Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

savagnone-3Ciò che gli esseri umani hanno sempre temuto, più di ogni altra cosa, è sempre stata la morte. Forse siamo alle soglie di una svolta, per cui la minaccia più grande potrebbe diventare quella di sopravvivere a tutti i costi.

Sembra un paradosso, ma non lo è più se si considera ciò che ormai la tecno-scienza medica è in grado di mettere in opera per prolungare la vita. Non solo le grandi malattie sono sempre più efficacemente curabili, ma una serie di disturbi che un tempo logoravano il fisico conducendolo alla fine possono essere tenuti a bada, se non del tutto risolti, con sofisticate cure farmacologiche.

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: aumenta la popolazione anziana (65 anni e oltre) pari al 21,7%; i cosiddetti “grandi vecchi” (80 anni e più) crescono ogni anno di un punto decimale (nel 2014 erano il 6,5% della popolazione); aumentano anche gli ultracentenari: al 31 dicembre 2014 se ne contavano 19 mila (3 mila uomini e 16 mila donne). Le persone con almeno 105 anni sono più di 800; le persone con 110 anni e oltre sono 18.

Questa tendenza è destinata ad accelerare ancora di più nel prossimo futuro. Secondo le più accreditate previsioni, nei Paesi industrializzati il segmento di popolazione che aumenterà maggiormente sarà quello degli ultraottantenni, il cui numero assoluto, entro il 2050, risulterà praticamente quadruplicato. E il numero di soggetti con disabilità, tra i soggetti di età più avanzata, aumenterà in proporzione. In particolare crescerà l’incidenza di numerose patologie neurodegenerative che si caratterizzano per il deficit cognitivo legato all’età, prima tra tutte la malattia di Alzheimer.

Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, si stima che nel 2050 la quota di ultrasessantacinquenni ammonterà al 35,9% della popolazione totale, con un’attesa di vita media pari a 82,5 anni (79,5 per gli uomini e 85,6 per le donne).

Per un verso, questi dati sono confortanti. La “terza età” può, in molti casi, costituire una stagione serena e ancora, sotto molti profili, feconda. E basta guardare ad alcuni protagonisti del mondo attuale per rendersene conto: il neoeletto presidente degli Stati Uniti ha settant’anni; papa Francesco il 17 dicembre p.v. ne compie ottanta. E in molte famiglie gli anziani sono una risorsa di affetto e di umanità per figli e nipoti.

Non mancano, tuttavia, i motivi di inquietudine, di fronte al fenomeno del prolungarsi indiscriminato della vita. Non intendo qui affrontare le sue conseguenze sul piano economico e sociale, che sono di fatto quelle su cui più spesso si punta l’attenzione degli analisti. Il problema che mi interessa è invece quello delle condizioni di vita degli anziani. E tutti abbiamo qualche esperienza di quello che può significare il prolungarsi della vita, quando le condizioni fisiche e mentali non consentono più di condurla in modo accettabile.

Nel famoso libro di Jonathan Swift I viaggi di Gulliver (1726), si narra, fra l’altro, della visita del protagonista nell’immaginario paese di Luggnagg, dove gli abitanti del luogo gli parlano degli Struldbrugs, individui che, per qualche misterioso motivo, nascono immortali. La prima reazione di Gulliver, davanti a questa inaudita esperienza, è di invidia. Egli si lascia subito andare ad immaginare cosa farebbe e una simile fortuna fosse toccata a lui.

Ma i suoi interlocutori si affrettano a disilluderlo. Nascere immortali, nella loro società, era considerato non una fortuna, ma una condanna. «Tutto il programma d’esistenza da voi formulato nell’ipotesi di godere dell’immortalità», gli fanno notare, «presuppone un’eterna giovinezza e una forza e una salute inalterabili». In realtà, gli Struldbrugs invecchiavano e subivano gli acciacchi dell’età come tutti gli altri, con la sola differenza che non morivano. «Le loro malattie si prolungano senza più aggravarsi né dar luogo a guarigione». «Nel parlare, essi dimenticano i nomi dei più comuni oggetti e dei più intimi amici». Più in generale, «perdevano la memoria di qualunque avvenimento, o tutt’al più si ricordavano, e molto all’ingrosso, di ciò che avevano visto o imparato da bambini o da giovani».

Anche dal punto di vista del carattere, questi “immortali” «diventavano testardi, burberi, avari, queruli, pettegoli, non erano più capaci d’amicizia e ripudiavano ogni tenero affetto familiare (…). Divorati di continuo da smanie e desideri inappagabili, invidiavano sopra tutto i vizi dei giovani e la morte dei vecchi».

Anche i rapporti umani, alla prova dell’immortalità, si logoravano a tal punto da risultare insostenibili. «”Allorché un immortale” aggiunse il mio interlocutore, “si sposa con una immortale, il matrimonio viene disciolto, per una legge dello stato, quando il più giovane dei due coniugi ha raggiunto gli 80 anni; già che si ritiene giusto che un disgraziato, costretto a campare, senza suo desiderio né colpa, per l’eternità, non debba anche per colmo di sventura vivere insieme a una donna egualmente immortale».

Questo deterioramento della vita relazionale aveva il suo completamento nel progressivo sradicamento culturale causato dai cambiamenti della lingua, della mentalità e dei costumi: «Inoltre, essendo la lingua luggnagghiana molto proclive a cambiare, gli Struldbrugs, nati ed educati in un secolo, stentano a capire gli uomini nati nei secoli seguenti, e duecento anni dopo non possono più sostenere una conversazione coi propri bisnipoti, sicché si trovano sempre come stranieri nella loro patria stessa».

Questo racconto, per quanto spiacevole e unilaterale, contiene un monito da non trascurare. Il rischio dell’accanimento terapeutico – denunciato dalla Chiesa come opposto e simmetrico alla logica perversa dell’eutanasia – va preso sul serio ed evitato, non solo e non tanto per evitare un inutile dispiego di mezzi eccezionali (di solito a favore dei ricchi) che potrebbero essere meglio utilizzati in altri contesti (in cui avrebbero la funzione di migliorare effettivamente le condizioni di vita del paziente), ma anche per rispetto alle persone, a volte “costrette” a trascinare una sopravvivenza quasi del tutto artificiale da una macchina sanitaria che opera quasi automaticamente, prescindendo dalle prospettive di qualità della vita del soggetto.

In questo “estremismo delle cure” può anche giocare un ruolo, talvolta, la preoccupazione dei medici di evitare contestazioni e azioni legali da parte dei parenti dell’anziano. Qui forse gioverebbe una maggiore consapevolezza, da parte di tutti (e non solo dei medici) dei limiti della medicina. Ferma restando la necessità assoluta di evitare di cedere a una “cultura della morte”, che, all’altro estremo, vorrebbe giustificare interventi funzionali alla cessazione della vita.

Il problema è grosso e non pretendo, in questa sede, di risolverlo, ma solo di porlo. Evidentemente nessuno ha la soluzione in tasca. In certi casi – e questo forse è uno di essi – l’importante non è tanto avere già pronta la risposta, quanto non chiudere gli occhi sulle domande.

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