Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

 

 

A giudicare dagli interventi pubblici, il tema della sessualità sta molto a cuore alla Chiesa. La ferma condanna della contraccezione, dell’aborto, dell’omosessualità, viene periodicamente rinnovata, anche in rapporto al problema della loro regolamentazione sul piano legislativo. Chi non sa che i cattolici sono contrari alle nozze dei gay? Meno spesso viene ricordata la proibizione dei rapporti sessuali prima del matrimonio, ormai diffusissimi anche tra credenti. In ogni caso, il capitolo di gran lunga più frequentato della morale cristiana, almeno nel nostro Paese, è quello che ha a che fare col sesso.

Si potrebbe spiegare questa attenzione, a livello ufficiale, con le trasformazioni vertiginose che si stanno verificando da diversi anni nella nostra società sotto questo profilo. Si accennava prima al fatto che ormai sono rari i giovani che arrivano al matrimonio senza aver già avuto rapporti fisici completi. E non solo tra i non credenti: basta fare una veloce indagine tra i partecipanti ai corsi di preparazione organizzati in ambito ecclesiale per averne la conferma. Quanto alla contraccezione, essa è da tempo in larga misura praticata anche da cattolici. E l’omosessualità sta diventando un fenomeno su cui all’interno della stessa Chiesa appare sempre meno possibile chiudere gli occhi.

Sono proprio queste trasformazioni, tuttavia, che, se da un lato rendono comprensibile l’insistenza dei pastori su questi temi, dall’altro fanno apparire le loro prese posizioni come delle “gride contro i bravi” di manzoniana memoria. La battaglia sui princìpi – in questo come in altri ambiti – richiama gli sforzi di chi, lavorando incessantemente a rafforzare una diga, non si preoccupi soprattutto di regolare e canalizzare, amonte, il corso impetuoso delle acque che premono su di essa. L’esperienza dice che, in queste condizioni, le dighe, i muri, prima o poi crollano.

Fuor di metafora, la Chiesa parla molto di sessualità, ma raramente si cura di realizzare – almeno tra i ragazzi che frequentano il catechismo per la prima comunione e la cresima – una seria educazione sessuale. “Di sesso in chiesa non si parla!”, esclamerà indignato qualche buon parroco. Già. E dove, invece, se ne deve parlare? In famiglia? Ma tutti sanno che nelle nostre famiglie su questo argomento, da sempre, si ha molta difficoltà perfino a prendere il discorso. Oggi, poi, molti genitori hanno ben poco da insegnare ai loro figli, almeno nella direzione di una seria prospettiva etica. A scuola? Sì, ormai in tanti istituti ci sono dei corsi di educazione sessuale. Ma nella grande maggioranza dei casi consistono in una illustrazione dei metodi da seguire per evitare che dopo il rapporto fisico la ragazza resti incinta. Istruzioni per l’uso. E allora?

La sola alternativa al silenzio imbarazzato (o ai cenni reticenti) di papà e mamma e alle asettiche indicazioni dell’ “esperto” che viene a parlare a scuola resta, per un ragazzo o una ragazza, quello che fin da piccoli hanno appreso dalla televisione e dai loro coetanei, perfezionandolo ulteriormente attraverso Internet.

Non c’è da stupirsi che, con simili “maestri”, sia diventato difficile, per le nuove generazioni, entrare nella prospettiva dell’etica cattolica, non dico per condividerla, ma anche solo per comprenderla. Quello che si conoscono sono i divieti, le condanne, i rifiuti. E così, la Chiesa è diventata, agli occhi dei giovani, l’emblema di un conservatorismo ottuso, di cui non vale più neppure la pena di tenere conto.

E allora torna la domanda: davvero in chiesa non si deve parlare di sesso? Proprio nel vuoto che si è determinato, a livello educativo, su questo problema, un’appropriata formazione – non solo informazione! – appare sempre più necessaria. Si potrà obiettare che i catechisti non sono preparati per questo. Si chiamino delle persone competenti – non solo dal punto di vista tecnico! – per formarli adeguatamente e metterli in condizione di svolgere poi, a livello capillare, un lavoro che può essere fruttuoso solo in piccoli gruppi. Se poi questi catechisti, come di solito accade, sono dei laici, anch’essi chiamati a vivere da cristiani la propria sessualità nei rispettivi rapporti affettivi, ricevere questa formazione sarà importante anche per loro.

E forse, più a monte, bisognerebbe offrire agli stessi presbiteri, in seminario, una educazione sessuale che li aiuti a vivere bene la loro rinunzia alla genitalità (non alla sessualità come tale: questo sarebbe impossibile), inserendola in un percorso di maturazione emotiva e affettiva. Solo così essi potranno essere dei veri “maestri” di umanità anche in questo ambito delicatissimo.

È facile che a proposte come quelle che ho appena formulato si guardi, da parte degli “addetti ai lavori”, con un pizzico di compatimento. “Ci sarebbero tante cose da fare! Ma dove sono il tempo e le forze per farle?”. Già. Bisognerebbe ripensare l’impianto della vita parrocchiale. Rinunziare a qualche messa vespertina, per esempio, costringendo venti vecchiette a emigrare nella parrocchia che si trova a duecento metri di distanza. Dare più fiducia e responsabilità a dei laici, valorizzando le loro competenze… Cambiamenti importanti. Chi se la sente? E allora avanti così, con le dichiarazioni di principio, in attesa che la fiumana travolga le dighe.

Giuseppe Savagnone

 

 

 

{jcomments on}

 

(Visited 44 times, 1 visits today)

One Response Comment

  • anna maria vultaggio  aprile 4, 2013 at 2:04 pm

    Fermo restando che una seria conoscenza “scientifica” dell’argomento – non solo da un punto di vista bio-genetico, ma anche psicologico – resta indispensabile.

    Rispondi

Leave A Comment

Please enter your name. Please enter an valid email address. Please enter a message.