Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

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di Pietro Li Causi

 

Confesso che prima dell’attentato del 7 gennaio 2015, prima che i siti dei quotidiani italiani ci inondassero di coccodrilli, notizie e gallerie di jpeg, non avevo mai visto le vignette di Wolinski e compagni.

Confesso anche che davanti al Maometto con il sedere al vento o davanti alla rappresentazione orgiastica della trinità cristiana non sono riuscito e – devo ammetterlo – non riesco ancora oggi a ridere di gusto.

Io, laico e non credente, provavo dolore e sdegno per la morte dei vignettisti, dei membri della redazione del giornale, dei poliziotti, mi sentivo scandalizzato di fronte a quei disegni di cui, lì per lì, non capivo il senso.

E tuttavia in quel momento “io ero Charlie”, e, pur consapevole dei rischi di banalizzazione e semplificazione in cui si incorre quando ci si unisce al coro degli slogan, lo sono tuttora. E vorrei spiegare agli amici di Tuttavia il senso profondo di questa mia identificazione.

Innanzitutto, da dove nasceva il mio scandalo?

Subito dopo l’attentato mi sono chiesto perché mai non si dovrebbe ridere della divinità, perché mai non si dovrebbe ridere delle religioni, perché mai un profeta e un dio incarnato non dovrebbero avere un corpo, dei genitali e – da ultimo – perché mai non dovremmo immaginarli nell’atto di usarli per trarne piacere.

Solo il giorno dopo, l’8 gennaio, mi sono ricordato che, in fondo, i Greci e i Romani, a differenza dei fedeli delle religioni monoteistiche, non avevano problemi a ridere dei loro dei e/o a raffigurarli e/o immaginarli in situazioni di promiscuità. Solo per fare un esempio, non solo Giove seduceva indistintamente uomini e donne mortali (Ganimede, Europa, Leda) ma per di più delle sue scappatelle (che ispiravano anche motivi iconografici assai diffusi… e non censurati) si poteva anche ridere, come dimostra mirabilmente l’Anfitrione di Plauto,che racconta, in una serie di gag mozzafiato, gli equivoci e gli scontri che si verificano nella lunga notte in cui il re e padre degli dei si è trasformato nel marito di Alcmena per potere giacere assieme a lei con l’inganno e concepire nel suo grembo (niente affatto immacolato) Ercole.

Di più, i Greci e i Romani ridevano anche delle religioni degli altri (si pensi ad esempio alla battuta sugli ebrei nella satira I 9 di Orazio), senza che per questo pensassero minimamente ad eliminarle dalla faccia della terra.

Intendiamoci, anche i Greci e i Romani sono stati autori di genocidi e massacri sanguinari ed estremi, ma mai per motivi religiosi. Del resto, come dimostra un prezioso pamphlet di Maurizio Bettini (Elogio del politeismo, Il Mulino), l’idea della guerra santa contro gli infedeli era inconcepibile nel quadro delle religioni politeistiche antiche, che si configuravano anzi come un terreno di scambio e di reciproca integrazione fra culture e popoli diversi.

Ho ringraziato, dunque, i Greci e i Romani, perché mi hanno fatto ricordare che nel mondo ci sono stati (e ancora ci sono) modi diversi di vivere la religione, e che in fondo gli scandali sono sempre ‘cucinati’ all’interno di determinate cornici culturali. E la cornice culturale monoteistica (o post-monoteistica) all’interno della quale il mondo occidentale e il mondo musulmano si muovono (e che in fondo condividono) ci ha portato a ‘digerire’ nel corso dei millenni l’idea che gli dei – quelli immaginati come veri, puri, “morali” e unici – siano intoccabili.

Di un dio unico, vero, santo, puro non si può ridere. Di un dio e di una religione che vede nella carne e nel corpo una scoria maledetta e contaminante, che spesso ha visto negli organi genitali il segno di una vergogna e di una colpa, non si può fare quello che i Romani facevano quando immaginavano il loro Giove godersi la sua lunga notte di piacere con Alcmena.

Il fatto è però che a molti di noi – credenti o non credenti – non piace immaginare che le idee, le sensazioni, le offese, gli scandali e i sentimenti che ci animano siano il frutto di processi storici, di cambiamenti lunghi e lentissimi, di sedimentazioni millenarie.

Che piaccia o no, che faccia ridere o no, Charlie Hedbo, in questo, smonta con immediatezza, irriverenza, cattiveria (e con una dose di dichiarata – e dunque finta –  stupidità) molti luoghi comuni, e allarga le nostre cornici in maniera stupefacente (e ovviamente scandalosa e, per molti, offensiva).

