Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Francesco Affronti

Francesco Affronti. Ha conseguito la maturità classica (Palermo, 2004), una laurea triennale in lingue (Palermo, 2007), un double degree in comunicazione e traduzione (Palermo-Tunisi, 2015).
Nel 2010 F.A. ha lavorato presso la casa editrice Tranchida (Milano) e ha seguito i corsi di scrittura creativa della Scuola Forrester. Ha lavorato come traduttore e realizzato servizi e articoli per una trasmissione in onda su reti locali (Antenna Uno, TeleOne e VideoOne). Ha pubblicato saggi e articoli per le riviste «Studi di estetica» (Mimesis edizioni) e «Fata Morgana» (Pellegrini editore), mentre la casa editrice Leima ha incluso il suo Ali di farfalla nella raccolta «Quelle BRAve ragazze» (Palermo, 2017). Nel 2017 è ammesso al corso di dottorato in Studi Letterari, filologico-linguistici e storico-filosofici dell'Università di Palermo.

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Capita a tutti di imbattersi, sui social network, in frammenti di mondo che nel mare sconfinato del web spiccano per la loro capacità di pungere, di afferrarci, similmente a quanto accadeva per quelle fotografie che nella riflessione di Roland Barthes sovvertivano la presunta sostanzialità del soggetto e lo esponevano a una passività nella quale era riconosciuto come oggetto; e l’essere e il pensare, se gli fosse stato ancora consentito di arrivare a quel grado, si sarebbero dati solo al termine di un sentire: e il sentire era quello di una ferita.

Salvo poi rischiare, e anche di questo Barthes aveva avuto sentore, di annegare e perdersi in una proliferazione di immagini senza senso, addomesticate, rese maschere, incapaci ormai di indicare i nodi folli dell’esistenza.

A tutto questo siamo abituati, ma se oggi qui provo a volermi fermare, e fermare il lettore, è per esorcizzare la possibilità di lasciar correre, di lasciar precipitare le immagini e i fatti nell’indifferenza.

In realtà la nostra condizione è un po’ diversa da quella dipinta da Barthes ne La camera chiara. Se la fotografia ci viene da un altrove che, in quanto spectatores, ci resta vagamente ignoto, delle notizie e delle immagini che fruiamo sul web siamo anche produttori. Di un documento trovato on line possiamo scegliere se amplificarlo, se ignorarlo e condannarlo all’oblio. Possiamo crearne uno nuovo, e immediatamente renderlo pubblico. E le condizioni singolari dell’esistenza e della conservazione di un documento, i loro moventi, sembrano poi, in realtà, poco importanti. Eppure non lo sono, perché non siamo più le tabule rase di Barthes di fronte alla follia della foto, ma siamo anche attori, e attori nel senso originale di produttori di atti, documenti, dati. Ora, nell’esercizio di quella che alcuni chiamerebbero la documedialità, cioè nella produzione e conservazione continua di documenti tramite il web, si svela un sempre maggiore svincolarsi dalla ricerca dell’utile come guadagno, salario. Forse, dietro questa tendenza, c’è la volontà di riconoscere noi stessi nei documenti e negli atti che produciamo, nelle foto, nei post su facebook: e a nulla vale pensare che non se ne ottiene un profitto materiale, il vero profitto è acquisire, per gli altri, una visibilità, una presenza, un riconoscimento. Riconoscimento che si dà nell’atto creato e salvato. E forse attesta anche, questa tendenza, il credito “mistico” che viene conferito all’autorità del post, del commento, del tweet, se non addirittura del testo: come se fosse la prova della nostra esistenza. Sia come sia, alla ferita provata – da me – rispetto a un reperto di cui dirò subito appresso, si intende accompagnare un atto: questo. Che si spera non resti fine a se stesso, cioè la semplice, monadica attestazione di un punto di vista singolare in un mondo in cui ciascuno dice “io”, e finire così annegato tra selfie, doglianze sulle scie chimiche e tutta la varia avariata umanità che conosciamo e amiamo.

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Ho trovato il resoconto di una bella giornata, stilato dal circolo Arci “Porco rosso” di Palermo, e poi rimbalzato ai miei occhi dalla condivisione fatta da un amico:

Quello che più mi colpisce, e vorrei colpisse anche chi leggerà, non è tanto la sofferenza e l’atrocità delle condizioni umane, forse perché tutte le epoche sono colme di orrori: ma l’indifferente tranquillità, la tecnicità con cui i nostri funzionari gestiscono le vite di disperati che neanche possono stare in piedi. E dico i nostri funzionari come per un tentativo di lavarmi la coscienza, come se non fossero stati resi (da me, tra gli altri) le mani a cui io (insieme agli altri), in quanto cittadino responsabile, votante, democratico, delego il lavoro sporco. Lavoro che poi loro eseguono appunto come se separassero le pere dalle mele da un cestino di frutta: e all’ipocrisia del mio vivere civile si aggiunge, con loro, la banalità del male compiuto. Mi permetto di citare un passaggio non troppo lontano, per il contesto, di Günter Anders da L’uomo è antiquato: «Ciò che ci aveva colmati di orrore (…): il fatto che lo stesso uomo potesse essere un addetto al campo di sterminio e un buon padre di famiglia, che i due frammenti non si ostacolassero a vicenda, perché ormai non si conoscevano più, questa atroce innocenza dell’atrocità non è più un caso singolo. Noi tutti siamo i successori di questi schizofrenici nel vero senso della parola».

