Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Intervista a don Rosario Francolino

Parrocchia San Luigi Gonzaga – 8 Ottobre 2014

 

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 a cura di Luciana De Grazia

 

 

Uno sguardo lungimirante, ecco ciò di cui avrebbe bisogno la Chiesa di Palermo. Don Rosario Francolino offre degli splendidi spunti di riflessione sulla necessità della riscoperta della dottrina sociale della Chiesa e sulla bellezza della territorialità, auspicando un progetto pastorale guidato dall’alto che veda coinvolte tutte le realtà parrocchiali che insistono sul territorio. Pone in rilevo il ruolo fondamentale di un laicato capace, consapevole e competente, mettendo in luce l’importanza di un servizio che derivi da una maturazione vocazionale. Servizio la cui disponibilità, purtroppo, non sempre è facile riscontrare.

 

Quanto è grande la parrocchia?

La parrocchia conta 15.000 abitanti. Il territorio parrocchiale comprende una parte di via Libertà, di via Sampolo, di Piazza don Bosco e di via Duca della Verdura.

Qual è il rapporto tra il numero dei parrocchiani e quello di coloro che frequentano la messa domenicale con una certa costanza?

Considerando che nel territorio parrocchiale abbiamo anche l’Istituto Ranchibile e le Suore benedettine, credo che superiamo un buon 20%. 

E’ prevalente il radicamento territoriale o vi sono persone che vengono da zone territoriali diverse?

La maggiorparte delle persone viene dal territorio, anche perchè storicamente il territorio parrocchiale è stato servito dai salesiani. La chiesa di Maria Ausiliatrice, il Sampolo, San Luigi e il Ranchibile erano tutte guidate dai salesiani. Di conseguenza, per un percorso formativo, scolastico e catechistico delle famiglie c’è una buona qualità di frequenza a livello territoriale, anche se c’è gente che viene da altri zone.

Nel territorio parrocchiale, come cercate di raggiungere i non praticanti o non credenti?

Sicuramente la grande fatica è raggiungere i tanti bisogni degli anziani e degli ammalati che ci sono nel territorio. E’ la presenza sul territorio a cui bisogna dare importanza, presenza che si realizza anche con piccoli segni attraverso cui si cerca di creare un dialogo. E’ chiaro che molto dipende anche dalla persona, se vuole accostarsi a Dio. Noi offriamo delle opportunità dal punto di vista catechistico, dal punto di vista formativo. Credo che per avere risultati migliori sarebbe importante agire a livello territoriale con progetti di più ampio respiro, piuttosto che rimanere legati a quello che è la prassi della pastorale ordinaria.

Ci sono attività di formazione che vanno al di là del catechismo per i bambini e i ragazzini fino alla cresima? I catechisti per la preparazione alla prima comunione e alla cresima vengono preparati, a loro volta? Come? Da chi?

A partire da quest’anno abbiamo voluto completare un percorso formativo per tutte le età. C’è un primo itinerario catechistico, che parte dalla seconda elementare; dopo il triennio si fa la prima comunione. Poi c’è un triennio di preparazione per la cresima, un gruppo adolescenti, attivo già dall’anno scorso e un gruppo giovani. Infine stiamo lavorando anche su un percorso formativo per le famiglie. Proviamo ad abbracciare tutte le fasi dell’età.

Una delle grandi difficoltà che abbiamo riscontrato in un territorio medio-alto a livello culturale è che lì dove c’è l’opportunità del lavoro viene meno la disponibilità al servizio e talvolta si fatica a trovare catechisti, nonostante ci sia la qualità. Questo lascia veramente pensare. Era più facile trovare catechisti in un quartiere di periferia, piuttosto che in questa zona.

