Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

 

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di Alessandra Turrisi

 

Cosa c’entra la produzione di Ingmar Bergman con il mito orientale di Gilgamesh? O è possibile ipotizzare che i fratelli Wachowski, costruendo la trama di Matrix, possano avere attinto al mito della caverna elaborato da Platone? E lo scontro tra destino e libertà del Minority report di Spielberg può ricondurre al mito di Edipo?

A sostenere che esiste una stretta connessione tra cinema, mito e pensiero filosofico è Giuseppe Savagnone, editorialista del Giornale di Sicilia, insegnante di Storia e Filosofia nei licei palermitani per quarant’anni e oggi docente all’istituto Pedre Arrupe, all’istituto teologico San Tommaso di Messina e alla Lumsa di Palermo. Lo fa nel suo ultimo saggio “Cinema, mito e filosofia” (Giuliano Ladolfi editore), presentato a Palermo nei giorni scorsi.

Secondo l’autore, il fascino e l’attualità degli antichi miti vengono recuperati nelle immagini della forma d’arte più popolare creata nell’epoca moderna, il cinema. Questo libro si propone, attraverso l’analisi di alcuni film di grande successo, di evidenziare questa radice mitologica, non sempre percepita dal grande pubblico e perfino dalla critica. E’ proprio attraverso questa radice mitologica che il cinema riesce a dare voce ai grandi problemi dell’esistenza umana, che altro non sono che il cuore della filosofia.

Nel volume, Savagnone esplora, attraverso la lettura di alcune opere di noti registi, il tema della ricerca del senso della vita di fronte all’incombere della morte (Il settimo sigillo e Il posto delle fragole), quello del rapporto tra verità e illusione (The Matrix) e tra libertà e destino (Minority report), e ancora il tema della salvezza dal vuoto e dalla mediocrità (Teorema e L’attimo fuggente), quello del rapporto tra corpo e anima e della vita come dono (Il pranzo di Babette). In maniera chiara e completa, accessibile anche ai non esperti di filosofia, l’autore riesce a richiamare per ogni film il mito di riferimento e la domanda filosofica che ne sta alla base, riconducendo tutto alla concreta esperienza personale e sociale di uomini e donne di oggi.

“Il cinema  – sostiene l’autore – si presta a dare vita e voce a miti antichi e moderni. Mi è sembrato significativo che alcuni di essi, che risalgono ad epoche remotissime, abbiamo ancora la capacità di parlare all’umanità odierna, trovando spazio non soltanto nelle ricostruzioni archeologiche e filologiche degli eruditi, ma in una forma artistica ampiamente popolare”. E ancora: “Non importa che i singoli registi non avessero intenzione di fare riferimento a uno mito specifico o di dare un messaggio filosofico. Ciò che conta è che il film lo veicoli implicitamente”.

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