Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Introduzione alla lectio divina su Lc 7, 11-17

09 giugno 2013- X domenica del tempo ordinario

11 In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 13 Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “Non piangere!”. 14 Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. 15 Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 16 Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi”, e: “Dio ha visitato il suo popolo”. 17 Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

 

Domenico Fiasella, Scuola caravaggesca, Gesù resuscita il figlio della vedova di Nain, c. 1615, Ringling Museum of Art, Sarasota

 

Il ritorno alla liturgia del tempo ordinario, dopo la memoria della Pasqua, risente ancora del clima della resurrezione.

Il brano dell’evangelista Luca contiene, infatti, il passo – originale rispetto agli altri sinottici – della resurrezione del figlio della vedova di Nain, uno dei tre racconti di risurrezione presenti nei vangeli (insieme alla resurrezione della figlia di Giairo in Lc 8 ed a quella di Lazzaro in Gv 11).

Il contesto, però, è decisamente cambiato. Dopo il discorso della pianura (Lc 6, 20-49) e la guarigione dello schiavo del centurione (7, 1-10), ci troviamo con questo brano nel capitolo 7 in cui Luca cerca ancora di mostrare un Gesù che apre il cammino, che si rivela come la novità di Dio, la Buona Notizia. E questa Buona Notizia disorienta, viene compresa da alcuni, fraintesa da altri. Perfino Giovanni Battista rimarrà sorpreso ed ordinerà di lì a poco di chiedere: “E’ lui il Signore o dobbiamo aspettare un altro?” (Lc 7,18-30). Nel capitolo 9, nel brano che leggeremo tra qualche domenica, vi sarà il dubbio se ci si trova di fronte ad un profeta o a qualcuno di radicalmente diverso (“la gente chi dice che io sia? … per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia”).

Dunque, il punto è ancora (come sempre forse) l’identità messianica di Gesù e, più concretamente per noi, l’idea personale di Dio che coltiviamo nel nostro cuore.

Anche Elia (1Re 17,8-24) ed Eliseo (2Re 4, 18-37), del resto, avevano operato prodigi e riportato alla vita i figli unici di due vedove, ma, secondo Luca, Gesù agisce in modo radicalmente diverso.

Secondo la tradizione veterotestamentaria, il profeta veniva per svelare i peccati dell’uomo (la vedova di fronte ad Elia lo apostrofava piuttosto rudemente, dicendo “Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità e per uccidermi il figlio”; 1 Re 17,18) e le sventure erano considerate come la punizione delle proprie colpe. In quest’ottica, il prodigio della resurrezione era preceduto da una sorta di formula rituale in cui l’intermediario si poneva come protezione rispetto al male e invocava l’azione di Dio, nella cui mano riposa il potere di vita e di morte (Elia si distese sul bambino tre volte e invocò Dio e la sua misericordia; Eliseo pose in essere gesti analoghi raccontati con particolari ancora più dettagliati).

La ritualità della resurrezione operata da Gesù nel brano lucano si snoda, invece, attraverso un abile intreccio narrativo, con azioni e movimenti dei personaggi. Innanzitutto, ci viene presentato l’incontro di due processioni: la processione della morte, che esce dalla città ed accompagna la vedova che porta il suo figlio unico verso il cimitero; la processione della vita che entra in città con discepoli ed una grande moltitudine. Le due processioni si incontrano “alla porta” della città di Nain, non a caso in un luogo limite, di passaggio tra dentro e fuori.

Ecco che avviene l’incontro tra Gesù e la donna, del tutto simile all’incontro che avverrà durante la passione tra Gesù e sua madre.

Uno sguardo, la comprensione, la commozione. Gesù vede una donna che ha perso la fonte della propria dignità civile e la garanzia di mezzi di sussistenza (per quei tempi questa era la drammatica conseguenza della già triste fine del rapporto con il marito defunto), ma anche il senso della propria vita (l’unico figlio). Gesù vede in quella donna, in quel corteo, il dolore che può ammutolire ogni uomo, ma anche la disperazione di un intero popolo, come quello eletto, che ha perso le radici nella fede autentica nel Padre e che si trova smarrito in una esistenza senza punti di riferimento.

Di fronte a questo spettacolo, Gesù si commuove (è l’unica volta in cui il razionale Luca usa questo termine; lett. sentire un rivolgimento delle proprie viscere). È anche la prima volta che Luca collega a Gesù il titolo di “Kyrios, Signore”. Il Signore ne ebbe compassione. Sembra che per l’evangelista proprio la capacità di commuoversi, di entrare in relazione profonda con l’altro rivelino la natura divina di quell’uomo autorevole.

Gesù guarda, soffre, parla. La morte non crea disagio o imbarazzo a Gesù. Non ci sono le nostre frasi fatte, spesso banalmente inadeguate di fronte al male. C’è una parola semplice e creatrice: Non piangere! Parola di incoraggiamento rivolta ad una donna che sperimenta cosa vuol dire la morte sulla propria pelle, parola di energia ad un intero popolo in difficoltà. Gesù non si limita a guardare, soffrire, parlare. Tocca anche la salma. Tutti i suoi sensi sono, dunque, orientati a comunicare salvezza, a permettere la vittoria della vita sulla morte. Egli compie un gesto di incomprensibile impurità per un ebreo del suo tempo, e forse anche per ogni uomo del nostro tempo, che è solito evitare ogni minimo accenno alla morte, quasi fosse un vergognoso tabù. Egli tocca la salma, assumendo su di sé il male che vuole vincere e non lasciando solo l’uomo colpito dalla morte.

Chi viene ad annunciare la vita non può non affrontare questa morte; nel senso che non può non accettare di entrare in essa, prenderla su di sé, per resuscitare e restituire alla vita tutti quelli che aveva inghiottito. Questo è quanto succede davanti ai nostri occhi, come un annuncio della Pasqua verso cui Gesù si sta già affrettando: Ragazzo, te lo dico io, alzati!” (Louf). 

Di fronte a questo evento, al ritorno alla vita disposto da Gesù, alla restituzione alla madre, assistiamo ad una corale reazione di sgomento. “Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo”.

Il popolo, di fronte a tale manifestazione di potenza d’amore, a tale dynamis, riconosce la presenza di Dio. Riesce a intravedere le tracce del Dio salvatore delle proprie esistenze derelitte, un Dio certo non riducibile a strumento magico contro la paura umanissima della morte, ma allo stesso tempo incredibilmente vicino e presente nella storia concreta di ogni uomo.

Dio appunto.

 

Lorenzo Jannelli

 

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