Amo leggere un po’ le esperienze che si fanno nella vita comunitaria: se da un punto di vista sociale assistiamo alla crisi della struttura familiare, dall’altro lato sta emergendo un forte desiderio di ritrovare in Dio il senso della vita. C’è, quindi, una sorta di ritorno, anche se ancora si fa fatica a distinguere il bisogno dall’opportunità di mettersi in gioco. Allora cosa accade, che talvolta ci si pone nell’atteggiamento del servizio forse più perché si ha un bisogno di sentirsi legati e di socializzare, piuttosto che per un’autenticità del servizio, per una maturazione vocazionale. Tutto questo sta creando una sorta di movimento volto alla riscoperta della centralità di Dio di fronte al nulla che la società sta proponendo, ma dall’altra parte c’è un vuoto esistenziale, che rischia anche di non dare qualità alle cose che si fanno. Lo faccio purchè mi si riconosca, ci sia una identità. Talvolta la grande fatica è mettere insieme queste diverse situazioni, ma è anche bello lavorare pastoralmente. Da gioia vedere come Dio agisce nonostante le grandi fragilità del nostro tempo.

I catechisti,  in genere, sono persone che hanno una buona qualità culturale e anche un cammino spirituale. Ad esempio, nel nostro territorio parrocchiale, non è difficile trovare persone impegnate, che stanno già facendo un cammino spirituale. Ci sono persone di Comunione e Liberazione, dell’Opus Dei, dei Focolarini, degli Scout e così via. Persone che vivono un loro percorso spirituale e che stanno camminando con il parroco. In linea di massima è tutta gente che ha fatto la teologia di base o la facoltà teologica.  La difficoltà è quella che dicevo prima, cioè il fatto che tanti di loro, essendo impiegati o professionisti,  talvolta fanno fatica a ritagliarsi quell’ora in più per dedicarla ad un percorso formativo che ci veda tutti coinvolti. Ad esempio c’è l’incontro diocesano a  livello territoriale per i catechisti, ma non tutti riescono ad andare, c’è l’incontro diocesano a livello di vicariato per i ministri straordinari, ma non tutti possono partecipare. Quindi si fa fatica a trovare anche il momento opportuno per cui si possa avere tutti presenti. Ci sono molti pro in un territorio come questo, ma anche tante difficoltà. Non è un quartiere che vive di poche cose, dove la parrocchia diventa veramente un luogo in cui si può costruire positivamente un buon lavoro. Anche se in questi tre anni credo che abbiamo fatto un buon cammino, ma c’è tanto da lavorare.

Qual è la percentuale di ragazzi che continua a frequentare la parrocchia dopo la cresima? C’è un gruppo giovanile permanente? Che età hanno i partecipanti in media?

Pochissima. L’anno scorso ho fatto 125 prime comunioni, credo che quest’anno ci saranno una ventina di iscritti per il dopo cresima. Stiamo lavorando con il gruppo adolescenti e con il gruppo dei giovani, anche se sono una decina. La loro disponibilità è  di animare la messa della domenica, ci incontriamo per riflettere su tematiche che possibilmente vorrebbero stabilire loro. Quest’anno sto provando a dare una svolta dal punto di vista formativo spirituale. Però considerando che siamo un territorio di 15.000 abitanti 10-15 giovani sono niente e questo mi preoccupa. La frequenza alla messa dà comunque degli indici molto interessanti, così come la partecipazione al sacramento della riconciliazione, che viene frequentato tantissimo. In molti casi, poi, c’è il bisogno di un dialogo spirituale con i diversi sacerdoti che sono all’interno della parrocchia. Quindi se  da un lato c’è una difficoltà, leggendo i dati in modo trasversale, ci rendiamo conto che c’è una buona frequenza tenuto conto delle altre chiese che esistono sul territorio. 

Quali sono i rapporti tra la parrocchia e le associazioni, i gruppi e i movimenti (Azione cattolica, Scout, etc.) – se ce ne sono – che operano al suo interno?

