Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

 

La “nuova Evangelizzazione”. Piccolo contributo alla riflessione.

     Quando si discute oggi   all’interno del mondo cattolico  di “nuova evangelizzazione”, sulla spinta di una proposta  di rinnovamento della missionarietà , da sempre  campo di studio e approfondimento in seno alla Chiesa , ma da qualche tempo oggetto  della più viva attenzione da parte dei suoi   massimi esponenti  – a cominciare dai Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI  –  se ne parla  come  di un’adeguata risposta all’esigenza, ormai  non più eludibile,  di inculturare in modo efficace il cristianesimo nella società contemporanea,  sempre più scristianizzata,  al fine di recuperarla alla fede cattolica, piuttosto che come di un nuovo impulso per una maggiore diffusione   della stessa fede in ambienti  ancora   non sufficientemente esplorati o evangelizzati.

 

   Si ha pertanto  l’impressione che  l’attuale  rinnovato fervore  (da ultimo va  registrata la recente  creazione  da parte di  Papa Benedetto XVI di un  apposito dicastero della curia vaticana,  denominato  per l’appunto  «Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione») , sia  frutto di una  preoccupazione  prevalentemente di ordine  pastorale,   e che l’essenza della “missio” evangelizzatrice  –  la predicazione degli insegnamenti  di Cristo – rischi in una certa misura di appiattirsi  sulla ricerca  e sperimentazione di nuove metodologie di persuasione,  capaci  cioè  di  riconquistare alla Chiesa le simpatie ancorché epidermiche della gente, cioè degli  uomini e delle donne   appartenenti a  quell’universo antropologico disgregato, opulento e consumistico,  costituito  soprattutto  dagli abitanti dei Paesi e delle nazioni  del cosiddetto Primo Mondo.

   Sembra, infatti, dover  considerare  pur sempre  un’opportunità  benefica  il  poter  ridestare in questi cattolici di facciata, cristiani solo anagrafici,  l’interesse  per la “vita buona”,   degna di essere vissuta  all’insegna della bontà evangelica, anche se ciò comporta il rischio che tale atteggiamento  assecondi  in sostanza solo  una nobile quanto appagante filosofia esistenziale, di ascendenze vagamente liberiste, peraltro   ancorata a una collaudata civiltà di  tradizionale perbenismo cattolico.

    D’altra parte, il profilo etico di  ogni fede religiosa costituisce l’àmbito di contatto suggestivo e più immediato atto ad  influenzare le scelte di vita dei singoli, ancor prima di quello dottrinario entro cui  bisogna comparare e accogliere  ardue opzioni  intellettualistiche; cosi che, da questo punto di vista, risulta più agevole, tanto per chi lo induce quanto per chi lo subisce, un progressivo aggiustamento della sintonia cattolica alla mentalità  corrente, ormai radicata nell’educazione e nella cultura precedentemente assorbite dalle persone:  la conversione del cuore, prima di quella della mente .

    In quest’opera per certi aspetti  fascinosa  di propaganda della fede, può servire a volte  anche  un tollerante approccio sul versante moralistico (particolarmente su quello della sessualità), fermo restando il ruolo certamente importante giuocato dal ricorso ad  accorte metodologie di   trasmissione del messaggio;  come pure va rilevato, in questa strategia  (non espressamente costruita, ma frutto di spontanee convergenze su la necessità di un rinnovamento teologico) un prudente e smagato intervento di commentatori di parte cattolica  nel cuore del dibattito epistemologico che accende la discussione  in seno alla cultura moderna.

   In particolare, un esplicito invito a favorire e studiare l’utilizzo delle moderne forme di comunicazione sociale, quali strumenti  idonei ad affermare la nuova evangelizzazione, è  contenuto  nel  recente « motu proprio » papale che istituisce il già citato nuovo dicastero vaticano, e tale esortazione non può disgiungersi – ovviamente –dal richiamo al  Catechismo della Chiesa Cattolica e dal mandato ad un pertinente e sagace approfondimento del significato teologico e pastorale di una rinnovata evangelizzazione.

   E’ opportuno anche considerare l’ampio panorama attuale di una vera e propria  domanda di spiritualità, che  in vario modo,  in un’epoca di pervasiva globalizzazione come quella che stiamo oggi vivendo,  si affaccia, e a volte dilaga, nel tessuto delle relazioni sociali, e paradossalmente denuncia una stanchezza della weltanschauung materialista di derivazione post-illuministica:  è un  fenomeno che, oltre a essere documentato dal profluvio di discussioni e richieste in argomento presenti su i  più diffusi social network,  offre spazio  e opportunità all’avvento delle sette,  le quali  proliferano e fanno proseliti elargendo suggestioni di vario tipo, nell’intento di dare risposta a inquietudini diffuse e,  comunque, un esito qualsiasi alla ricerca di senso del vivere comune.

