Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Introduzione alla lectio divina su Gv 8, 1-11

 

17 marzo 2013 – V domenica del tempo di Quaresima

1 Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. 2 Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3 Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, 4 gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5 Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. E tu cosa dici?”. 6 Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. 7 E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. 8 E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9 Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani, e fu lasciato solo Gesù con la donna là in mezzo. 10 Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. 11 Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.

 Lucas Cranach il Giovane (1515 – 1586), Cristo e la donna colta in adulterio, dopo il 1532,

Olio su cuoio trasferito da tavola, 84 x 123 cm, The Hermitage, St. Petersburg.

 

Nel vangelo di Giovanni, all’interno della corposa sezione ambientata durante la festa delle Capanne (il Sukkot, una ricorrenza autunnale in cui gli ebrei facevano memoria della loro permanenza nel deserto sotto la protezione di JHVH), è descritto l’incontro di Gesù con una donna adultera. Questa narrazione è una delle più preziose occasioni offerte ad un lettore cristiano per comprendere il cuore di Dio, come rivelatoci da Gesù.

Ci troviamo di fronte ad un brano che gli esegeti considerano pacificamente come “inserito” successivamente all’interno del vangelo giovanneo (originariamente non compariva in alcuni manoscritti) e che presenta particolarità stilistiche, che inducono ad attribuirlo ad una mano di tradizione lucana. Il redattore avrà scelto l’inserimento di questo brano nel vangelo di Giovanni presumibilmente per il v. 15 che lo segue (“Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno”) e già da questo comprendiamo che il tema del nostro brano è quello del difficile rapporto tra giustizia e perdono, un rapporto spesso malinteso nella storia del cristianesimo.

Gesù è al tempio di Gerusalemme dove, di buon mattino, insegna di fronte a tutto il popolo riunito per ascoltare. Sono presenti anche i farisei, che qualche versetto prima avevano tentato di arrestarlo per arginare il suo successo con le folle. Non paghi del tentativo fallito, essi conducono una donna di fronte a Gesù e cercano una conferma del Maestro, non per una seria ricerca di una parola autorevole, ma – come ci suggerisce lo stesso evangelista – soprattutto per mettere in difficoltà il loro interlocutore, posto di fronte al dilemma tra privilegiare il rispetto della Legge data da Dio a Mosé o la necessità di salvare la vita di una donna.

Ci troviamo, all’improvviso, in un vero e proprio processo sommario, in cui a giudizio vi è non solo l’imputata (l’adultera), ma paradossalmente anche lo stesso Gesù.

La Legge era chiara in proposito:

2 Qualora si trovi in mezzo a te, in una delle città che il Signore, tuo Dio, sta per darti, un uomo o una donna che faccia ciò che è male agli occhi del Signore, tuo Dio, trasgredendo la sua alleanza, 3 che vada e serva altri dèi, prostrandosi davanti a loro, davanti al sole o alla luna o a tutto l’esercito del cielo, contro il mio comando, 4 quando ciò ti sia riferito o tu ne abbia sentito parlare, infórmatene diligentemente.

Se la cosa è vera, se il fatto sussiste, se un tale abominio è stato commesso in Israele, 5 farai condurre alle porte della tua città quell’uomo o quella donna che avrà commesso quell’azione cattiva e lapiderai quell’uomo o quella donna, così che muoia. 6 Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni. Non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. 7 La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire. Poi sarà la mano di tutto il popolo. Così estirperai il male in mezzo a te.” (Dt 17,2)

Ancora Dt 22,22 recitava “Quando un uomo verrà trovato a giacere con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che è giaciuto con la donna e la donna. Così estirperai il male da Israele.” (v. anche Lv 20,7).

Una prima stranezza è che, in questo improvvisato giudizio, l’unica di cui si propone la condanna è la donna e non anche il suo complice, di cui nulla sappiamo. Ma di questo aspetto della puntuale applicazione della Legge, i solerti accusatori non si curano. La donna viene “posta nel mezzo”, al centro di un ideale cerchio sociale, diventando così un vero e proprio oggetto, non più una persona.