Al momento abbiamo in parrocchia soltanto gli Scout del San Benedetto e Azione Cattolica. Con Azione Cattolica stiamo lavorando sul gruppo degli adolescenti. Tra una decina di giorni sono tre anni che sono in questa parrocchia; il tempo è ancora breve per potere tirare un bilancio. Nei prossimi anni potremo valutare qual è il percorso che siamo riusciti a compiere. Gli Scout di San Benedetto hanno anche loro una formazione autoreferenziale, anche se poi danno una certa disponibilità e qualcuno aiuta a livello catechistico.

Che ruolo hanno i laici?

I laici sono il motore della parrocchia. Il parroco può avere delle intuizioni, delle idee, deve capire quali sono gli orientamenti, ma poi chi realmente deve mettere in cammino la comunità sono i laici. Le diverse attività della parrocchia in campo liturgico, catechistico, la preparazione matrimoniale e per la cresima dipendono dai laici.  Ci deve essere una grande sintonia su quella che è la proposta della Chiesa e  la proposta pastorale della parrocchia, ma, allo stesso tempo, deve esserci una grande sintonia tra quella che è una realtà parrocchiale e un’altra. Non possono e non devono esistere in una parrocchia degli ambienti non comunicanti. Nel momento in cui un movimento, un’associazione o una realtà parrocchiale camminano per un sentiero proprio, non solo stiamo smettendo di fare  Chiesa, ma allo stesso tempo non stiamo andando da nessuna parte. Allora i laici hanno un grande ruolo nella comunità. Io sono stato al convegno di Verona nel 2006 e ricordo con immenso piacere quante volte è stato ripetuto che è il tempo in cui il laicato viva la vera dimensione ecclesiale della pastorale. Non un laicato clericale, ma un laicato consapevole, capace, competente, soprattutto disponibile a fare.

Quali sono i tratti essenziali  della esperienza di fede che vi caratterizza (o che è presente in parrocchia)? Vi riconoscete in una spiritualità particolare?

Io sono prossimo a celebrare  i miei ventuno anni di sacerdozio  e da venti anni e mezzo faccio il parroco. Per me la prima spiritualità su cui bisogna riconoscersi è la spiritualità di una parrocchia, famiglia di famiglie. Dentro una famiglia possono esserci tanti figli, con caratteri diversi, ma non per questo alieni l’uno all’altro. Le diverse entità spirituali di gruppi o movimenti, non sono altro rispetto la famiglia. La parrocchia è il fondamento primo su cui noi andiamo ad edificare la nostra pastorale. C’è un progetto ecclesiale in cui si esprimono le diverse competenze. Queste diverse competenze diventano la ricchezza della comunità. Quindi ritengo che non c’è un movimento o un’associazione che possa incarnare  in toto o in maniera eccellente l’identità di una parrocchia.  

Qual è l’iniziativa che vorreste realizzare insieme ad altri gruppi e\o parrocchie?

Io vengo dall’esperienza della pastorale giovanile, per circa 7 anni sono stato il Direttore. Un’esperienza che mi ha permesso di produrre tanto è stata quella di avere in una equipe tutte le realtà presenti sul territorio diocesano. Tutte le realtà scoutistiche – Scout d’Europa, Agesci, San Benedetto – i focolarini, il gruppo del rinnovamento, religiosi e religiose. Una equipe piuttosto corposa, formata da almeno una cinquantina di persone. Ciò che ci ha permesso di lavorare è stata la capacità di sentirci gruppo nonostante le diversità. Allora, cosa mi piacerebbe riuscire a realizzare all’interno del dialogo tra le parrocchie: riscoprire la bellezza della territorialità. La parrocchia si incarna in un territorio, ma spesso in un territorio ci sono più parrocchie. Se noi facciamo  un cerchio con un raggio di 500 metri ritroviamo tante chiese:  Maria Ausiliatrice, Sampolo, San Giuseppe Leoni, Regina Pacis , Ranchibile, San Luigi, le Suore benedettine. Allora, un progetto territoriale dovrebbe saper mettere in sinergia le diverse ricchezze. E’ un progetto pastorale che può nascere anche dal basso, ma secondo me deve essere una scelta ecclesiale. Bisogna ripensare alla pastorale oggi, ripensarla secondo nuove forme di annuncio. Una pastorale che si chiude nel proprio territorio della propria parrocchia è già fallimentare. Non perché il Vangelo sia cambiato, è la gente che è cambiata, anche noi parroci non siamo più i parroci di 50 anni fa, perché formati con un’altra logica ecclesiale.