   Stando così le cose, il rilancio di quella che potremmo chiamare vitalità  cristiana, pur con tutti gli appesantimenti legati  al perdurare di preclusioni invalicabili di  natura dogmatica e all’ affezione a forme spettacolari e  pompose di esposizione,  percepite come  ridondanti e ormai anacronistiche (specialmente in alcuni riti cari alla pietà popolare), costituisce pur sempre un risultato sociologicamente palpabile, nel senso che delinea una prospettiva dignitosa,  e alla fine  accettabile,  per un futuro umanamente vivibile, se   visto in seno all’andazzo incoerente e insicuro di tutta la vita moderna. La  conclamata crisi delle ideologie, e il travaglio filosofico che  ne consegue, caratterizza il momento storico presente – etichettato come il tempo della post-modernità –  durante il quale il domani appare incerto, la progettualità è desueta, si paga il tributo  di molteplici deludenti certezze – che la sagace diagnosi di Papa Ratzinger ha bollato come “relativismo culturale”-, e dunque fra le possibili opzioni spiritualiste il cristianesimo, pur declinato nelle sue molteplici confessioni, appare ancora una sponda affidabile, se non pienamente credibile.

  Questa tentazione spiritualista cristiana, che lascia immaginare   un’esistenza umana  meno  cinica e alienante di quella vissuta entro  gli schemi  di una società anticonformista  e contraddittoria come quella occidentale –  contraddistinta ahimè  dallo sperpero e  dalla  contemporanea  presenza di numerose sacche di povertà e di miseria  materiale e spirituale -,  questa opzione religiosa moderatamente   conservatrice, ancora plausibile  nella situazione sopra accennata, si è visto che può   attrarre l’interesse della gente, fino a   sedurre – se ben veicolata – la coscienza di quanti si sentono frastornati  nel tirare a campare; e questa attrazione è  sostenuta da innumerevoli  esemplari e confortanti situazioni di accoglienza e assistenza di diseredati ed emarginati che la Chiesa asseconda, e che le istituzioni della società civile invece non riescono a gestire (basti pensare alle numerose opere caritative cristiane), e quindi è attrattiva proprio in ragione della sua capacità di placare in qualche modo l’ansia da insicurezza, generata   dalla provvisorietà delle condizioni economiche e finanziarie e  dal relativismo dei valori – a più riprese,  come s’è detto, denunciato dal Papa – che travaglia l’Occidente, nel cui seno, per altro verso,   sono invece maturati progressivamente  processi di secolarizzazione e indifferentismo religioso.

   Orbene, per tornare alla nuova  evangelizzazione, dovendosi registrare , in base a quanto sopra osservato, che   il contesto “mondano”, entro cui la Chiesa è chiamata a svolgere la sua missione, ha subìto  nel volgere di meno di un secolo una rapida trasformazione  per quanto riguarda la  struttura sociale , e ancor più la sensibilità  comune,  rispetto alla stabilità da  tempo preesistente, è più che opportuno  –  da parte della stessa Chiesa  – ammodernare il proprio  modus operandi  attraverso cui viene conservato, e se possibile rinvigorito, il rapporto con i fedeli; anzi,  è proprio necessario, per non dire indispensabile, attuare un costante   aggiornamento culturale  della catechesi, di modo che le verità rivelate continuino a risuonare nel cuore delle persone e continuino  a formare la coscienza cristiana del popolo di Dio, prima ancora di essere  più o meno  esattamente  tradotte in principi dottrinari, i quali spesso stentano a convincere l’intelligenza degli ascoltatori (ma, da quest’ultimo profilo,  bisogna fortunatamente riconoscere che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha da tempo avviato  – ma non concluso – un benefico quanto travagliato approfondimento della riflessione teologica nella continuità del deposito della tradizione).

   Quindi, conclusivamente, non si può non essere d’accordo su un auspicabile rilancio dell’apostolato intra ecclesia,  ma l’esigenza di essere al passo coi tempi rischia in verità – secondo me – di aprire un varco  attraverso cui si può insinuare una sorta di mondanizzazione delle coscienze: si può ben  immaginare, cioè, che circostanze, ancorché favorevoli, di un risveglio di stampo neo-modernista  all’interno della prassi cattolica,  comportino una   incauta sopravvalutazione  del proselitismo di convenienza, nell’inevitabile competizione con altre spigliate agenzie di formazione religiosa, a scapito dell’ortodossia dei contenuti del kerigma.  E questo è il nocciolo della questione: poiché è su alcuni punti fermi del Catechismo il disagio di molti “fedeli dubitanti”.

