Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Mario Affronti

Mario Affronti

Direttore regionale per la pastorale delle migrazioni e past-president della SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni).
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migrantesTelegiornali, quotidiani, discorsi politici, tweet – avvezzi a offrire temi e sbocchi alle ansie e alle paure pubbliche – non parlano d’altro oggi che della “crisi migratoria” che travolgerebbe l’Europa, preannunciando il collasso e la fine dello stile di vita che conosciamo, conduciamo ed amiamo.

La crisi è diventata una sorta di nome in codice, politicamente corretto, di questa fase dell’eterna lotta condotta dagli opinion maker per conquistare e soggiogare le menti e i cuori. Le notizie provenienti dal campo di battaglia stanno ormai per scatenare un vero e proprio attacco di “panico morale” (nell’accezione comunemente accettata dell’espressione come “il timore, diffuso tra moltissime persone, che un qualche male minacci il benessere della società”.

Mentre scrivo queste righe una nuova tragedia – frutto di dura indifferenza e cecità morale – aspetta di colpire. I segnali si moltiplicano: gradualmente ma inesorabilmente la pubblica opinione, complici i media assetati di ascolti, inizia a stancarsi di provare compassione per la tragedia dei profughi. Bambini che annegano, la fretta di erigere muri, il filo spinato, i campi di accoglienza gremiti, i governi che fanno a gara per aggiungere al danno dell’esilio, della salvezza rocambolesca, di un viaggio estenuante e periglioso la beffa di trattare i migranti come patate bollenti: questi abomini morali ormai non sono più una novità, e tanto meno “fanno notizia”.

Purtroppo il destino dei traumi è di convertirsi nella tediosa routine della normalità, e il destino del panico morale è di consumarsi e sparire dagli occhi e dalle coscienze avvolte nel velo dell’oblio. Chi ricorda più i profughi afghani in cerca d’asilo in Australia che si gettano nel filo spinato a Woomera o vengono relegati nei grandi campi di prigionia creati dal governo australiano a Nauru e sull’isola di Natale “per impedir loro di entrare nelle acque territoriali”? O le decine di esuli sudanesi uccisi dalla polizia nel centro del Cairo “dopo che l’Alto commissariato Onu per i rifugiati li ha privati dei loro diritti”? Così Z. Bauman (Stranieri alle porte, GLF Ed. Laterza, settembre 2016).

Così Papa Francesco: “Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”. Sono questi gli interrogativi posti nel suo intervento da Papa Francesco, il 6 maggio 2016, dopo aver ritirato il Premio Internazionale Carlo Magno 2016 alla presenza delle maggiori autorità parlamentari europee e di varie personalità internazionali. Sono interrogativi, allo stesso tempo, duri ed impegnativi che comunicano tutta la complessità del momento storico caratterizzata da persone che “bussano alle porte dell’Europa” in cerca non più e non solo di lavoro ma di protezione, perché in fuga da guerre, da disastri ambientali, da un mondo e un territorio in cui la vita è messa a rischio.

Completamente accecati da questa nuova realtà migratoria, ci troviamo di fronte al grande rischio di perdere la memoria di cosa sono oggi l’Europa e l’Italia alla luce dell’ultimo trentennio di flussi migratori; di dimenticare, cioè, che tanto l’Europa quanto l’Italia sono luoghi composti da “famiglie di popoli” riunite dai padri fondatori del progetto europeo per “edificare un edificio costruito da Stati che si sono uniti per libera scelta del bene comune”. Fare memoria diventa, necessario e imprescindibile per capire chi siamo e cercare percorsi giusti per il domani. Facendo memoria si arriva a capire che l’Italia di oggi, terra di flussi in entrata e in uscita, è luogo di culture vissute, di differenze abitate, di alterità residenti.

La Chiesa è da sempre attenta e partecipe alle trasformazioni che derivano dalla mobilità e non solo dal punto di vista operativo e di accompagnamento spirituale, ma anche da quello della conoscenza dei fenomeni che accadono, degli arrivi che si intrecciano sempre di più alle partenze di persone con cittadinanza italiana e non.