Cosa ritenete urgente per risolvere o affrontare i problemi, se ce ne sono, della città di Palermo?

Sicuramente dovremmo riscoprire fortemente la dottrina sociale della Chiesa. Cosa serve? Serve che la gente ritorni a guadagnarsi un pezzo di pane in maniera onesta e dignitosa, serve riporre l’uomo al centro delle nostre scelte pastorali, serve ridare dignità alla persona. Per fortuna in questi anni o avuto l’opportunità di operare in diversi punti della diocesi:  sono stato parroco a Falsomiele, a Termini bassa durante la crisi della Fiat, in via dei Cantieri con tutto quello che significava stare tra via Montalvo e via dei Cantieri, con un cantiere puntualmente in cassa integrazione. Ho conosciuto appartamenti di 20 mq dove vivono tre o quattro persone. Da un punto di vista sociale la politica è incapace di dare risposte autentiche. La Chiesa dovrebbe recuperare quello che era prima dell’unità d’Italia, cioè una Chiesa capace di dare risposte, cooperazione, dignità alla persona. Esiste un progetto dal punto di vista ecclesiale che si chiama progetto Policoro, un progetto che coinvolge la Caritas, la pastorale del lavoro, la pastorale giovanile,  ma potrebbe benissimo coinvolgere la pastorale familiare. Ecco, bisognerebbe ritrovare la forza e il coraggio di dare spazio alla dignità della persona, investire sul futuro dei nostri giovani. Quando  si conclude un anno scolastico sono costretto a salutare in parrocchia tanti giovani che frequentano, perchè vanno altrove. Sono giovani laureati, che hanno investito sul loro futuro. Quindi cosa bisogna fare per la città? Secondo me, bisogna ritrovare tutta la bellezza della dottrina sociale della Chiesa per dare risposte autentiche, prima ai parrocchiani, poi alla società che ci guarda.

Cosa ritenete urgente per risolvere o affrontare i problemi, se ce ne sono, della chiesa di Palermo?

Se per la società dovrebbe essere importante rimettere al centro la persona con la sua dignità, io credo che la Chiesa oggi abbia bisogno di ritrovare tutta la forza del suo presbiterio. La diocesi ha sicuramente sacerdoti di grande qualità. Ritrovare la forza del presbiterio significa ritrovare una Chiesa capace di parlare in maniera nuova il linguaggio del Vangelo, di narrare Gesù Cristo con coraggio, con speranza. Prova ad immaginare l’operato di don Pino Puglisi. Don Pino Puglisi ha fatto nè più nè meno quello che fanno tutti i parroci, ma cosa ha contraddistinto la sua opera? Uno sguardo lungimirante. Pensare alla scuola, pensare al Centro Padre Nostro significava guardare avanti. Se io do un’opportunità al ragazzino oggi, quell’opportunità può trasformarsi in un progetto di vita, in una vita dignitosa. Se io mi limito a guardare ad oggi, oggi mi si chiede di celebrare la messa, di benedire la salma, di confessare una persona, ma quando stasera ho finito, domani dovrò ricominciare col celebrare la messa, con una benedizione, con una confessione. Lo sguardo lungimirante, ecco ciò di cui credo abbia bisogno la Chiesa di Palermo. Un pò quello che è stato il Cardinale Pappalardo negli anni ‘70 o il Cardinale Ruffini quando nel dopoguerra puntò su tutte una serie di strutture e di percorsi che diedero speranza in un momento di disperazione.  

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