Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

savagnone-3-small-articoloPerché i genitori picchiano, sempre più spesso, i docenti dei loro figli? La domanda, se posta anche solo pochi anni fa, avrebbe lasciato allibiti. Oggi sorge spontanea, leggendo le cronache dei giornali. Ormai non passa quasi settimana senza che un insegnante venga aggredito, da un padre, da un marito e una moglie insieme, o direttamente dagli alunni, evidentemente sicuri dell’appoggio delle famiglie. Soltanto in questi pochi mesi del 2018 si contano ben ventiquattro episodi di violenza su maestri e professori. Fare il docente è diventato un mestiere pericoloso che presto richiederà, se le cose continuano ad andare così, corsi di addestramento all’autodifesa.

Che cosa è successo? La risposta non può non tener conto del crescente isolamento della figura dell’insegnante, in una società che non gli ha mai riconosciuto dignità sul piano retributivo, ma che ora, a differenza che in passato, non gliene attribuisce più neppure su quello del prestigio sociale e culturale.

Fino a cinquant’anni fa il lavoro di educatore era pagato poco, ma era rispettato. Oggi non è più così. C’è stato il Sessantotto, con la contestazione dei “maestri”, che ha travolto, insieme ad indubbie forme di autoritarismo, anche la loro autorità. Probabilmente ha inciso anche la crisi del concetto di “missione”, percepito a un certo punto come un alibi retorico per giustificare i bassi stipendi dei professori, con la conseguente crisi di motivazione di tanti la cui passione educativa si fondava su una visione idealizzata della scuola.

Soprattutto, è cambiata la percezione comune del rapporto tra denaro e valore sociale: in passato il primo non era la misura del secondo; nell’Italia del nostro tempo lo è diventato. Chi guadagna poco è, in fondo, un fallito. È con questo atteggiamento di sottile disprezzo che molti si rapportano alla classe docente, e non c’è da meravigliarsi se, consciamente o inconsciamente, lo trasmettono ai loro figli.

Ma gli episodi di violenza non ci parlano solo del declino della scuola: essi sono lo specchio allarmante di una famiglia sempre più caratterizzata dall’incapacità, da parte di genitori insicuri e iperprotettivi, di far valere la loro funzione educativa, perché troppo timorosi dei conflitti che un esercizio reale della loro autorità genitoriale potrebbe determinare.

Alla base c’è una grande fragilità degli adulti. Ormai, osserva acutamente Massimo Recalcati, «non sono più i figli che domandano di essere riconosciuti dai loro genitori, ma sono i genitori che domandano di essere riconosciuti dai loro figli». E poiché «per risultare amabili è necessario dire sempre “Sì!”, eliminare il disagio del conflitto, delegare le proprie responsabilità educative, avallare il carattere pseudodemocratico del dialogo», si verifica quell’«occultamento delle differenze generazionali e delle responsabilità che queste differenze implicano», per cui ci si mimetizza, camuffandosi da coetanei dei più giovani. Come quei padri che si vantano di essere “amici” dei propri figli”, senza rendersi conto che in questo modo li rendono orfani, perché di amici ne hanno tanti, ma di padre uno solo.

In realtà, oggi più che mai, sottolinea Recalcati. «i figli hanno bisogno di genitori in grado di sopportare il conflitto e, dunque, in grado di rappresentare ancora la differenza generazionale». Degli adulti degni di questo nome non si ridurrebbero ad essere dei complici dei propri ragazzi discoli e maleducati – , sia perché avrebbero saputo educarli già tra le mura domestiche, sia perché sarebbero alleati degli insegnanti nel proseguire, nell’ambito della scuola, quest’opera educativa, avallando e rafforzando le eventuali sanzioni di fronte a comportamenti incivili.

Siamo dunque davanti non solo al declino della scuola e della famiglia, ma al naufragio del loro antico patto educativo – quello, in termini semplici, per cui un padre, se il figlio portava a casa una pessima pagella o una nota disciplinare, invece di correre a protestare con il preside o l’insegnante, puniva il ragazzo.

scuola-56642_640Eppure, proprio gli attuali scenari culturali, suggeriscono che solo una loro alleanza può salvare dalla crescente irrilevanza sia la famiglia che la scuola. Viviamo in un contesto in cui ormai, col diffondersi delle nuove tecnologie, le comunità educanti rischiano di essere sovrastate e relativizzate da un sistema di comunicazione totale e pervasivo, di fronte a cui scuola e famiglia – anche a prescindere dalle fragilità sopra rilevate – sono sempre più impotenti. I veri educatori dei nostri giovani, più che i genitori e gli insegnanti, oggi sono il web, i social, la platea anonima e senza volto di coloro che quotidianamente, con il loro incessante scambio di messaggi e di foto, plasmano la loro mentalità e i loro stili di vita. Gli adulti non sono più contestati, perché ormai appartengono a un altro mondo. Gli sforzi dei genitori di essere vicini ai propri figli, schierandosi dalla loro parte incondizionatamente, sono in realtà patetici, perché non possono sovvertire questa situazione.

Però famiglia e scuola sono comunità, e questa è la loro forza. Perché la rete può simulare la dimensione comunitaria – su Facebook ci si definisce “amici” – , ma il suo successo è dovuto proprio al fatto di averne annullato i vincoli, coniugando un estremo individualismo (ognuno fa conoscere di sé quello che vuole e può “uscire” quando vuole, senza renderne ragione a nessuno) con la consolante percezione di essere “visti”. «Esse est percipi», sosteneva Berkeley, un filosofo del Settecento: «Esistere significa essere percepiti», visti da qualcuno. Berkeley, veramente, pensava a Dio; oggi ci si accontenta del pubblico della rete. Ma la differenza è che, in questo secondo caso, si resta profondamente estranei e sconosciuti. Il prezzo della libertà, vissuta come assenza di legami, è la solitudine. La rete ne è la perfetta consacrazione.

Così, rispetto ad essa, la famiglia e la scuola sono rimaste le uniche vere comunità (forse insieme alla Chiesa: ma il discorso qui sarebbe più complesso) in grado di insegnare ad essere liberi, non malgrado i vincoli personali e le regole in essi impliciti, ma proprio grazie ad essi. Per farlo, però, devono riscoprire questa loro dignità, aiutandosi a vicenda a farlo. Forse i pugni e gli schiaffi ai professori dovrebbero dar luogo a qualcosa di più che a una pur giusta protesta da parte dei sindacati degli insegnanti. Forse è il momento di fare una seria riflessione su ciò di cui queste violenze inaccettabili sono indizio e di cerare nuove forme in cui il patto tra scuola e famiglia possa rivivere nella società attuale. Non tanto per salvare i docenti dalle aggressioni, ma i ragazzi dalla solitudine in cui noi adulti li abbiamo lasciati.

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2 Response Comments

  • Nino Brancato  aprile 17, 2018 at 7:59 am

    “Amici” si dicevano i democristiani. Il 68? E 20 anni di berlusconismo? Con il suo corredo di soubrettine menistre e disprezzo per tutto ciò che fosse “cultura”? Cosa ha svuotato 30 anni di antimafia nella Scuola, la “trattativa” o 20 minuti di scemeggiati “capo dei capi” o similari, buoni a vendere pubblicità?

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  • Antonino Brancato  aprile 17, 2018 at 8:01 am

    Rubo la definizione di “scemeggiato” a Roberto Lopes, che ringrazio.

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