Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Introduzione alla lectio divina su Gv 11, 1-45

06 aprile 2014 – V domenica di quaresima

 

1 Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2 Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3 Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». 4 All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5 Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6 Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7 Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8 I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9 Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».11 Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». 13 Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15 e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». 16 Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». 17 Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18 Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19 e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20 Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21 Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24 Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27 Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». 28 Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29 Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30 Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31 Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. 32 Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33 Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34 domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35 Gesù scoppiò in pianto. 36 Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37 Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». 38 Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39 Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40 Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42 Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43 Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44 Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». 45 Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

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Beato Angelico, Resurrezione di Lazzaro, Armadio degli Argenti,

tempera su tavola, 1451-1453, Museo nazionale di San Marco di Firenze.

 

 Pensare secondo il mondo e secondo Dio. Due modi di pensare davvero lontani che si intrecciano continuamente nell’evangelo giovanneo con effetti di sottile ironia e di acuta critica verso una superficialità diffusa che si accontenta di guardare all’apparenza delle cose e che non ne coglie l’autentica essenza.

Solo in Gesù Cristo, invece, si realizza la sintesi perfetta tra il livello del mondo ed il piano di Dio, solo in Lui ciò che è profondamente umano si rivela in comunione profonda con il Padre. Solo in Lui è possibile la risurrezione.

Ne è testimonianza il brano della cd. resurrezione di Lazzaro. In realtà, sarebbe meglio parlare di un “ritorno alla vita”, come Leon Dufour non ha mancato di sottolineare, giacché ciò che è riservato all’amico di Gesù è cosa ben diversa dalla risurrezione che Gesù ha promesso a coloro che credono, come Egli stesso ha fatto, nell’Amore salvifico del Padre.

Pensare secondo il mondo ammette deviazioni straordinarie dall’ordine storico e naturale degli eventi, ben tollera i miracoli riletti come simboli di potenza, soprattutto se circoscritti a risvolti pseudo-magici e se non costituiscono segni tangibili di un piano superiore che relativizza e trascende l’umano. In questo senso, siamo più facilmente portati ad accettare la concezione verginale, la guarigione dalle malattie, gli esorcismi, persino il ritornare dalla morte alla vita, se invece di coglierne il senso, ne facciamo una isolata e singolare eccezione per il “fortunato” beneficiato, che non può che confermare una regola empirica che vale invece per tutti gli altri tra noi.

Alla fine, tutti questi altri si ritroveranno sempre a giocare a scacchi con la morte, con la amara consapevolezza che lei avrà sempre la meglio.

 

Gesù non si esime dal compiere miracoli, ma mette in primo piano il senso degli stessi, rifiutando di indossare i panni di un mago o di un santone di stampo apocalittico. I suoi gesti ignorano il ricorso agli incantesimi, alle formule rituali, come avrebbe sognato un seguace in vena di celebrazione del suo maestro e come ancor oggi vediamo accadere in certi movimenti religiosi esasperati e nella curiosità “misterica” popolare (G. Ravasi).

In realtà, è la sola fede in Gesù, come questo brano ci ricorda, che mette a disposizione di tutti gli uomini il dono salvifico di Dio.

Nel percorso quaresimale di avvicinamento alla Pasqua, abbiamo assistito a diversi volti del Cristo: il tentato, il trasfigurato, il pozzo d’acqua viva e  la luce del mondo, in questo brano si svela definitivamente come “Io sono la resurrezione e la vita” (G. Bruni).

La malattia di un caro amico diventa l’occasione (non il mezzo; Dio non usa il male come strumento per i suoi fini) di rivelare al mondo intero il dono del Padre. Appreso della sorte di Lazzaro (che vuol dire Dio aiuta), il Figlio si trova a preannunciare la propria sorte, ossia che la gloria di Dio (che nella teologia giovannea coincide con il momento della croce) si realizzerà di lì a poco. Di fatti, proprio alla fine del racconto, l’evangelista colloca la decisione del Sinedrio di uccidere Gesù (Gv 11, 53).

Non a caso, dopo due giorni di silenzio, è il terzo giorno (reminiscenza del terzo giorno della Resurrezione) che il Figlio rompe gli indugi e decide di tornare a Betania, a circa 3 km da Gerusalemme, tra coloro dai quali era appena fuggito (Gv 10, 39), provocando lo stupore dei discepoli, che allibiti si preparano al peggio. “Andiamo anche noi a morire con lui!”.

La morte dell’amico è, ormai, un fatto indiscutibile (sono passati quattro giorni, uno in più di quelli comunemente ritenuti all’epoca sufficienti per escludere la morte apparente), ma l’arrivo di Gesù sembra mettere in subbuglio la piccola comunità attraversata dal lutto. La concreta Marta corre incontro al Maestro, poi torna dalla sorella per comunicarle la presenza di Gesù, Maria si precipita, infine arrivano anche gli altri giudei. La scena è pronta.

Identica è la reazione nell’incontrare Gesù da parte di Marta e Maria, entrambe sorelle, amiche e discepole:  Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!

Le donne sembrano effettivamente discepole e sembrano preparate all’idea, diffusa in ambiente farisaico, di una resurrezione alla fine dei tempi, tanto che interpretano le parole di Gesù (Tuo fratello risorgerà) come una generica consolazione, come il solito riferimento ad una lontana prospettiva che, in fondo, ci rimane estranea.

Ma la salvezza non è lontana, è sotto gli occhi dei presenti: è Gesù stesso. Il suo turbamento, il suo pianto, il suo ringraziamento (Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato), la sua parola (Vieni fuori) creano il miracolo insperato.

Più in profondità, è la fede di Gesù nell’amore del Padre, che ci insegna come affrontare la morte e vincerla. Non sono necessarie speciali opere o eroiche virtù religiose. Questa fede porterà, di qui a poco, lo stesso Figlio ad affrontare la morte in prima persona, senza poteri divini, armato solo di questa relazione d’amore con Dio Padre. Lì non sarà necessario o utile alcun miracolo.

Basta questa fede in Gesù: chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.

 

 

Lorenzo Jannelli

 

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