  • 50 anni rivista “Servizio Migranti” – organo di informazione dell’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana (Ucei) prima e poi della Migrantes o di “Italia Caritas” – organo di informazione della Caritas Italiana
  • un editoriale di Servizio Migranti del 1971 titola: Se l’Italia fosse un paese di immigrazione?, proprio perché a seguito di queste analisi puntuali e annuali comincia ad essere evidente che l’intero sistema migratorio europeo si sta trasformando a partire dagli anni Settanta. Nel censimento del 1971 gli immigrati sono 120 mila e nel decennio successivo avranno un primo raddoppio. Negli anni 70, l’Italia, oltre che attraversata da migliaia di profughi, vede arrivare i primi nuclei di stranieri da diverse nazioni: ci sono, ad esempio, i cileni rifugiatisi in Italia dopo il golpe di Pinochet del 1973, ma contemporaneamente a Milano sono già attive comunità cinesi, egiziane, eritree, salvadoregne; a Mazara del Vallo è già numerosa la comunità tunisina impiegata sui pescherecci. Inizia una consistente presenza iugoslava. Considerevole, tra gli immigrati, la componente femminile filippina e portoghese che trova occupazione nei lavori domestici. Inizia anche un’immigrazione dal Nord Africa, luoghi dove la caduta di molte dittature militari e regimi dittatoriali non permette il controllo dei flussi di uscita e di entrata.

In questo quadro nel 1971 nasce la Caritas Italiana, la cui storia inserita in quella della Chiesa Italiana, incrocia il cammino dell’Italia, le sue vicende sociali, politiche ed economiche. In Particolare, sul piano ecclesiale la formazione e l’impegno sociale di Caritas Italiana in riferimento all’immigrazione incrocia la storia dell’Ucei prima e dal 1987 quella di organismo nuovo voluto dalla Conferenza Episcopale Italiana, la Fondazione Migrantes, insieme ad una specifica Commissione episcopale per le migrazioni. Da quel momento in poi l’impegno di Caritas Italiana si intreccia a quello della Fondazione Migrantes, ciascuna con le proprie competenze e il proprio mandato dato per Statuto, condividendone lettura, formazione e impegno pastorale per le migrazioni come dimostrato dai vari Rapporti immigrazione di Caritas e Migrantes….

Il lavoro pastorale di Caritas e Migrantes, al servizio delle Chiese in Italia ha visto diverse tappe.

  • la prima, nel 1993, si ha con la pubblicazione degli orientamenti pastorali Ero forestiero e mi avete ospitato della Commissione episcopale per le migrazioni (Cemi). Un documento che sollecita a leggere la nuova stagione migratoria, non più in uscita ma in entrata, come un segno importante per sperimentare accoglienza, incontro, dialogo, ecumenico ed interreligioso, ma anche per rileggere la cittadinanza.
  • Segue nel 2000, la guida pastorale per l’immigrazione Nella Chiesa nessuno è straniero, realizzato dalla Fondazione Migrantes, dalla Caritas italiana e dall’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro: uno strumento ad uso degli operatori socio-pastorali che aiuta a costruire relazioni interculturali; ad accompagnare lavoratori, famiglie, minori; ad affrontare le problematiche della casa e della salute; a valorizzare il mondo associativo dei migranti; a combattere le diverse forme di razzismo e la tratta degli esseri umani.
  • Nello stesso anno parte la campagna giubilare del condono del debito estero, che porterà alla raccolta nelle parrocchie italiane di oltre 30 miliardi di lire e che permetterà di dare un segnale importante, sul piano nazionale ed internazionale, con il condono del debito estero della Guinea Conakry e dello Zambia.
  • Il decennio 2000-2010, guidato sul piano pastorale dalla nota pastorale Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, porta la Chiesa in Italia ad approfondire il tema della coniugazione della pastorale migratoria con la pastorale d’insieme. Nasce così il Convegno nazionale sulle migrazioni, svolto a Castelgandolfo nel febbraio 2003 e la successiva lettera del Consiglio episcopale permanente del novembre 2004 Migrazioni e pastorale d’insieme, che individua “nelle migrazioni un vero kairòs, un fattore qualificante di rinnovamento per la parrocchia [….] con la progressiva consapevolezza che l’attenzione ai migranti configura un capitolo nuovo, sostanzialmente inedito, dell’impegno missionario” (n.1), e per questo la necessità di una pastorale d’insieme nelle nostre comunità attorno alle migrazioni. Quest’ultimo sarà il tema coniugato alle tracce del Convegno ecclesiale di Verona del 2006: la tradizione, la fragilità, gli affetti, la festa e il riposo, la cittadinanza.
  • Nel contempo la Caritas svilupperà la promozione di campagne contro gli armamenti (nel 2002); pubblicherà il rapporto di attività di 20 anni di progetti sulla salute nel mondo coniugata allo sviluppo (2002); richiamerà l’attenzione sulle guerre dimenticate nel mondo (2003 e 2005); sottolineerà l’importanza di rinnovati stili di vita e del rispetto dell’ambiente (2006): tutte azioni che portano l’attenzione sulle cause delle migrazioni.
  • Il decennio in corso vede la Chiesa italiana coniugare l’attenzione al mondo dei migranti e delle loro famiglie con il tema nuovo, per numeri ed estensione sul territorio nazionale, dei richiedenti asilo e rifugiati: nel 2008 sbarcano in Italia 36.951 persone, nel 2009 – a causa dei respingimenti in mare condannati poi dalla Corte europea dei diritti umani – si scende a 19.090. Nel 2011, in seguito alle cosiddette “primavere arabe”, si arriva a 60.656 persone sbarcate e nel 2013 si scende a 42.925. Tra il 2014 ed il 1 giugno 2016 il numero degli sbarcati giunge a 370 mila.
  • E’ alla luce di questo fenomeno migratorio nuovo – che mette in luce le guerre, i disastri ambientali, le persecuzioni politiche e religiose, le nuove schiavitù – che il Consiglio permanente della Cei pubblica, nell’autunno 2015, il Vademecum per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, accompagnando e sviluppando una forma di accoglienza che sta impegnando oltre 2 mila strutture ecclesiali, con l’ospitalità e l’accompagnamento dei richiedenti asilo e rifugiati.
  • Profughi e migranti: nessuno declini la propria responsabilità. Il Papa pone il tema, rimarcando ancora una volta l’importanza di questa grande e dolorosa vicenda umana, e lo fa con una scelta assolutamente inedita che traduce in un atto senza precedenti nell’attribuzione di servizi che la Curia romana è chiamata a rendere alla Chiesa universale.

