Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

  

 

 Come era normale, l’articolo che ho pubblicato sul Gay Pride ha suscitato molte prese di posizione, sia favorevoli che critiche. Contrariamente alle mie previsioni, queste ultime sono state meno numerose delle prime e, in larga maggioranza, espresse in una forma amichevole che ho molto apprezzato. In verità non è mancato neppure chi ha usato toni meno dialogici e amichevoli, ma anche questo era nel conto.

Se ora torno su questo articolo non è, però,  per ribadirne i contenuti, bensì perché penso che esso, con l’eco che ha avuto,  possa costituire una buona occasione per riflettere sulla questione delicatissima dell’opinione pubblica nell’ambito della Chiesa.

 

L’espressione può apparire a qualcuno un indebito trasferimento di categorie mentali profane all’interno della comunità cristiana. Non è così. E’ molto significativo, in questo senso, l’intervento che padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha fatto al Vatican Meeting for bloggers, svoltosi  ai primi di maggio del 2011:  «Non so», egli diceva, rivolgendosi ai convegnisti, «se voi avete una certa conoscenza del Magistero della Chiesa sulle comunicazioni sociali, ma nel documento conciliare (Inter mirifica, nn. 8 e 14), e più ancora nella Communio et progressio – che è l’Istruzione per l’applicazione del documento conciliare sui media -, si parla abbastanza ampiamente del fatto che anche nella Chiesa ci deve essere un’opinione pubblica. E il Magistero si deve sviluppare anche in dialogo con questa opinione pubblica dei fedeli nella Chiesa. Non vuol dire che il Magistero perda la sua funzione di guida, ma che c’è anche un formarsi di un’opinione tra i fedeli che aiuta il formarsi del pensiero della Chiesa, in particolare nel dialogo con il mondo di oggi (…) Quindi c’è una responsabilità, per quanto riguarda la vita ecclesiale, di manifestazione del pensiero, di sua circolazione, di formazione dell’opinione, che è importante per la Chiesa» (www.vinonuovo.it,  6 maggio 2011).

Sono convinto che, davanti a queste affermazioni, molti buoni cattolici resteranno perplessi. Lo stesso padre Lombardi, nel suo discorso, ammetteva che «questo tema dell’opinione pubblica nella Chiesa – che è da approfondire e sviluppare – non è stato forse tanto sviluppato negli ultimi decenni» (ivi). È un eufemismo. Per lungo tempo, il clima dominante, all’interno della Chiesa, non solo non ha favorito lo sviluppo di una riflessione sull’opinione pubblica, ma  non ha neppure permesso la nascita di questa opinione pubblica. Il principio della comunione ecclesiale e quello, correlativo, dell’obbedienza all’autorità,  sono stati spesso identificati con la regola del silenzio – soprattutto in pubblico – e con la demonizzazione del dissenso. Col risultato di determinare una rigida contrapposizione tra i “buoni cristiani” – senza distinguere quelli sonnacchiosi da quelli capaci di vera  disponibilità ai pastori – e i “contestatori” – anche qui, senza distinguere chi è prigioniero di visioni ideologiche incompatibili con l’autentico spirito evangelico da chi, proprio in nome di quest’ultimo, si sforza di richiamare la comunità e l’autorità a una maggiore fedeltà ad esso.

Oggi, grazie anche alla grande lezione del concilio Vaticano II sul ruolo decisivo del popolo di Dio nel custodire ed esprimere  la verità del Vangelo (cfr. Lumen Gentium, n.12 e Dei Verbum, n.8), si fa finalmente più spazio alle voci che vengono “dal basso”, dal laicato, dai religiose e dalle religiose, dai diaconi e dai presbiteri.

Quanto questo sia importante per la vitalità e la crescita della comunità cristiana non dovrebbe esserci bisogno di dimostrarlo.  Già Pio XII, in un discorso del 1950, riferendosi all’opinione pubblica civile, portava degli argomenti che la valorizzavano in realtà per ogni società, e quindi anche per la Chiesa, la cui dimensione divina non elimina, ma valorizza quella umana: «Infatti l’opinione pubblica è la prerogativa di ogni società normale composta di uomini che, consapevoli della loro condotta personale e sociale, sono intimamente impegnati nella comunità di cui sono membri. Essa è dappertutto, in ultima analisi, l’eco naturale, la risonanza comune più o meno spontanea degli avvenimenti e delle condizioni del tempo nei loro intelletti e nei loro giudizi. Là ove non apparisse alcuna manifestazione dell’opinione pubblica, là soprattutto ove se ne dovesse rilevare la reale inesistenza, qualunque sia la ragione per spiegare il suo mutismo o la sua assenza, si dovrebbe scorgere un vizio, una infermità, una malattia della vita sociale» (Discorso ai giornalisti cattolici, Congresso internazionale, Roma 17 febbraio 1950).

Ciò non significa, evidentemente, che non ci siano verità e punti fermi da rispettare. Ma ci sono tanti problemi aperti su cui è indispensabile un serio confronto. Come il Concilio ha ribadito, «la Chiesa (…) non ha sempre pronta la soluzione per ogni singola questione» (Gaudium et Spes,  n.33).

Questo valorizza in modo particolare il ruolo del laicato, non come alternativa o surrogato rispetto a quello magisteriale, ma nella sua dimensione di ricerca incessante, che deve aiutare lo stesso magistero ad orientarsi e che può dar luogo legittimamente a posizioni diverse. Ascoltiamo ancora una volta il Concilio: «Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però  che i loro  pastori siano sempre  esperti a tal punto che ad  ogni  nuovo problema  che  sorge,  anche   a quelli gravi,  essi  possano avere pronta  una soluzione concreta  o che proprio  a questo  li  chiami la loro  missione: assumano  invece essi,  piuttosto,  la  propria  responsabilità,  alla  luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa  alla dottrina del Magistero. Per lo più sarà la stessa visione cristiana  della realtà che li orienterà,  in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un  giudizio  diverso sulla medesima  questione,  ciò che succede abbastanza spesso e legittimamente» (ivi, n.43).

Come il testo conciliare dice chiaramente, ci sono delle condizioni da rispettare. Ma il cammino verso la formazione di un’opinione pubblica nella Chiesa deve continuare, perché una comunione senza comunicazione si riduce a uno slogan teologico.  È l’intento che il nostro sito di propone, nel duplice impegno della fedeltà al Vangelo e al magistero e dell’ascolto delle voci che vengono dalla comunità ecclesiale e dalla società.

 

Giuseppe Savagnone

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2 Response Comments

  • michele  giugno 21, 2013 at 5:38 am

    i sacerdoti dovrebbero dare l’esempio ad essere “il sale della terra” manifestando assennate e ponderate opinioni!

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  • Sandra  giugno 22, 2013 at 4:02 pm

    Sono d’accordo con quanto afferma il teologo Vito Mancuso: “è necessario che la chiesa Cattolica passi dal principio di autorità al principio di autenticità”, che non la realtà si sottometta ai suoi principi irrinunciabili, ma che i suoi principi si sottomettano alla realtà. Una fede all’altezza dei tempi non può più permettersi un’obbedienza incondizionata al Magistero ecclesiastico e che la luce della verità illumina le stesse ombre del Magistero. Dice l’apostolo Paolo:”Non abbiamo alcun potere contro la verità”. Auspico un’idea dinamica della verità e non statica e dottrinaria che sola può promuovere un dialogo aperto con la società e il mondo.

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