Il punto non è tanto accettare o rifiutare le cornici entro le quali ci muoviamo. Il punto forse è semplicemente comprenderle, prenderne coscienza e, se possibile, capire in che modo allargarle e renderle funzionali per una convivenza civile migliore (oserei dire… per una umanità migliore).
E in fondo, se non fosse possibile l’esercizio teorico di affiancare comparatisticamente alla nostra cornice quella – ad esempio – delle religioni dei Greci e dei Romani (o, in generale, degli “altri”), il passo per diventare dogmatici ed estremisti per molti di noi – credenti e non – sarebbe brevissimo.

A scanso di equivoci, non sto dicendo che le religioni politeistiche fossero migliori di quelle monoteistiche (anche se, leggendo il sopra citato libro di Bettini, si scopre che per alcuni versi lo erano!). Sto semplicemente dicendo che studiarle e comprenderle può aiutarci, volendo, a guardarci dall’esterno e a tentare di capire le ragioni profonde dei nostri scandali, per poi magari scoprire che certe offese dipendono solo dai punti di vista e che magari non sono poi così “pericolose” quanto sembrano.

Per il resto, se c’è un motivo per cui io continuo a identificarmi con i vignettisti uccisi è proprio perché penso che anche Gesù Cristo, per quel poco che ne ho capito di lui, oggi avrebbe detto, senza alcuna remora, di essere Charlie Hebdo, proprio perché in questo momento ‘essere Charlie Hedbo’ significa essere vittima ed essere, genericamente, ‘umano’.

Sono poi convinto che, se fosse vivo oggi, Cristo direbbe anche di essere nero, omosessuale, comunista, ebreo, arabo, transessuale, peccatore … insegnandoci cioè ad amare, accogliere, difendere e riconoscere, in un afflato di fratellanza, quelle forme di umanità ­­­­che certo monoteismo tardocapitalista rappresenta come marginali, sporche, umiliate, disturbanti, offese e irredente, quelle forme, in altri termini, da cui i benpensanti preferiscono prendere le distanze e alle quali, in alcuni casi, vorrebbero negare i diritti civili e l’uguaglianza reale.

E in questa umanità da amare e difendere penso proprio che Gesù avrebbe incluso anche gli assassini e dunque, che ci piaccia o no, gli stessi fondamentalisti islamici, che il suo amore avrebbe forse potuto salvare dalla loro stessa violenza cieca e ottusa.

Al contrario, penso che chi in un momento come questo si ostina a dire di “non essere Charlie”, elevando barriere e steccati, rischia, pur non volendolo, di alimentare forme striscianti di integralismo e di fondamentalismo che, pur non essendo immediatamente identificabili come violente e aggressive, potrebbero essere non meno pericolose di quelle generate dalle derive dell’islamismo.

Per il resto, oggi forse non è il momento di avvitarsi sulle offese e le ferite subite e inferte, ma di fermarsi a riflettere sulle ragioni, le cornici, i modelli culturali, sociali e politici che le creano. 

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8 Response Comments

  • Francesco Paolo Magn  gennaio 21, 2015 at 8:28 pm

    Carissimo Li Causi, non condivido il comportamento dei vignettisti francesi, perchè la satira e l’ironia sono una forma pesante di INTOLLERANZA. C’è anche un’altra ragione, che mi induce a prendere le distanze dai vignettisti francesi : la loro satira e la loro ironia riporta in mezzo a noi le guerre di religione, quando in tutto il mondo è all’ordine del giorno LA GUERRA PER IL RISCATTO DALL’OPPRESSIONE ECONOMICO-SOCIALE. Indirizzare verso le guerre di religione, invece che verso la lotta per il RISCATTO SOCIALE DI TUTTI GLI UOMINI è interesse dei POTENTI.

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  • pietro buccheri  gennaio 21, 2015 at 10:25 pm

    Egregio prof. Li Causi, ho letto con interesse il suo articolo “Perché non si può non essere…” su TUTTAVIA e vorrei sottoporle il mio parere sull’argomento. Provo a ripercorrere per grandi linee il ragionamento da lei portato avanti (se lo ho compreso bene). Mi hanno colpito i due stati d’animo che lei espone inizialmente: l’incapacità di ridere alla vista di alcune vignette e la sorpresa (“scandalo”) nel constatare che molti credenti ritengono che non si possa ridere delle divinità e delle religioni. Per quale motivo la pensano così? Lei adduce la motivazione che la vulnerabilità del credente moderno nei confronti della satira in materia religiosa dipende dal fatto che egli ha assorbito dall’ambiente culturale monoteistico, e condivide, il convincimento che gli dei siano intoccabili (perché puri, morali, ecc.), sicché di dei siffatti non si può ridere. Se considero le reazioni che io provo difronte alla satira religiosa, mi sembra che lei non abbia centrato la motivazione, almeno per quanto mi riguarda. In estrema sintesi, il mio pensiero è che la satira in materia religiosa va evitata non perché destabilizza la divinità, ma perché destabilizza la persona. A chiarimento, riporto un mio intervento su FB del 10 gennaio. Non è allineato al suo articolo odierno, ma esprime con chiarezza il mio pensiero. (segue)

