Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giorgio Gusella

Giorgio Gusella

Laureato in Scienze Agrarie e Forestali presso il Dipartimento di Scienze Agrarie a Forestali dell'Università degli Studi di Palermo, ha conseguito la laurea magistrale in Medicina delle Piante presso il Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". È un membro della comunità cristiana "Exodos".
Giorgio Gusella

“Il sapere e la ragione parlano, l’ignoranza e il torto urlano” scriveva Arturo Graf. Un’ampia rassegna di letteratura scientifica converge sull’evidenza degli effetti positivi nella società dei livelli di istruzione più alti della popolazione.

È chiaro ad esempio che una popolazione più istruita sia in grado di partecipare più attivamente e responsabilmente alla vita politica e al dibattito pubblico, possegga maggiore consapevolezza della tutela della salute (salute individuale e risparmio per il sistema sanitario pubblico) e sia meno legata ad attività criminali che ledono l’individuo e la società. È importante ricordare inoltre come le Università svolgano un ruolo molto importante nel progresso economico e sociale di un territorio e, più in generale, dello Stato. Attraverso la ricerca applicata, supportata da numerosi studi “portanti” (ricerca di base) è possibile garantire innovazioni in diversi settori che portino così ricchezza nel breve e lungo periodo: la “terza missione” delle università (in aggiunta a didattica e ricerca).

Oggi più che mai, però, pare che questa nobile istituzione che è l’Università sia rosa lentamente da una serie di politiche che, più che promuoverla, la indeboliscono sempre più. La riflessione nasce dalla lettura del nuovo libro del professore Gianfranco Viesti “La laurea negata. Le politiche contro l’istruzione universitaria” (Laterza, 2018), che riprende, in un abile libretto, scritto appositamente per i non addetti ai lavori, i risultati dell’indagine del 2016 dal titolo “Università in declino. Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud” (Donzelli Editore, 2016). Al di là delle idee personali riguardo i governi succedutisi negli ultimi anni e le politiche universitarie attuate da questi, ritengo sia importante interrogarsi su cosa possa rappresentare l’Università oggi, il suo ruolo, la sua credibilità e soprattutto il suo futuro.

Il professore Viesti prende in esame il cambiamento dell’Università italiana a partire dall’ultimo decennio, momento in cui sembra essere avvenuta una radicale inversione di rotta dell’Università a partire proprio dai finanziamenti pubblici erogati per il suo sostentamento. Pur rimandando alla lettura del libro per la dissertazione del professore riguardo i singoli temi affrontati, è bene riportare qualche numero che sembra balzare fuori dalle pagine per richiamare la nostra attenzione. Il fondo di finanziamento ordinario (FFO) è stato ridotto del 20% costringendo l’Università negli ultimi anni ad una progressiva implosione attraverso manovre che hanno avuto ricadute importantissime per la vita dei singoli e per il benessere del Paese. Prima fra tutte il blocco del turnover, ovvero il ricambio dei docenti all’interno dei Dipartimenti, che ha costretto giovani ricercatori a cercare opportunità di carriera accademica all’estero, la cosiddetta “fuga dei cervelli” (a senso unico, senza ritorno!) o ad adeguarsi a condizioni precarie e sottopagate (si pensi alla scomparsa del “ricercatore a tempo indeterminato” e alla nascita del “ricercatore a tempo determinato”, l’RTD), garantendo all’Italia un primato poco invidiabile: “Paese con docenti universitari più vecchi d’Europa”. Come non ricordare le parole del professore di Patologia in “La meglio Gioventù” (Regia di Marco Tullio Giordana, 2003): “qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri”.

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Viesti ricorda come negli ultimi anni la spesa per l’istruzione universitaria (investimento pubblico e privato) in Italia abbia rappresentato l’1% del PIL, mentre negli Stati Uniti il 2,6%. È pur vero che in Paesi come gli Stati Uniti il finanziamento privato rappresenta la prima fonte di sostentamento dell’Università, ma di certo l’Italia, in questi anni, in merito all’erogazione di fondi pubblici, se paragonata ai vicini Paesi Europei, non sembra essersi spesa poi più di tanto. Basti pensare che nel 2015 il finanziamento pubblico ammontava a 7 miliardi, mentre in Germania è stato di 28,7 miliardi e in Francia di 23,7. Cifre che di certo dovrebbero farci pensare.

La riduzione sempre crescente del finanziamento pubblico in Italia, a favore dell’investimento privato, suscita anche una riflessione in merito agli obiettivi della ricerca stessa che, per l’Università, deve sempre “preservare la propria indipendenza scientifica, operativa, disciplinare” (La laurea negata, Laterza, 2018). Ai problemi legati ai tagli dei finanziamenti, seguono a cascata numerose criticità come la riduzione vertiginosa dei laureati, determinata da riforme incentivanti l’aumento del costo dell’istruzione universitaria. Tanto per dare due numeri, pensiamo alla nostra Regione Sicilia che nel 2016 ha visto solo il 18% di laureati, collocandola al 269esimo posto su 272 regioni europee, la metà di Lipsia e Dresda nell’ex Germania Est.

A fare da sfondo a questa drammatica situazione è quella che nel libro del professore Viesti è definita come “retorica dell’eccellenza”. Proprio sulla base del principio di “premiare le eccellenze” si sta da tempo verificando una pericolosa stratificazione tra gli atenei italiani, distinguendoli in atenei di serie A e atenei di serie B. Il principio secondo cui università meritevoli ricevano stanziamenti aggiuntivi rispetto ai normali finanziamenti pubblici è ovvio e sacrosanto, è quanto suggerito dalla European University Association (EUA) in merito alle politiche di premio alle università, ma, in Italia, le università “premiate”, sulla base di numerosi indicatori alquanto discutibili, non ricevono quote premiali “extra”, bensì ricevono finanziamenti prelevati dall’FFO, e sottratti quindi ad altri dipartimenti. È indubbio come queste procedure di allocazione delle risorse, inneggiando all’eccellenza da premiare, stiano fomentando una lotta tra atenei per spartirsi l’unico boccone disponibile, in cui i vincitori saranno sempre i “premiati” e i vinti di certo non avranno possibilità alcuna di riprendersi dalla fame, restando condannati alla serie B.

È stato il professore Vittorio Coletti a mettere in luce quanto pericoloso sia un sistema che tenda ad accostare l’Università e l’istruzione alle logiche di mercato. Pensiamo a parole come “offerta formativa”, “prodotti” (le ricerche), “punto organico”. Trasformare la nostra università in un mercato in cui si acquisti, si scambi, si penalizzi, lede la sua essenza, racchiusa tra le parole di Nelson Mandela: “l’istruzione è l’arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo”.

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