A tal proposito, la riflessione di René Girard sul capro espiatorio ci aiuta bene a capire che, in casi del genere, il gruppo sociale, per sedare la violenza (che, per Girard, è frutto di “desiderio mimetico”, ossia prodotto dal fatto che tutti ci imitiamo a vicenda e desideriamo ciò che hanno o che desiderano gli altri) ha bisogno di trovare una vittima sacrificale.

È la logica deuteronomica del “Così estirperai il male in mezzo a te”: scaricando su un capro espiatorio la violenza che oppone ciascuno a tutti gli altri, si placano i conflitti interpersonali e si crea il vincolo sociale, fondato sulla illusione che ciò che è male viene eliminato. In questo modo, si crea un “noi” di gente senza peccato rispetto ad un “altro da noi” che viene respinto o escluso. Una illusione, appunto, in quanto il male che si elimina è un male manifesto, “colto in flagranza”, non dissimile però da quello che non viene fuori, ma si insinua e alberga nei nostri cuori.

Gesù conosce nel profondo i cuori dell’uomo e, di fronte a tale scena, si abbassa e scrive per terra. Le uniche parole scritte di Gesù vengono tracciate sulla polvere. È un gesto misterioso che molti hanno, senza grande successo, tentato di interpretare. Alcuni hanno rintracciato nel gesto di Gesù un richiamo a Ger, 17 (“quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva”). Forse Gesù reinterpreta quel versetto e scrive la sua sentenza sulla polvere, laddove la condanna potrà essere dispersa al vento, così illuminandoci sulla precarietà delle nostre certezze e mettendo in crisi la definitività dei nostri giudizi, tanto più rigidi quanto più sordi alla profonde necessità dei fratelli.

Di fronte all’insistenza malevola dei suoi interlocutori, Gesù si rialza e, rinviando alla responsabilità di ciascuno, in un primo tempo li investe uno per uno del ruolo di testimone, di “primo a scagliare il sasso”, ossia di colui il quale è chiamato ad assumersi la responsabilità di avviare l’esecuzione. A condannare la donna, Gesù invita, dunque, non una folla indistinta all’interno della quale ci si può nascondere facilmente, ma un insieme di individui interpellati personalmente. Ma Gesù fa ancora di più: invita tutti questi “testimoni” a non ritenersi tali, a non reputarsi meri osservatori di una realtà che non li coinvolge, bensì soggetti in pieno “partecipi” della realtà di peccato che ha colpito la vittima. In questo modo, viene a spezzarsi radicalmente il meccanismo sacrificale di identificazione tra la vittima ed il suo peccato. Non servono più capri espiatori, perché la lotta con il peccato, che ci vede talvolta perdenti, riguarda tutti gli uomini e, soprattutto, tutti i cristiani. Non si tratta di far finta di nulla sul peccato, ma di non confondere il peccato (da rigettare) con il peccatore (da accogliere), nella consapevolezza che siamo tutti peccatori.

I primi a rinunciare sono gli anziani, che hanno maggiore esperienza degli abissi del cuore umano, ma poi, uno dopo l’altro, tutti vanno via, rinunciando alla propria pietra.

Lo scenario muta d’improvviso. La confusione e la concitazione di un processo sommario lascia il posto alla quiete. E rimangono a confronto Gesù e l’adultera. Relicti sunt duo: misera et misericordia (Sant’Agostino). Gesù invita la “donna”, simbolo della umanità intera e soprattutto della Chiesa di domani, quella che Lui ha amato e per la quale Lui si sacrificherà (Louf), a prendere coscienza che nessuno la condanna, neanche Colui che potrebbe farlo perché è senza peccato.

È la buona notizia rigenerante: Gesù non è venuto per condannare, ma per riaprire strade interrotte dal peccato, per riportare la vita, laddove la flagranza del peccato era l’unica realtà.

 

Lorenzo Jannelli

 

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