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  • pietro buccheri  gennaio 21, 2015 at 10:31 pm

    (seguito) “Mimmo del Guercio e amici tutti, io non conosco la produzione giornalistica di Charlie Hebdo, quindi esprimo un parere sulla satira in termini generali. La satira è un genere letterario particolare; come genere letterario deve essere una manifestazione di pensiero, cioè non soltanto un motto di spirito che coglie ed evidenzia il ridicolo di una situazione o di una persona, ma una espressione grafica, verbale o mimica che impiega il ridicolo per manifestare il pensiero critico dell’autore. Cioè la satira deve avere un contenuto di pensiero da trasmettere; in caso contrario scade nella banalità quando non addirittura nella volgarità. Questa è la struttura con cui la satira ci è stata tramandata dagli scrittori antichi. Ma la satira, come strumento di critica, ha una caratteristica particolare: non esprime direttamente una critica razionale o passionale sull’idea o sul comportamento che considera come bersaglio, ma mette in ridicolo la o le persone che sostengono quella stessa idea o praticano quello stesso comportamento. (segue)

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  • pietro buccheri  gennaio 21, 2015 at 10:33 pm

    (seguito) Cioè la satira agisce in modo indiretto e, direi, un po’ vigliacco: scredita le persone con l’arma del ridicolo per screditare le loro idee o comportamenti; è un po’ vigliacca perché non si può controbattere con la razionalità. In questo procedimento indiretto la satira sulla religione ha qualche altro aspetto particolare: oltre alle idee, può assumere come bersagli i simboli della religione o le persone reali che rivestono particolari ruoli in campo religioso, screditandoli con l’arma del ridicolo per manifestare critica o opposizione a quella religione in particolare o alle religioni in generale. Però, diversamente da altri contesti, la religione ha una caratteristica particolare: è un ingrediente primario e inscindibile della personalità; è un contenuto di pensieri, di credi, di sentimenti, di aspirazioni, di motivazioni e di regole a cui si ispirano le azioni. Una persona è principalmente il suo credo, qualunque esso sia, umano o soprannaturale e non dimentichiamo che è disposta a morire per la sua religione. Tutto questo per dire (ma ora è un mio parere personale) che la satira rivolta alla religione destabilizza l’uomo in modo molto più violento di quanto non facciano la satira politica o la satira di costume e questo è nelle intenzioni dell’autore della satira, indipendentemente dalla suscettibilità delle persone che la subiscono. (segue)

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  • pietro buccheri  gennaio 21, 2015 at 10:34 pm

    (seguito) Allora, indipendentemente dagli aspetti giuridici di vilipendio e di libertà di espressione, se noi riteniamo che il supremo valore da rispettare nella convivenza civile del nostro mondo è la persona con la sua dignità, dobbiamo convenire che la libertà personale si deve autolimitare quando destabilizza la persona e che la satira quindi non può avere come tema la religione e i simboli e le persone che la rappresentano.” Per uscire dall’equivoco cui può indurre l’uso ambivalente dell’espressione “Io sono Charlie”, voglio precisare che io sono Charlie per quanto riguarda la compassione e la solidarietà verso le vittime e la condanna per i crimini di cui sono stati vittime, crimini non giustificabili in alcun modo; non sono Charlie per l’impiego che egli faceva della satira in materia di religione, qualunque religione.

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  • Redazione Tuttavia  gennaio 22, 2015 at 10:21 am

    Ringraziamo i lettori i cui commenti sono benvenuti, segno che il dibattito ferve, ma se qualcuno ha voglia di scrivere senza i vincoli di lunghezza del post del sito, può farlo anche inoltrando il suo scritto a info@tuttavia.eu
    Saremo lieti di pubblicarlo. Buona lettura.

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  • Daniele Livreri  gennaio 22, 2015 at 12:57 pm

    Gentile Professore,
    siamo sicuri che definirsi Charlie non significhi soltanto io sto con le vittime di una strage, ma anche dire ai tanti musulmani offesi dalle vignette del giornale francese , io sto con chi vi ha offeso e ritengo abbia tutta la libertà di farlo ? Perché non riusciamo a definirci Ahmed, il poliziotto islamico, morto con un “colpo di grazia” per difendere un giornale che probabilmente lo offendeva.
    Un caro saluto

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  • Alessandro  febbraio 1, 2015 at 4:00 pm

    Anch’io in questi giorni mi sono posto il problema del ridere e delle religioni. Ho letto elogio del politeismo. sono d’accordo. Aggiungo solo che dall’ebraismo viene anche una tradizione di umorismo su di sé. Infine: “Il nome della rosa” si fonda proprio su questo tema. Il riso in un trattato di Aristotele e un monaco che non lo può accettare.

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