Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

gender

 

 

di Luciano Sesta

 

 

Ci sono dibattiti in cui, ben prima di sapere esattamente di cosa si sta parlando, si sa già, e molto bene, contro chi si deve farlo. Ne è un esempio la recente polemica italiana sul “gender”, in cui il tema del rispetto della diversità e dell’educazione sessuale è presentato da alcuni come un pretesto per indottrinare le nuove generazioni verso forme di indifferentismo sessuale, da altri come un doveroso riconoscimento dell’uguaglianza e dei diritti di persone tradizionalmente discriminate come le donne, gli omosessuali, i transessuali ecc.

 

 

Rispetto alla pubblicistica attuale sul tema, dai toni spesso militanti, Il gender spiegato a un marziano, di Giuseppe Savagnone, ha il pregevole merito di tirarsi fuori dalla mischia per fare chiarezza, senza con ciò rinunciare a prendere posizione (p. 5). Con una prosa limpida e concettualmente rigorosa, attingendo sia ai gender studies, sia ai documenti “incriminati” del Miur, dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) e dell’Istituto A.T. Beck, l’Autore ricostruisce puntualmente i passaggi cruciali del dibattito, dividendo la propria riflessione in due capitoli: il primo dedicato alla ricerca del problema di cui si discute (pp. 9-66), il secondo alla ricerca di una possibile soluzione (pp. 67-105).

 

 

 

Mostrando come ciascuna delle parti in causa, pur deformando il punto di vista dell’altra, evidenzi alcuni aspetti reali del problema discusso, Savagnone può ricavare elementi di verità dall’uno e dall’altro schieramento. Ne emerge, al termine del suo percorso, una sintesi tanto più ricca e convincente quanto più sa restituire fedelmente la complessità della posta in gioco e in cui si distingue, con paziente cura, fra «falsi allarmi» e «problemi reali» (p. 41). E fra i problemi reali, secondo l’Autore, vi è certamente quello, antropologico, dell’identità umana fra natura e cultura (pp. 67-85), oltre che quello, etico-politico, dei diritti civili delle persone omosessuali (pp. e 90-99).

 

 

Per quanto riguarda la prima questione, Savagnone discute l’idea, proposta da taluni studiosi, secondo cui non c’è una natura predeterminata dell’uomo e della donna, poiché ciò che riteniamo illusoriamente tale non è altro che il frutto di una costruzione culturale e di aspettative sociali (p. 28). L’aspetto positivo di questa idea risiede nel valorizzare il diritto di essere ciò che si è anche se non corrisponde alle aspettative degli altri. L’aspetto problematico, invece, consiste nel gettare via, con l’acqua sporca, anche il bambino, ossia nell’omettere di evidenziare che le aspettative sociali sui maschi e sulle femmine, al di là delle possibili distorsioni e dei possibili irrigidimenti, sono dettate anche dalle inclinazioni naturali degli uni e delle altre: «È facile, oggi, dire che non è “contro natura” per una bambina giocare a pallone e per un maschietto preferire la danza ai giochi di guerra. Così come non è contro natura, come si pensava in passato, che una donna faccia il magistrato o il dirigente d’azienda e che un uomo cambi i pannolini al figlioletto. Ma ci sono ruoli di genere, come la maternità e la paternità, che coinvolgono più profondamente l’identità di genere e quella sessuale. Ruoli che coinvolgono anche una istituzione sociale fondamentale come la famiglia. Anche questi sono relativi?» (p. 37). La cultura, in tal senso, non prescinde dalla natura, essendone piuttosto una manifestazione (pp. 67-72).

