Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Introduzione alla lectio divina su Lc 4, 21-30

 

03 febbraio 2013 – IV domenica del tempo ordinario  

21Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

22Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. 23Ma egli rispose loro: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. 24Poi aggiunse: “In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25 Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”.

28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

                         Jews Praying in the Synagogue on Yom Kippur,  Maurycy Gottlieb, 1878, Oil on canvas, Tel Aviv Museum of Art, Tel Aviv

 

 Oggi si è adempiuta questa Scrittura nei vostri orecchi”. È il tenore letterale del versetto iniziale del brano evangelico della prossima domenica, che era, del resto, il versetto finale di quello della domenica precedente. Il versetto fa, dunque, da ponte liturgico tra i due brani e costituisce il contesto teologico della azione di Gesù.

L’evangelista Luca, a differenza degli altri sinottici, ha posto all’inizio del ministero pubblico di Gesù l’incontro-scontro con la comunità giudaica in cui il Figlio di Dio si era formato sin dalla sua più tenera infanzia. Proprio per questa posizione, che conferisce all’episodio del rifiuto di Nazaret, un carattere programmatico, i commentatori hanno parlato di un “vangelo nel vangelo”. L’annuncio di salvezza ed il successivo rifiuto da parte dei suoi costituisce, infatti, per l’evangelista una ulteriore conferma del ruolo profetico del Messia, ma soprattutto una esemplare anticipazione delle vicende che vedranno successivamente Gesù protagonista nella Passione e Resurrezione.

Per Luca, il Regno di Dio non è più prefigurazione apocalittica, ma già realtà nella persona del Cristo: Egli è il compimento delle scritture donate da Dio al popolo ebraico, è il Messia, il Salvatore di tutte le genti, portatore di liberazione per tutti gli oppressi ed i prigionieri.

La reazione della sinagoga alla omelia di Gesù è piuttosto singolare: “tutti” gli rendevano testimonianza (emartùroun) e si stupivano (euthaumazon) per le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, ma non riuscivano a conciliarle con l’origine umana del Gesù storico, con le fragilità della creatura umana, fragilità che ci sono ben note, soprattutto in chi ci sta vicino e che abbiamo visto nascere o crescere. È forse lo scandalo che l’ebraismo non riesce ancora ad accettare, la possibilità che la promessa di salvezza riservata da Dio al suo popolo trovi realizzazione concreta nella debolezza umana.

Ma Gesù incalza l’uditorio e legge nelle loro domande e nei loro cuori la radicale sfiducia per qualcosa che non esalti l’identità nazaretana. Egli avverte che i suoi compaesani lo stanno esortando a riservare “per i suoi” quei miracoli che aveva in precedenza elargito agli “stranieri”. “Medice cura te ipsum” è il pensiero che agita i nazaretani, dove il te ipsum non è tanto un richiamo di coerenza verso il loro autorevole compatriota, ma è il sottile presupposto che Gesù non vuole accettare: l’identificazione fra Gesù e i suoi. Nazaret e Gesù sono la stessa cosa. La Parola, però, non può essere addomesticata, né vi si possono porre confini o ambiti di appartenenza.

“La parola di Gesù è portatrice di un giudizio e chiede agli ascoltatori di prendere posizione. La parola che Gesù pronuncia è parola non accomodata, non adattata, non ha come fine di compiacere gli uditori, ma è parola che scomoda gli ascoltatori e mette in pericolo chi la pronuncia. La parola profetica può essere pronunciata solamente a caro prezzo. Essa ha la forza della verità che fa emergere ciò che abita nel cuore dei destinatari: meraviglia e ammirazione finché viene percepita come innocua e addomesticabile, odio e rigetto non appena mette in discussione le sicurezze acquisite e i privilegi di cui si gode. Essa è intollerabile perché costringe l’ascoltatore a fare i conti con le tenebre del proprio cuore: pur di evitare questa dolorosa presa di coscienza, si rigetta l’intollerabilità su colui che tale parola ha pronunciato” (Manicardi).

Come ogni profeta che si rispetti, Gesù non è dunque accettato dai suoi, proprio perché nega che essi possano definirsi tali. E la Parola si fa sui ipsius interpres per ricordare agli uomini di Nazaret che altri prima di lui (Elia, Eliseo) non avevano tenuto in conto l’appartenenza quale criterio di salvezza (la vedova di Sarepta, Naaman il siro).

A quel punto, la reazione dei giudei diventa violenta, come capita ogni qual volta si mette in discussione ciò che viene ritenuto una “identità”. Essi ne decretano l’espulsione, portandolo sul ciglio del monte per ucciderlo. Ma ancora non è l’ora che il Padre gli ha riservato e Gesù non permette che alcunché possa ostacolare la sua missione. L’inizio della missione pubblica è compiuto. I giudei hanno avuto la possibilità di riconoscere il Regno di Dio, ma la loro mancanza di fede ne ha impedito la comprensione.

“Per essere oggi discepolo di Gesù, suo compatriota e suo contemporaneo, è necessario e sufficiente un solo titolo: la fede in Gesù che salva. […] Qualsiasi altro titolo, fosse pure di santità o di efficacia apostolica, ogni altro titolo tranne la fede, è dubbio. Gesù riconosce come suoi soltanto coloro i quali, sprovvisti di tutti gli altri titoli, sono alla mercé della sua grazia. Allora è Lui stesso che diventa la loro santità e la fonte della loro illuminazione” (Louf).  

 

Lorenzo Jannelli

 

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