Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Andrea Idini

Andrea Idini

Andrea Idini, laureato e dottorato in Fisica presso l'università degli studi di Milano. Ora ricercatore Newton fellow all'università di Surrey. Gestisce il blog su fisica, filosofia e nuovi media http://www.phme.it/
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university_rankingNessuna graduatoria può essere rappresentativa della qualità didattica, che è un fattore troppo qualitativo per essere valutato in modo secco quantitativamente. Quello che fanno le graduatorie è raccogliere dei parametri che possano essere correlati alla qualità dell’università sotto certi criteri, l’importante è capire se questi criteri fanno al caso nostro e sono dei parametri che rispecchiano ciò che cerchiamo (e reputiamo importante) in una università.

Spesso ci si chiede come mai le università Italiane non svettano nelle graduatorie internazionali. Le ragioni sono molteplici e non sempre riconducibili alla qualità della ricerca e tanto meno della didattica nei nostri istituti.

Ad esempio, spesso fra i parametri entra lo stipendio degli “alumni”, i laureati degli anni passati. In tal caso è ovvio che le università italiane siano svantaggiate rispetto a quelle situate dove l’economia è più florida, o anche solo rispetto a quelle dove si paga centinaia di migliaia di dollari o sterline il degree, e di conseguenza invogliano un lavoratore laureato deve sempre “rientrare nell’investimento”. Ovvero, in USA la paga dei lavoratori specializzati è piuttosto alta per i nostri standard (tranne che per gli accademici), ma se è necessario ripagarsi 150 mila $ di debito di studio non si accetta una paga d’ingresso che non sia commisurata.

A volte fra i parametri rientra in grossa parte la soddisfazione studentesca, che è un’altra cosa che raramente è indicatore di buona istruzione, anzi nel lungo termine ne è probabilmente inversamente correlata (voti più alti e più party -> soddisfazione più alta e istruzione più carente).

A volte fra i parametri rientrano celebrities varie fra studenti, alumni e staff, che sì implicano premi nobel e imprenditori di successo, ma anche sportivi e attori. Perfino (e non prendo in giro) cose come la qualità del verde universitario e delle strutture, il numero di concerti organizzati, e fondi donati in opere caritatevoli e sul territorio.

Queste classifiche sono, ad esempio, la University League Table del Guardian in UK, quella del Times o la QS, e sono praticamente carta straccia per bimbi ricchi e poco hanno a che vedere con la qualità della ricerca e della didattica svolte sul territorio.

Altre classifiche invece, come lo Shanghai Ranking, sono più incentrate su qualità dell’insegnamento data da parametri come il rapporto professori/studenti, e la qualità della ricerca. L’assunto è che se un world leader in una certa materia fa lezione, sarà un grosso vantaggio per l’alunno, e la qualità dell’apparato docente si valuta dall’impatto di ricerca.

Questo è vero, tuttavia ha il difetto che per far brillare il dipartimento nel ranking, si tenderà a focalizzare l’insegnamento su materie ad alto appeal di ricerca, ma magari a scarso appeal applicato o didattico. Ad esempio in Fisica hanno valutazioni altissime i dipartimenti leader di teoria delle stringhe e oltre il modello standard, perché sono quelli che producono più citazioni e nei loro paper di ricerca (spesso anche con pratiche non proprio cristalline, come “chasing the ambulance”, ma è un altro discorso), se qualcuno non volesse fare teoria delle stringhe però non se ne fa molto di un dipartimento eccellente in quella materia.
Al contrario un dipartimento con un una offerta formativa buona e molto varia, viene penalizzato perché non avrà l’output di ricerca concentrato nelle aree più “di moda” ma sprecherà risorse in cose applicate o “old fashioned”, che pur è bene insegnare al meglio (fisica nucleare, ad esempio).

Inoltre sebbene il rapporto professori/studenti sia un buon parametro, nulla dice sull’efficienza dell’utilizzo di tale rapporto professori studenti. Soprattutto nulla dice sulla cultura dell’insegnamento e i sistemi pedagogici in uso in un certo dipartimento che fanno effettivamente la differenza fra formare gente estremamente preparata o gente estremamente mediocre, a prescindere dal fatto che in 1 su 20 studenti diventa dottorando e continua una linea di ricerca di moda con un luminare e ha quindi un futuro assicurato in ricerca.

Il motivo per cui in Italia il ranking è basso è anche perché si predilige una frammentazione delle linee di ricerca, a vantaggio degli studenti ma a svantaggio del ranking. Le università gigantesche di Oxford e Cambridge, e le università americane, con dozzine di laboratori connessi al dipartimento principale e che assimilano i fondi di diverse università Italiane in una singola entità, giocano bene nelle graduatorie estensive come la stragrande maggioranza dei ranking. Non è un problema solo Italiano questo, ma di cui soffrono tutte le università europee, tendenzialmente più storiche e frammentate. In un paper del 2005 veniva analizzata come, sebbene nessuna delle Università di Parigi raggiungesse la top 100 dello Shanghai ranking, semplicemente unendo le 12 attuali principali università parigine sotto una unica denominazione formale, questa “Ancienne Sorbonne” scalzerebbe di gran lunga Harvard come numero uno mondiale nel ranking con costi di mantenimento paragonabili.

Infine in Italia i fondi per la ricerca sono veramente pochi anche in termini assoluti e quindi diventa difficile valorizzare i grandi talenti (come rimarca l’ultimo premio Nobel e l’occasione persa di Balzani), fornire gli strumenti, e pure fare un po’ di sano lobbismo a Stoccolma.
Tutto questo ha il suo impatto, senza nascondersi dietro a un dito, sulla qualità e quantità della ricerca, e quindi sul ranking.

Il ranking insomma non è indicativo della qualità didattica e non è del tutto indicativo della qualità di ricerca. Tuttavia rimane un criterio utile per l’orientamento, specialmente usato in congiunzione con una buona analisi delle proprie attitudini e della analisi della produzione specifica di un certo dipartimento, per scegliere dove fare una specializzazione onde indirizzarsi con più certezza verso percorsi di ricerca a sbocco sicuro e non rischiare, come può capitare in dipartimenti non al vertice, di impantanarsi a studiare per 1 anno di tesi (o magari 3 di dottorato) cose vecchie e di scarso interesse.

In definitiva per una buona triennale è molto più importante la cultura accademica di contorno, che aiuta a formare le qualità dello studente, come l’indipendenza e la cultura generale. L’Università Italiana è ancora fortissima sui fondamentali, con una preparazione veramente solida fornita da un buon numero di professori e con un carico didattico che non risparmia né patronizza lo studente.

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