Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

 

 

Introduzione alla lectio divina su Gv 13,31-33a.34-35

28 aprile 2013 -V domenica del tempo di Pasqua

 

Quando Giuda fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’Uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

                        

 

Presa di Cristo nell’orto, Caravaggio, 1602, olio su tela, National Gallery of Ireland, Dublino

 

 Giuda esce dopo aver mangiato il boccone servitogli da Gesù: ed era notte, sottolinea Giovanni al v. 30 che precede immediatamente il nostro brano. Queste notazioni non sono mai casuali nel nostro raffinato evangelista: Giuda condivide il pane e subito dopo tradisce colui che lo ha sempre amato e lo amerà fino alla fine. E proprio in questa Ora cruciale (il capitolo 13 del vangelo di Giovanni inaugura proprio il cosiddetto libro dell’Ora), Gesù legge il compimento della Parola e della promessa di Dio. L’ora della morte, del tradimento, dell’infamia coincide, paradosso emblematico del Cristianesimo, con l’ora della sua Gloria.

Gloria che è un termine importante e ben lontano, come spesso accade, dal valore semantico attuale: “gloria” per gli Ebrei è infatti qualcosa di molto concreto e tangibile, il kabòd, il peso specifico, la consistenza reale di Dio e di Gesù, che si rivela, appunto, nell’Ora della conclusione della sua vicenda terrena, Ora di passione e di resurrezione.

Nell’interpretazione giovannea, Gesù dà una chiave di lettura ai discepoli, e dunque a noi, della sua morte, che non è sacrificio e dolore fine a se stesso, ma gesto consapevole volto alla glorificazione sua e del Padre, anzi, sua da parte del Padre e del Padre da parte di Gesù stesso. Con queste ripetizioni martellanti, tipiche del suo stile, Giovanni sottolinea la reciprocità insita nell’azione del Padre e del Figlio. E a questa reciprocità, a questo “agire insieme secondo il loro specifico” (Vanni), deve essere improntata proprio la relazione tra i discepoli.   Perché non è solo il singolo uomo ad essere “ad immagine” del Dio vivente, ma è la relazione che i Cristiani devono instaurare tra di loro ad essere ad immagine di quella trinitaria. In questo sta la novità del comandamento, non certo nell’amore filantropico in sé, che peraltro accomuna tutte le grandi religioni. Anche nella Bibbia, del resto, già il libro del Levitico (19,18) comandava infatti “Amerai il prossimo tuo come te stesso” e Gesù, come altri rabbi del suo tempo, aveva affermato che proprio in questo comandamento e nell’amare Dio con tutte le proprie forze erano sintetizzate la Legge e i Profeti tutti.

Nell’insegnamento nuovo e rivoluzionario di Gesù, la gratuità assoluta del servizio agli altri sposa la reciprocità dell’amore vicendevole rivelativo dell’essere discepoli, che non è un amore che viene spontaneamente dal cuore dell’uomo, ma un amore purificato da ogni narcisismo e da ogni ansia di perfezionismo, di chi vorrebbe amare tutti, e spesso sperimenta l’asperità di amare persino i propri familiari o amici. La qualità di questo amore nuovo, sta allora nel suo radicarsi proprio in Cristo, in quel “come io vi ho amato”, che alcuni leggono come “per il fatto che io vi ho amato”.

I discepoli allora sono chiamati da Gesù a ripetere creativamente quello che ha fatto Lui, ad amarsi reciprocamente con la qualità di quell’amore con cui Lui li ha amati. In questo gioco di richiami, se non perdono di vista la loro fonte, i Cristiani possono trasmettersi la salvezza reciprocamente e rendere ragione della speranza che è in loro, anche nel buio di catacomba che a volte sembra ancora circondarci.

 

Valentina Chinnici

 

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