Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Luigi d'Andrea

Professore ordinario di Diritto costituzionale presso l'Università di Messina, vicepresidente nazionale del MEIC (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale), sposato e padre di due figli.
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referendumQueste poche parole erano state scritte a qualche ora dall’apertura delle urne referendarie, quando non era ancora noto se nei voti espressi dal popolo sovrano sarebbe risultata prevalente l’opzione favorevole alla legge di revisione costituzionale recentemente approvata dal Parlamento, ovvero la volontà di opporsi alle modifiche della Carta fondamentale deliberate dalle Camere, mantenendone in vigore il testo vigente. La lunga campagna referendaria, che si era appena conclusa, ha avuto il grande merito di indurre (o, se si vuole, di costringere…) il Paese a discutere, sia pure con i limiti di cui dirò tra breve, della Costituzione, dei sui principi, di suoi istituti, del ruolo imprescindibile che essa riveste ai fini di un’autentica crescita sociale e civile. Pure, essa non è risultata certo priva di gravi criticità, a partire dall’indebita personalizzazione impressa alcuni mesi orsono dallo stesso Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che successivamente ha tentato, non senza difficoltà e qualche contraddizione, di fare marcia indietro: ma non sono davvero mancate, da parte di entrambi gli schieramenti, volgari semplificazioni, accuse infamanti (a mio parere, del tutto ingiustificate…), pesanti manipolazioni, ripetute manifestazioni di ignoranza o almeno di carenza di informazioni corrette.

Dal mio punto di vista, la criticità più rilevante che emerge dal dibattito complessivo che ha segnato ed accompagnato questi mesi di campagna referendaria è rappresentata dall’incapacità di collocare e mantenere le argomentazioni (naturalmente, favorevoli e contrarie…) ad un livello congruo alle norme sull’abrogazione o sull’introduzione delle quali il popolo era chiamato a decidere: è largamente mancato un dibattito calibrato ed “ambientato” sul tono costituzionale del quesito referendario, e perciò attento a valutare le innovazioni proposte in una prospettiva di medio-lungo periodo, tanto con riferimento al passato, quanto con riferimento al futuro. Dunque, occorreva la capacità – troppo spesso è mancata, anche laddove protagonisti del confronto erano esponenti culturalmente qualificati… – di guardare alle radici storiche dei problemi su cui la riforma ha inteso incidere, nonché lo sforzo di volgere uno sguardo lungimirante sulle dinamiche politico-istituzionali che dalla revisione costituzionale proposta (o dal mantenimento della normazione vigente) potrebbero essere generate al di là della congiuntura. Troppo spesso, il confronto si è drammaticamente ridotto (inevitabilmente, immeschinendosi…) ad uno scontro tra favorevoli e contrari rispetto al Governo in carica, se non addirittura tra amici e avversari del giovane Presidente del Consiglio!

Mi è capitato di prendere parte a dibattiti pubblici in cui, di fronte agli sforzi di porre l’attenzione critica intorno alle questioni propriamente costituzionali che sono oggetto della riforma sulla quale il popolo italiano è stato chiamato a pronunziarsi in via definitiva, è stato obiettato che non si può chiede ai semplici cittadini di decidere in ordine a teme di rilevante complessità (giuridica, ma anche tecnica, politica…). Si tratta di un’obiezione che fa pensare…. Innanzitutto intorno ai limiti di fisiologica operatività del principio democratico, nonché intorno all’esigenza che le classi dirigenti (politiche, ma non solo…) sappiano assumersi le responsabilità che loro competono. Ma pure a me sembra che si debba porre in evidenza come la strada segnata da quella obiezione possa condurre verso uno sbocco – naturalmente, da me reputato assolutamente da evitare…. – di progressiva riduzione degli spazi di partecipazione democratica, se non infine verso esiti francamente non democratici: infatti, se i cittadini non sono in grado (di più: si dichiarano non essere in grado…) di assumere decisioni politicamente e/o tecnicamente complesse, come potranno essere reputati capaci anche solo di scegliere coloro che tali decisioni dovranno assumere?

In realtà, non si insiste mai abbastanza sull’esigenza che, in un sistema autenticamente liberal-democratico, la cittadinanza si collochi all’altezza delle sfide che un simile modello di convivenza politica reca in sé: adeguatamente colta, sufficientemente informata, nutrita di un robusto senso civico, aliena da chiusure localistiche e nazionalistiche, allergica ai facili slogan demagogici, capace di operare le distinzioni di livello e di ambito (etica, diritto, politica, religione, economia…) di cui vivono i delicatissimi equilibri propri di un ordinamento liberal-democratico, ed anche di cogliere le inevitabili ed anche necessarie influenze reciproche che si innescano tra quei livelli e quegli ambiti. È appena il caso di osservare, in conclusione di queste brevi considerazioni, che si è appena delineato, in stringatissima sintesi, il modello di cittadinanza che i sistemi costituzionali contemporanei richiedono, e che, come è proprio di ogni modello, esso non si realizza mai compiutamente: tuttavia, esso indica la direzione verso la quale, come singoli, come pluralistiche realtà sociali e come complessiva comunità politica, conviene muovere se si vuole garantire un vitale futuro al valore democratico.

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