Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

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di Isabella Tondo

 

 

Cercate la felicità. Vi è stata donata, forse l’avete nascosta.

Lei può dimenticarsi di voi, ma voi non dimenticatevi mai di lei”.

Quante parole come queste saranno forse finite ieri sera tra le briciole del dopocena di qualche telespettatore, cadute forse tra i cuscini di un divano o nella tasca di una vestaglia..! Parole di un poeta, di un profeta forse, che ieri sera hanno attraversato in profondità la mente e il cuore dei milioni di spettatori presi al laccio dall’evento in onda su RaiUno.

Con il piglio sicuro di un uomo di spettacolo e, insieme, la carica travolgente di un lettore appassionato e profondo, l’attore e regista premio Oscar Roberto Benigni si è cimentato in una straordinaria lettura dei dieci comandamenti andata in onda in prima serata su Rai Uno nei giorni di lunedì 15 e martedì 16 dicembre e conclusasi, appunto, ieri.

Lettura straordinaria, innanzitutto, perché fuori dalle ordinarie produzioni cui i palinsesti televisivi hanno ormai assuefatto i milioni di utenti che la sera sono soliti muoversi tra programmi di cucina, quiz, reality show o talent show di varia natura. Ma straordinaria anche per la proposta ‘didattica’ di un testo, come quello biblico, che Benigni ha avuto il grande merito di portar fuori dal recinto delle parrocchie, dei corsi di catechismo o dei seminari teologici, fuori insomma dal tracciato esclusivo degli uomini di fede, siano essi ebrei o cristiani, per offrirlo all’intelligenza e al cuore di tutti.

Una simile e difficile operazione era già riuscita a Benigni con la Divina Commedia di Dante, letta e interpretata in tutta Italia, offerta fin dall’inizio al grande pubblico nella forma di lezione-spettacolo e adesso divenuta anche strumento didattico audiovisivo nelle aule scolastiche.

Poi è stata la volta della Costituzione e da qui, cioè dal codice che sta a fondamento della nostra Repubblica, è avvenuto, a sorpresa, il passaggio al Codice dei codici per eccellenza, ovvero quello dei ’dieci comandamenti’ e che Benigni ha ben mostrato essere a fondamento dell’umanità intera non come mero decalogo di prescrizioni imposte dall’alto cui obbedire e basta, bensì come progetto umano, orizzonte di senso tracciato da Dio fin dalle origini, una strada su cui procedere in sicurezza verso un obiettivo che non è posto soltanto in un imprecisato aldilà, ma che va invece afferrato e goduto da ogni uomo già in terra: la felicità, l’eternità.

Parlare di eternità in prima serata tv era un’impresa non da poco. Ancor maggiore era la sfida di parlare di etica pratica, di doveri verso Dio, verso gli altri e verso il mondo e di un amore che ci sta sempre di fronte e che ci supera, proprio quando il notiziario di un’ora prima documentava un’umanità che dovunque appare sempre posta sotto scacco del male e della tragedia, sempre quotidianamente segnata dal sangue anche in famiglia e dalla guerra.

Benigni parte dalle origini, dal silenzio del creato che si ferma e tace nel momento in cui prorompe la Parola di Dio, anzi le dieci Parole di Dio. Come già in Genesi, quando si racconta della Parola di Dio che crea il mondo in ogni sua parte e che, ad opera conclusa, si compiace della bellezza di ogni creatura, così i dieci Comandamenti si presentano come le Parole che devono generare una nuova umanità, quella che ha perduto il suo Paradiso terrestre ma che ha la forza (e, insieme, il dovere) di poterlo nuovamente ricostruire.  

Dal primo all’ultimo dei dieci comandamenti il percorso è stato lento, meditato nei suoi passaggi anche in quelli più spinosi come il divieto di commettere adulterio e l’equivoco su cosa fossero invece gli imprecisati ‘atti impuri’, espressione in cui Benigni ha anche evidenziato, sempre con medesima leggerezza, storiche incongruenze e pietre d’inciampo in cui per troppo tempo la Chiesa è sembrata arenarsi e su cui lo stesso papa Francesco è di recente intervenuto.

Dal comandamento che esorta l’uomo al riposo, al divieto categorico di uccidere, fino all’ultimo precetto che esorta a tenere lontano lo sguardo e il desiderio dalla roba o dalla donna dell’altro, è venuto fuori il meraviglioso affresco di un’umanità cui è stato affidato il compito preciso di perpetuare la vita attraverso la custodia dell’amore. Proteggere l’amore in tutte le sue forme e preservare la vita delle creature e del creato: questo il fondamento e il cuore delle dieci Parole.     

Un itinerario emozionante che Benigni ha offerto magistralmente da una cattedra insolita con una passione e una leggerezza unica, quella medesima passione e leggerezza che già a Italo Calvino apparvero degni solo dei grandi poeti e che troppo spesso disertano invece i luoghi di trasmissione del sapere, anche quelli più titolati.

In vista del Natale ormai alle porte, non si poteva insomma immaginare per il cuore e lo spirito un dono più bello e forse più incisivo dei tanti che verranno scartati sotto l’albero: l’ascolto di una parola gioiosa e nuova, ‘politicamente scorretta’ e in controtendenza all’indifferenza e all’individualismo, non un discorso edulcorato, stucchevole e gonfio come i panettoni che gusteremo ma un’energica e briosa parola di speranza e di apertura all’infinito e al mistero della vita di fronte a cui Benigni invita tutti ad inchinarsi con lo sguardo stupefatto di un bambino.

E con uno stupore non dissimile e una profonda riconoscenza viene altrettanto spontaneo abbassare il capo di fronte al talento e alla bellezza di cotanto ingegno e di cotanto spirito.  

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