Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

 

A gennaio prossimo in Italia scatterà il cosiddetto “redditometro”. Un sistema che dovrebbe consentire di confrontare la dichiarazione dei redditi delle persone fisiche con il loro tenore di vita.

Una misura significativa per la nostra economia, visto che l’evasione fiscale nel nostro Paese, secondo l’Agenzia delle entrate, si aggira tra i 120 e i 150 miliardi di euro l’anno. Quanto basterebbe a rimettere in ordine i conti pubblici, seriamente dissestati, e a garantire quel vigoroso sostegno alla ripresa, di cui si avverte ancora la carenza nell’attuale politica governativa.

Una misura importante anche dal punto di vista della giustizia sociale. Quando si costeggia il molo di un qualsiasi porticciolo turistico – ma anche semplicemente quello della “cala”, a Palermo – non si può non restare impressionati dalla quantità di grandi barche (ma in certi casi sono veri e propri yacht) che vi si trovano in fila “posteggiate”. Per non parlare delle auto di grossa cilindrata che intasano con la loro mole il traffico delle nostre città, dei ristoranti di lusso traboccanti di avventori (vi faceva riferimento anche l’ex presidente del Consiglio, per negare l’esistenza della crisi), del moltiplicarsi dei negozi di alta moda, in piena fioritura proprio mentre quelli in passato frequentati dalla gente comune falliscono uno dopo l’altro. Insomma, è chiaro che in Italia ci sono molti ricchi, mentre crescono di numero i poveri. Andiamo verso una situazione di tipo sud-americano, caratterizzata dal declino del ceto medio e dall’allargarsi della forbice tra le classi sociali.

Ora, il compito di un equo e funzionale sistema fiscale dovrebbe essere quello di Robin Hood: togliere ai ricchi un po’ del loro superfluo per dare ai poveri il necessario. Con i soldi pagati da chi ne ha tanti si possono fare politiche sociali favorevoli ai meno abbienti, per esempio incrementando i servizi socialmente utili che essi non possono pagarsi (asili, cure gratuite, libri e borse di studio per gli studenti poveri, etc.).

Nel nostro Paese questo ovvio meccanismo stenta a funzionare. L’evasione fiscale consente ai più ricchi di non dare quasi nulla, col risultato che lo Stato deve tagliare sulle spese sociali (lo ha ampiamente fatto, nell’èra berlusconiana, riducendo drasticamente i contribuiti agli enti locali e costringendoli a chiudere molti dei servizi a cui si accennava). Con la scusa di “non mettere le mani nelle tasche degli italiani”, si è lasciato che quelli che le avevano piene continuassero a spendere e spandere, mentre i tanti che le avevano vuote non ricevessero più nulla che potesse aiutarli a vivere egualmente in modo decente.

Non solo: la consapevolezza che solo una minoranza di fatto paga le tasse costringe lo Stato a mantenerle altissime nei confronti di questa minoranza, per sopperire così alla latitanza degli altri. E questa esosità, che soffoca gli onesti, li spinge a chiedersi se non sia meglio, a questo punto, passare dalla parte dei disonesti, creando un circolo vizioso che incrementa ulteriormente l’evasione.

Con l’introduzione del redditometro le cose dovrebbero cambiare. Resta da chiedersi come mai ci si sia pensato solo ora. Come mai i governi della Seconda Repubblica (ma anche quelli precedenti!) non abbiano pensato di mettere in atto un misura così semplice. Come mai coloro che hanno in questi anni deprecato l’eccessiva pressione fiscale, invece di tuonare contro di essa non abbiano pensato di ridurla estendendola effettivamente a tutti, grazie a controlli più severi che colpissero non alla cieca, come è il caso delle imposte indirette (IVA, benzina, etc.), ma guardando al livello di reddito dei singoli, a partire dal loro tenore di vita. Come mai la stessa opposizione sia sembrata spesso più sensibile al problema delle nozze tra i gay che a un problema così vitale per milioni e milioni di persone, vittime di un’oggettiva prevaricazione. Eppure non era necessaria un’intuizione da premio Nobel per individuare questo nesso tra spese e ricchezza…

L’importante è che adesso ci si sia arrivati, finalmente. Resta da verificare se il nuovo meccanismo di controllo sarà fatto funzionare. Perché i ricchi sono più potenti dei poveri e le stesse ragioni che hanno finora impedito alla classe politica di escogitare il redditometro potrebbero condurre alla sua neutralizzazione pratica. Speriamo bene.

Giuseppe Savagnone

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