   Bisogna riportare la fede cristiana alla sua purezza originale: questo è il vero problema della cosiddetta “nuova evangelizzazione” (ma, secondo me, sarebbe meglio in proposito   parlare di   rievangelizzazione  della moderna  società   occidentale), che oggi la Chiesa-popolo di Dio sente di dover affrontare  e risolvere  innanzi tutto per  rispondere alla vocazione missionaria esplicita che il Salvatore le ha comandato, e poi anche, se  vuole, per  riaffermare,  legittimamente, la propria  validità in seno al panorama delle   varie  credenze  religiose  e spiritualiste  presenti nel mondo contemporaneo.

   Ciò significa, in sostanza,  rinnovare nella forma  –  e talvolta anche nei contenuti – l’attività missionaria,  soprattutto  nei confronti del mondo cristianizzato,  attraverso un’accorta e sapiente attualizzazione del messaggio evangelico là dove esso viene rivolto ad una società sempre più secolarizzata – e in tal senso  riottosa ad accogliere ogni supposta verità rivelata e impermeabile alla penetrazione di ogni tipo di  mitizzazione – in modo da riaffermare la validità perenne,  in ogni tempo e in ogni luogo, dei principi  e, conseguentemente, dell’etica (cioè del modo di praticare  una rinnovata mentalità attraverso la coerenza del comportamento),  che   sostanziano  il credo cristiano.

   Si tratta di un’opera missionaria  difficile in sé,  che potremmo definire di fede persuasiva,  perché volta a rivedere i presupposti  valoriali che hanno influenzato troppo a lungo la formazione  laica delle coscienze;  si tratta  anche di contrastare  resistenze psicologiche alla revisione di proposizioni    materialiste e sostanzialmente antimetafisiche  che,  in vero, risultano   sempre più accreditate in campo scientifico, e che per ciò appaiono  diffuse e quasi scontate nella cultura moderna del mondo occidentale.

   L’ opera di ri-evangelizzazione esige  un’autenticità radicale della fede  trasmessa, che non basta solo testimoniare, ma che va  predicata con l’annuncio senza mezzi termini della Verità: non soltanto, quindi, implica  l’esortazione a praticare  elevate  virtù umane,  che  – guarda caso! – coincidono con le virtù e i consigli evangelici, ma richiede l’esternazione  di una  consapevolezza profetica della gioia di vivere un’esistenza  buona  sostenuta dal Cristo, cioè fondata sulla sua presenza viva,  efficace e perenne nella storia dell’uomo.

   Certo,  credere in Gesù-Messia  postula  l’attesa di  un effettivo compimento –  che rende necessaria e non mitizzata l’assunzione in  Dio della realtà ontologica  –  compimento la cui invocata certezza, che si vorrebbe agognare di  natura  razionale, riguarda  ciò che ancora non è palese:  allora,  solo un supplemento del cuore induce a ritenere  già, per così dire, sensibilmente  anticipata ogni  realtà   nella storia della vita stessa dell’Uomo Gesù, così come si dipana attraverso misteriose vicende, cioè attraverso  l’incarnazione, morte e  resurrezione   di Chi racchiude in  sé  l’ ubi consistam  di ogni cosa.

   Allora, anche l’ineffabile racconto evangelico della sconvolgente  trasfigurazione di Gesù, mi sembra che  riveli, a chi vuole e sa guardare, un evento che  anticipa sensibilmente agli esterrefatti apostoli l’irrinunciabile proiezione escatologica dell’esistenza umana.

  Se, da cattolici,  ci assumiamo la responsabilità di ri-evangelizzare,  dobbiamo essere  capaci di ridire con un linguaggio accettabile  dagli uomini  di questo nostro tempo  la sostanza della speranza che ci conduce, senza rifiutare le sfide del dubbio, che possono giustificare sia la difficoltà di accettare la Verità, sia anche  l’onesta  ricerca  di nuove  concezioni   teologiche della stessa (come quelle che si definiscono dinamico – evolutive).

   In definitiva, a me basta Cristo: come meglio annunciarlo oggi, è tutto da  capire!

                                                                                                                      Elio Scaglione{jcomments on}

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