Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

Pasqua è senza dubbio la festa della corporeità. La celebrazione liturgica della resurrezione, se da un lato ci fa penetrare nel mistero di Dio, dall’altro, al tempo stesso, illumina la realtà dell’uomo, facendo giustizia delle interpretazioni distorte che, coniugando senza adeguato discernimento la prospettiva biblica con la filosofia platonica, hanno ridotto il messaggio evangelico a un etereo spiritualismo. L’evento di Pasqua è, infatti, la suprema conferma che il Verbo di Dio «si è fatto carne» – senza riserve, senza separazione fra dimensione corporea e dimensione spirituale. Perché è questa carne, è questa corporeità, che ha sconfitto la morte ed è entrata per sempre nell’eternità.

Anche gli dèi greci talvolta prendevano le spoglie di un essere mortale, per nascondere la loro vera identità e godere di un fuggevole periodo di soggiorno tra gli uomini. Ma, al termine di questa esperienza, essi si spogliavano del corpo come di una veste, o di una maschera, e tornavano all’Olimpo nelle loro vere sembianze.

La resurrezione dice che per il Dio cristiano non è così. Egli non ha lasciato il suo corpo nel sepolcro, come un inutile rivestimento. Perché quel corpo era ormai, per sempre, il suo. E per tutta l’eternità, ormai, il Santo, l’Inesprimibile, è anche un uomo in carne ed ossa, che i nostri occhi di resuscitati, un giorno, potranno vedere, e le nostre mani toccare, come è accaduto agli apostoli. Ormai per sempre Dio è Gesù, il Risorto. La materia non è dunque condannata, come credevano i Greci, ad essere un ostacolo nell’ascesa alla divinità. Perché un frammento dell’universo fisico, una primizia di esso, è ormai nel cuore stesso di questa divinità, anticipando il destino finale dell’intero cosmo che, come ha scritto san Paolo, anela alla redenzione.

Vi è qui un messaggio che risponde alle attese più profonde dell’uomo del nostro tempo. La riscoperta dell’unità psico-fisica della persona, un forte senso della corporeità e delle sue esigenze – troppo a lungo misconosciute e mortificate, se non addirittura demonizzate –, la percezione del valore dell’ambiente fisico e il diffondersi di una sensibilità ecologica, tutto ciò trova, nel messaggio cristiano della resurrezione di Cristo, una conferma esplicita e, al tempo stesso, una nuova possibilità di approfondimento sul terreno religioso.

silhouette-1304141_640Il mistero della resurrezione, però, evidenzia anche le contraddizioni del nostro clima culturale. Perché, se è vero che quest’ultimo valorizza la corporeità, lo è altrettanto che, per certi versi, rischia di penalizzarla ancor più pesantemente delle epoche precedenti. Non ci riferiamo soltanto all’uso indiscriminato che, nella società consumistica, si fa del corpo umano – soprattutto di quello femminile –, riducendolo a mero oggetto tra gli altri. Più insidiosa, anche perché più problematica, è la tendenza della nostra civiltà elettronica a mettere tra parentesi la sfera corporea. La comunicazione via Internet ormai lascia da parte la dimensione fisica dell’altro. Sempre più l’incontro personale viene sostituito dall’anonimo incrociarsi di messaggi, in cui gli interlocutori non hanno volto né voce. E’ una nuova forma di spiritualismo, che amplia a dismisura le possibilità di rapporti, ma che al tempo stesso rischia di impoverirli.

Anche l’ingegneria genetica – un altro campo in rapido sviluppo nel nostro tempo – tende sempre più a considerare la sfera fisica, biologica, solo come materiale informe da manipolare. Si identificano le persone in base alla loro coscienza di sé, non per la loro appartenenza alla specie umana, con i suoi connotati genetici. Col risultato che si rischia di non considerare persone esseri come gli embrioni, o i malati in stato di coma profondo, che dal punto di vista della biologia sono sicuramente umani, ma non esercitano un’attività mentale consapevole, e, viceversa, di trattare come persone le intelligenze artificiali. Sulla stessa linea, anche i processi naturali di generazione vengono sempre più alterati e sostituiti da quelli artificiali. E non mancano illustri studiosi che auspicano un futuro in cui la stessa struttura fisica della specie umana potrà essere modificata tanto radicalmente da renderla non paragonabile a quella attuale. La continuità, in tal caso, sarebbe garantita solo dalla mente. Da questo punto di vista si può ben dire che, contrariamente alle apparenze, viviamo in un’epoca fortemente platonica.

Il riferimento al corpo ci parla anche della sua fragilità. La vulnerabilità, ha detto un autore contemporaneo, è la nostra finestra sulla vita. Il messaggio pasquale è che Dio stesso ha voluto condividere questa vulnerabilità. Nel cenacolo, apparendo, dopo la sua resurrezione, Gesù, agli apostoli che dubitano della sua identità, mostra come segno di riconoscimento non la sua gloria divina, ma le piaghe delle sue mani e del suo costato. La sua storia personale, segnata dalla passione, non è abolita, dimenticata, ma è stata ormai accolta da Dio e custodita per sempre. Pasqua significa che la fragilità umana, con le sue vicissitudini, le sue tensioni, le sue angosce, non è indegna di Dio ed è per l’eternità da Lui assunta in Sé stesso come sigillo della sua alleanza con gli uomini.

La festa della resurrezione è stata inventata da Dio per sancire la vittoria della vita sulla morte. Ma è bene, oggi, ricordare che questa vita non è quella di una mente, bensì di un individuo umano nella sua inscindibile integrità. Nel Cristo risorto non risplende solo la gloria di Dio, ma anche il volto dell’uomo. Ed è in questo volto che noi siamo invitati a specchiarci, per non dimenticare chi siamo.

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