Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

  

Con la morte di Giulio Andreotti scompare uno degli ultimi protagonisti della cosiddetta “Prima Repubblica”. Chi sia stato veramente l’uomo Andreotti non lo sapremo mai. Quanto più sul volto di un individuo – specialmente se impegnato sulla scena pubblica – si consolida e si ingigantisce la maschera che sia lui stesso, sia gli altri, via via gli costruiscono addosso, tanto più egli scompare come persona e finisce per identificarsi col suo personaggio. Adesso che la persona di andreotti è al cospetto di Dio, il solo che l’ha conosciuta veramente, a noi resta la figura del suo personaggio, su cui possiamo e dobbiamo formulare la nostra valutazione, senza timore di violare il «non giudicate» del Vangelo (che si riferisce, evidentemente, alle persone e non ai personaggi nella loro valenza storica).

Sono sempre stato molto critico verso l’uomo politico Andreotti, anche quando era al vertice del suo potere. E il mio dissenso era esasperato dal larghissimo riconoscimento che egli ha sempre ricevuto, invece, all’interno del mondo cattolico. Non ho mai condiviso la sua linea e meno che mai il suo stile politico, in cui ho visto la proiezione di una sintesi tra machiavellismo e professione di fede cristiana che considero incompatibile col Vangelo e che invece è stata (e rimane ancora oggi) molto diffusa sia nella Chiesa istituzionale sia in una parte importante del laicato cattolico impegnato in politica.

 

Da parte mia, sono convinto che il fine non giustifica i mezzi, perché in realtà li include. Fa parte del bene comune (fine) la qualità etica dell’impegno di chi lo persegue (mezzi). E mezzi perversi portano alla fine a risultati che, al di là delle intenzioni di chi li perseguiva, lo sono altrettanto. Non è questa la sede per dimostrarlo, ma sono convinto che la storia ne sia la prova. Anche quella della DC e dell’Italia democristiana di cui Andreotti è stato un artefice.

E tuttavia in questi ultimi anni, in cui l’intramontabile protagonista di tante formule di governo è stato sempre più messo ai margini – anche per motivi anagrafici – ed è sembrato che potesse rimanere travolto dalle tempeste giudiziarie, non ho potuto fare a meno di ammettere che nel suo comportamento, proprio di fronte a queste tempeste, vi era una traccia dello stile di quei grandi uomini di Stato che erano i fondatori della Prima Repubblica. Davanti alla pacata fermezza con cui Andreotti ha preso atto delle gravissime accuse che gli venivano rivolte, rimettendosi al giudizio del solo organo a cui la nostra Costituzione lo attribuisce, la magistratura, e confrontando questa reazione con l’isterica campagna di delegittimazione condotta sistematicamente in questi anni nei confronti di quest’organo da parte di chi, per le sue responsabilità pubbliche, avrebbe dovuto comunque rispettarlo, mi sono tornate alla mente le parole che Tomasi di Lampedusa, ne Il Gattopardo, riferisce al principe di Salina, al momento del commiato con l’inviato del governo piemontese: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene».

Sono personalmente convinto che l’assoluzione giudiziaria di Andreotti non possa e non debba far dimenticare che c’è una verità non processuale, ma etico-politica, e che, sotto il profilo di quest’ultima, il suo appoggio a Salvo Lima sia stato un esempio di quel machiavellismo di cui parlavo prima. Sia detto per inciso: Andreotti non è stato il primo e neppure l’ultimo a cercare, con la mediazione di un ambiguo “proconsole” locale, l’appoggio della mafia per avere i voti dei siciliani. Per un’operazione analoga il grande statista Giolitti fu definito da Salvemini «il ministro della malavita». Una linea fruttuosa, a breve termine, per il potere romano, ma devastante per la Sicilia e, alla lunga, per tutto il Paese.

Qualcuno potrebbe denunciare l’ipocrisia che c’è nel rispetto delle forme istituzionali, quando si è responsabili di operazioni del genere a livello di sostanza. Personalmente sono convinto che le forme siano importanti, sia nella sfera privata che, ancor più, in quella pubblica. L’ipocrisia è pur sempre un segno che si riconoscono le regole, e che ci si sente perciò costretti ad agire di nascosto quando le si viola. Il dramma della cosiddetta Seconda Repubblica sono state la spudoratezza e l’arroganza con cui si è esibita la violazione delle regole, pretendendo di fissarne di nuove per adattare il diritto alle situazioni e agli interessi particolari. La funzione della magistratura, quella della stessa Corte Costituzionale, sono stata così misconosciute, pretendendo di sottoporle al giudizio di coloro che avrebbero dovuto esserne giudicati.

Gli effetti sul livello etico e civile della nostra vita pubblica e della stessa popolazione sono sotto gli occhi di tutti. Ben più grave della crisi finanziaria e di quella economica è questa, assai meno denunziata, di carattere culturale e morale. Per risolverla, bisogna che emerga una nuova classe politica, ma soprattutto una nuova coscienza politica da parte della gente che dovrebbe esprimerla. Per questo, ovviamente, non auspico un futuro in cui siano di nuovo al potere i gattopardi. Ma, nell’ora in cui muore l’ultimo di loro, è un debito di giustizia riconoscere che essi, come personaggi, furono in definitiva migliori di quelli che sono venuti dopo.

Giuseppe Savagnone

 

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