 

 

E qui veniamo al secondo problema, ossia quello dei diritti civili delle persone omosessuali. Secondo Savagnone la doverosa tutela dei diritti delle coppie omosessuali non richiede necessariamente l’equiparazione della loro condizione a quella eterosessuale: «Regolamentare diversamente situazioni dissimili di per sé non è un’ingiustizia e l’ordinamento giuridico lo fa in moltissimi casi – per esempio negando il diritto di voto ai bambini –, senza per questo minacciare i diritti umani» (p. 38). L’educazione al rispetto delle persone, di qualunque orientamento sessuale siano, non implica perciò l’equivalenza degli orientamenti sessuali. Che l’omosessualità non possa più essere considerata né una “patologia” né un “vizio” (pp. 17-21), secondo l’Autore, non toglie che essa rimanga, rispetto all’eterosessualità, «un’eccezione», come del resto lo è, aggiungiamo noi, anche il celibato, consacrato o meno. In tal senso, scrive Savagnone, «Il mantenimento della regola eterosessuale è condizione imprescindibile per il raggiungimento della più importante posta che il gioco della vita conosca: la sopravvivenza della specie. È un buon motivo per demonizzare le eccezioni? Sicuramente no. Ma lo è per ritenerle eccezioni e non respingere, in base a esse, l’idea che esista una qualsiasi regola» (p. 72).

 

 

A questo riguardo i casi Barilla, Dolce & Gabbana e Eich, citati e discussi dall’Autore, segnalano il rischio concreto che la demonizzazione che un tempo colpiva l’omosessualità oggi non sia affatto scomparsa, ma stia solo cambiando bersaglio, colpendo tutti coloro che, pur rispettando gli omosessuali, esprimono riserve sulle loro pretese giuridiche di equiparazione alla famiglia tradizionale (pp. 56-63). Eppure, scrive Savagnone, «così come sarebbe un equivoco scambiare l’educazione al rispetto nei confronti dei musulmani con quella ad accettare l’islam, allo stesso modo lo è presentare come educazione al rispetto degli omosessuali una pratica educativa volta a far considerare l’omosessualità, nelle sue diverse espressioni teoriche e pratiche, una prospettiva di pari valore rispetto a quella eterosessuale» (p. 51).

 

 

Con quest’ultima osservazione Savagnone non intende certo chiudere il dibattito, ma, al contrario, mantenerlo aperto nell’unica forma che consente di proseguirlo realmente. Se vogliamo confrontarci su cosa è giusto fare, infatti, dobbiamo rispettare non solo i nostri interlocutori, ma anche le loro idee. E rispettarle non significa condividerle, ma, appunto, accettare di discuterle senza escluderle a priori come “omofobe” o “eterofobe”. Se non lo facciamo, del resto, a non capire cosa sta accadendo nella nostra società sarà non soltanto il nostro amico marziano, ma anche ciascuno di noi.

 

 


 

 

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2 Response Comments

  • Magno Francesco P  novembre 6, 2016 at 11:38 am

    Negli organismi viventi, che hanno subito un NATURALE PROCESSO EVOLUTIVO PIU’ ESTESO i soggetti maschili non nutrono, CON LE LORO MAMMELLE,i neonati. Credo che il lungo periodo evolutivo naturale abbia determinato, in MANIERA IRREVERSIBILE, la distinzione tra FEMMINE e MASCHI. In certi soggetti, PER LE CAUSE PIU’ VARIE ( fisiologiche, o culturali ) questa differenza subisce ritardi, o si ferma alle fasi più elementari. Esiste, o non esiste uno SVILUPPO CORPOREO, che ora è NORMALE, ora è PATOLOGICO ? La CATEGORIA DEL PATOLOGICO non è più presente nella SCIENZA MEDICA ? Non avvengono più nascite di bimbi, che hanno ANOMALIE FISICHE ? L’esito dello sviluppo corporeo di un uomo sarà da considerare sempre privo di aspetti patologici ? Non lo credo.

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  • luciano  novembre 9, 2016 at 6:12 pm

    caro Francesco, condivido che non si possa rinunciare al concetto di patologia somatica, soprattutto in medicina, ma nella citazione riportata dal testo di Savagnone, e nel mio breve commento, non si parla di questo, ma dell’orientamento sessuale, in specie omosessuale. Ed è questo, mi sembra, che oggi non possa essere più considerato stricto sensu “patologico”, ma, più propriamente, “eccezionale”.

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