Anders faceva una riflessione pessimista sulla tecnica: si rendeva conto che al giorno d’oggi gli strumenti, gli utensili, gli schermi che utilizziamo sono sempre più scomodi; ma questo non impedisce alla gente di adeguarsi, di piegarsi ai manufatti, di correre freneticamente all’acquisto di un inutile ultimo modello, e senza nemmeno accorgersi dell’umiliazione. La facilità con cui l’uomo moderno si abbassa ad accettare i cambiamenti tecnologici era vista dall’intellettuale tedesco come la causa di quella terribile “schizofrenia”: l’uomo non vive più uno scontro, come in altre epoche si dilianiava invece tra dovere e piacere, tra corpo e mente. Questo tipo di conflitto per Anders è il campo in cui, lottando con se stesso, l’uomo dà corpo alla sua personalità, e alla sua intera esistenza. Ma se manca ogni tipo di disagio, se si accetta il volere della Tecnica a occhi chiusi, si finisce per rendersi dissociati da se stessi. Ecco qual era la bella conclusione dell’intellettuale tedesco: «Insomma: l’uomo, in quanto tale, non esiste più, ma esiste soltanto, da un lato, colui che agisce o produce e, da un altro lato, colui che sente; l’uomo in quanto produttore e l’uomo in quanto senziente, e soltanto questi frammenti specializzati di uomini hanno una realtà».

Questo dislivello però, seguendo le riflessioni di cui sopra, pare essere fortemente attenuato. Noi sentiamo e agiamo insieme, e lo facciamo immediatamente, è finito il rassicurante tempo in cui sentivamo e della coscienza del nostro sentire ricavavamo l’idea di essere dei superstiti grazie all’indicazione di un «è stato» prodotto per ricordarci la morte. Se c’è in questa città qualcuno che vigila sulla sua capacità di distinguere il bene dal male, e di fare il bene al posto del male, si tratta senza dubbio di tutti quelli che danno il loro contributo all’interno delle associazioni di volontari. Ma il volontariato, oltre alla benemerenza cui potremmo aggrapparci (basta volerlo) per salvare anche noi stessi salvando i migranti, attesta anche una cosa negativa: il pauroso svuotamento delle diverse posizioni rispetto al modo di amministrare la cosa pubblica e il nostro stesso stare in comune. Lo sgretolarsi del nostro interesse alla produzione di atti (leggi, per esempio) molto più utili di quelli con cui ci balocchiamo – sacrosantemente – sul web. Siamo tutti connessi, tutti costantemente comunicanti con chiunque, tutti pronti a dire io e attestare la nostra esistenza, a riconoscerci o perderci nei labirintici archivi di cose che produciamo, condividiamo, copiamo: viviamo in una specie di comunismo, ma senza comunità.

Che l’urgenza di fare qualcosa di concreto e utile per aiutare dei poveri cristi non ci distolga da un impegno ancora più grave, ancora più urgente, ovvero di pensare (e pensando scontarsi, incontrarsi, conciliare) il modo in cui vogliamo stare insieme agli altri: come comunità, e come comunità che all’intero pianeta è collegata, e non solo per il tramite di file e video. È assolutamente necessario, se non vogliamo riconoscerci come i nipoti degli amorevoli impiegati sterminatori di popoli, iniziare a produrre, insieme a quelli attestanti la nostra auto-indicizzazione, gli atti per una politica che non impedisca ad alcuno di produrre i propri atti. Non parlo solo di informazioni (vere o false che siano: al giorno d’oggi su questa accidentalità insiste il dibattito); o di like e registrazioni di acquisti on line o come dicevo file, video, selfie, ecc. Ma tutto quello che, per la sua natura di registrato, impone un cambiamento di stato. La parte più cattiva del comunicato dell’Arci è quella che individua come noi, tramite i nostri burocrati, diamo ai migranti un atto (inattuabile, ma solo per motivi di contingenza), il foglio che intima di lasciare l’Italia; ma a loro si impedisce la produzione e la registrazione dell’atto di domanda di protezione internazionale. Il nostro comunismo senza comunità non è sufficiente, visto il sorgere di una nuova differenza: che a me pare più selvaggia, più da legge del più forte, di quello che si esprimeva nella lotta di classe del Novecento. E la dissociazione (come la dipingeva Anders) dei nostri impiegati e di noi stessi, buoni, democratici, brave persone da un lato e indifferenti atroci comminanti di atti crudeli dall’altro, è da questa differenza di “classe” che viene: quella che permette a tutti di dare atto, e impone a tutti di attestarvisi, ma un tutti da cui poi sottraiamo i più deboli, i già torturati, gli affamati.

Forse quello che ci aspetta è più un impegno morale che politico. È il compito che ci attende, nell’esercizio del pensiero e della sensibilità.

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