Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Gabriele Nissim, “La bontà insensata”, Il segreto degli uomini giusti

Mondadori 2011

 

C’è nel Talmud una leggenda, la leggenda dei trentasei giusti sulla terra: quando il popolo d’Israele è in difficoltà l’opera dei giusti si manifesta affinché Israele non si perda. Nessuno li conosce ed essi si ignorano a vicenda, spesso vivono fra gli umili ma la loro vita è una benedizione misteriosa per il mondo. Già in Genesi 18,23  Abramo chiede al Signore di risparmiare Sodoma a motivo dei giusti che vi potrebbero abitare e  Proverbi 10,25 afferma “passa l’uragano e l’empio non c’è più, invece il giusto resta saldo in eterno”.

 

Questo libro affonda le sue radici nel cuore di una antichissima figura, il giusto, preesistente al sistema di leggi scritte, e collega vertiginosamente un insieme di vite – le più disparate – o, meglio,  di vite esemplari collegate alla figura del “giusto tra le nazioni”, la massima onorificenza attribuita dallo Stato d’Israele a stranieri benemeriti nei confronti degli ebrei.

Parte da Gerusalemme, in una serie di colloqui con  Moshe Bejski, fondatore del “Giardino dei Giusti”, il filo conduttore della ricerca: qual è il segreto del comportamento, della “bontà insensata” dei giusti che spesso si sono trovati improvvisamente e inspiegabilmente autori di gesti eroici o di sacrifici straordinari?

La risposta di Bejski all’inizio può deludere: “agiscono in un certo modo perché li fa stare meglio e possono sentirsi soddisfatti di sé stessi”. Così per approfondirla l’Autore ci conduce in un drammatico e profondo viaggio nel tempo e nello spazio attraversando mezzo mondo sulle tracce dei “giusti”, delle loro vite, delle azioni, delle circostanze spesso terribili in cui hanno scelto – apparentemente senza un perché – anche il sacrificio estremo della vita.

Ma per prima cosa l’Autore cerca di approfondire la sua ricerca sui giusti: chi sono stati? Quali le loro azioni e le loro scelte? Rispondere a queste domande diventa già un modo particolare di ripercorrere la storia del Novecento andando al di là del tema della Shoa. Nissim prende le distanze dalla definizione restrittiva data dalla commissione di Yad Vashem (il giusto è colui che a discapito della sua vita ha salvato la vita almeno ad un ebreo) per approdare ad una figura di essere umano che, pur con le sue fragilità e debolezze, risponda, almeno una volta nella sua vita, all’imperativo categorico kantiano e così facendo, se ne assuma tutte le conseguenze.

Ecco, dunque, il legame fra tante storie diverse, ma collegate idealmente dal tema dell’unicità irripetibile della persona umana minacciata di volta in volta dal totalitarismo di ogni colore, dalla violenza o dall’odio.

L’impianto etico – filosofico della ricerca si stempera e/o prende corpo nel gran numero di persone di diversissima origine che, famose o sconosciute,  hanno compiuto un gesto significativo di affermazione della loro umanità nella Storia, che si sono prese su di sé in tempi o circostanze terribili, la responsabilità di essere uomini, con gesti di “bontà insensata” perché non riconosciuta o contrastata dai regimi in cui vivevano, dal comune sentire, da ragioni di opportunità o persino sopravvivenza.

Al di fuori di ogni facile moralismo e al di là di intenti apologetici o ideologici, l’Autore cerca per tale bontà non solo un perché, ma un nome e un cognome, quasi un volto e una voce, che sfuggano all’indifferenza della Storia e ci consegnino una testimonianza di coraggio e di speranza, in tempi come questi, non molto luminosi.

Alessandra Aglieri{jcomments on}

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