Perciò Francesco si interesserà per primo di profughi e migranti, direttamente, nei modi che ritiene opportuni. E’ così stabilito nello statuto del nuovo dicastero vaticano per il Servizio dello sviluppo umano integrale, del quale ha assegnato la guida al cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson. L’articolo 1, punto 4, dello statuto specifica infatti che questa sezione “è posta ad tempus sotto la guida del Sommo Pontefice” e che egli “la esercita nei modi che ritiene opportuni”, perché “non può esserci oggi un servizio allo sviluppo umano integrale senza una particolare attenzione al fenomeno migratorio”.

Con questo nuovo atto statutario Francesco sigla così anche il suo pontificato, contraddistinto dalle iniziative di prossimità prese come leit-motiv di questi anni. Da quel primo blitz a Lampedusa nel luglio 2013, da dove – in mezzo alle vittime dei barconi – ha lanciato il suo grido per scuotere l’indifferenza del mondo. In quella porta di confine e di ingresso, punto di frattura dove s’infrange la frontiera tra disperazione e speranza, dove con la dignità e la vita trova morte la fiducia nel domani, non solo dei più poveri, ma di tutti noi. Da quello che è stato fin da allora un passaggio chiave nella rotta della riforma che Francesco sta seguendo sull’onda del Povero frate di Assisi, dal quale ha preso il nome e con il quale condivide l’amore senza esitazioni per la povertà.

E così di nuovo all’inizio di quest’anno levando alta la voce sulla frontiera del Messico con gli Stati Uniti, a Ciudad Juàrez nella “città delle ossa”, dove si infrangono i sogni degli ultimi. “Uno sviluppo che si attua – è scritto nel documento motu proprio – mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace, e della salvaguardia del creato e che vede la sollecitudine della Santa Sede nei suddetti ambiti, come pure in quelli che riguardano la salute e le opere di carità”. (S. Falasca)

Un impegno sostenuto dalle parole e dai gesti di attenzione ripetuti da Papa Francesco con uno sguardo particolare alla “cultura dell’incontro”, di cui il pontefice ha parlato nel discorso pronunciato durante la visita a Prato, prima di arrivare al Convegno ecclesiale di Firenze (9-13 novembre 2015). Il discorso di Prato dove il Santo Padre ha coniugato la cultura dell’incontro al rispetto, all’accoglienza, all’inclusione e all’integrazione, e il discorso di Firenze, in cui ha delineato il “sogno” di una chiesa che veda al centro la relazione, costituiscono i riferimenti su cui continuare il cammino di analisi, di ricerca e di azione pastorale nel mondo delle migrazioni.

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