Signore, “confessando con la bocca e con il cuore” che nulla potrà separarci dall’amore di Dio: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?..In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore» (Rm 8,35-39).

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One Response Comment

  • Pedante Scolastico  marzo 3, 2017 at 10:54 am

    Grazie per i preziosi spunti. Solo una piccola puntualizzazione linguistica (e chiedo scusa in anticipo: sono consapevole che si tratta di una mia fissazione).

    In questo passo l’interlocutore di Gesù viene chiamato quattro volte “diavolo” (διάβολος), una volta “il tentatore” (ὁ πειράζων) e Gesù stesso lo chiama “Satana” (Σατανᾶ).

    Chiamarlo “il demone” è inappropriato e riduttivo: intanto perché si utilizza un termine mutuato dalla cultura pagana e non da quella giudeo-cristiana; poi perché nella nostra lingua “demone” indica soltanto un impersonale impulso interiore che travolge e offusca la nostra volontà (“il demone del gioco”, “del bere” ecc.). Non è con questo che Gesù si confronta nel deserto! Il diavolo è un potente essere spirituale personale, nemico di Dio e della nostra salvezza.

    Purtroppo l’assonanza di “demone” con “demonio” induce a confusione…

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