Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

savagnone-3-small-articoloÈ di questi giorni la notizia che in Inghilterra il governo ha sentito il bisogno di istituire un “Ministero della solitudine ”. Una decisione a cui la premier britannica Theresa May è giunta sulla scorta delle conclusioni di una apposita Commissione parlamentare, che ha segnalato l’esistenza nel Paese di più di nove milioni di persone che vivono questo problema, con seri danni non solo per la salute psichica, ma anche per quella fisica.

Dando l’annuncio, Theresa May ha definito la solitudine «una triste realtà della società moderna». Un dato di fatto, insomma, da fronteggiare. Nessun cenno alle cause. Eppure qualche domanda su di esse sembra necessaria. Se non altro per capire quanto l’istituzione di un Ministero sia davvero la risposta adeguata al problema.

Una di queste cause è sicuramente l’eclisse delle comunità. A cominciare da quella della famiglia. Solo in Italia, secondo l’Annuario 2016 dell’Istat, i single non vedovi sono più che raddoppiati in vent’anni: ora è un esercito di 4,8 milioni di persone, il 7,9% della popolazione. Ma se aggiungiamo vedovi e divorziati non risposati, celibi e nubili che non vivono nella famiglia di origine, monogenitori con figli, allora il numero delle persone che vivono in solitudine sfiora gli 8 milioni, il 13%. Ormai le famiglie composte da un solo membro sono quasi un terzo del totale e, sempre secondo l’Istat, sono destinate ad aumentare. Come lo sono le “libere unioni”, un milione di coppie che non sono ancora convolate a nozze e forse non lo faranno mai. Se la tendenza trovasse conferma nei prossimi decenni, constata l’Annuario, «la metà delle donne che appartengono alla generazione del millennio non si sposerà nel corso della sua vita». 

A soppiantare la famiglia tradizionale sono convivenze o, più in generale, relazioni affettive che non hanno alla base un impegno stabile, come quello che si realizza nel matrimonio, ma si realizzano tra persone che “stanno insieme” e – tengono spesso a precisare – “stanno insieme finché stanno bene insieme”. Perché questo caratterizza le “unioni civili” e le “famiglie di fatto” – e a maggior ragione le semplici relazioni tra persone non conviventi – rispetto alla tradizionale compagine familiare: questa nasce dalla promessa reciproca tra due persone di essersi fedeli a vicenda «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, tutti i giorni della vita», secondo la formula del matrimonio concordatario; quelle sono affidate a una scelta sempre rinnovata dei partner, che evidentemente valorizza la loro libertà, ma – proprio perché dipende da essa – vale solo «finché» ognuno di essi «sta bene» con l’altro. Cambiano i “tempi”: quello del matrimonio è il futuro, quello dell’unione civile il presente (altrimenti si trasformerebbe automaticamente in matrimonio).

Sia chiaro: ciò che rende fragili i legami del nuovo tipo di relazione non è una provvisorietà cronologica. Di fatto possono darsi convivenze che durano felicemente per tutta la vita dei conviventi e, reciprocamente, anche il matrimonio può essere reso provvisorio dalla morte prematura di uno dei due sposi. Il problema è piuttosto il modello di libertà che sta dietro le due relazioni.

Quello a cui si ispirano le convivenze è la libertà come autonomia individuale. Si è liberi se non si dipende da nessuno e si possono perseguire senza impedimenti i propri obiettivi, col solo limite del rispetto dell’analogo diritto altrui. Secondo la classica formula: «La libertà di ciascuno finisce dove comincia quella dell’altro». La società è un arcipelago di isole che comunicano tra loro restando rigorosamente autonome l’una dall’altra. Tutti cercano la loro realizzazione, ma ognuno deve pensare alla sua. Fini uguali non fanno un fine comune. Il parametro è quello del mercato, dove si possono stringere contratti per un reciproco vantaggio, ma l’interesse di ognuno rimane ben distinto da quello dell’altro e talora può entrare in conflitto con esso. Perciò si cammina insieme, ma solo “finché” ciò consente di perseguire il proprio fine individuale.

Perciò anche i rapporti con i genitori sono sempre meno fondati sull’ascolto e sulla gratitudine e sempre più sulla rivendicazione di indipendenza. E quando sono anziani, si tende a liberarsi dell’ultima limitazione che essi rappresentano, quello della loro presenza, mettendoli in una casa di riposo.

Analogamente, poiché anche i figli vincolano, si riduce il tasso di natalità. A escludere che si tratti di un problema solo economico sono i dati che indicano come meno prolifiche le regioni del nostro Paese dove il lavoro e il benessere sono maggiori. Si preferisce, per colmare i vuoti affettivi, prendere un cane, che è meno impegnativo e crea minori dipendenze. Salvo abbandonarlo per strada – come non di rado avviene – , quando diventa un ostacolo alle proprie esigenze.

Il modello di libertà del matrimonio è invece quello del dono di sé all’altro – irreversibile come tutti i doni – , da cui nasce una nuova realtà che è, appunto, la famiglia. Non è un arcipelago, è un continente, in cui si appartiene – e si è dunque vincolati l’uno all’altro –alla cui crescita ci si consacra anche a costo di sacrificare la propria autonomia. La procreazione e la dedizione disinteressata ai figli scaturiscono da questa logica, tendendo a coinvolgerli in essa. Qui la libertà di ciascuno non finisce, ma comincia dove comincia quella dell’altro e il fine è comune: nessuno può raggiungerlo se non lo raggiungono anche gli altri membri, perché esso coincide con l’indivisibile riuscita dell’armonia familiare.

È evidente che il primo modello oggi è dominante, al punto da dare l’impressione di essere l’unico. Non è solo la famigliaalkoghol-2714482_640 a esserne messa in crisi: lo sono tutte le forme di comunità. Prima esisteva il vicinato: oggi ci si saluta a stento anche con chi abita sullo stesso pianerottolo e le riunioni di condominio servono soprattutto per litigare. L’inurbamento ha portato molta gente a trasferirsi dalle comunità di paese – con i loro punti di incontro tradizionali: il corso, la piazza, la chiesa, il bar –, alle grandi città, dove non c’è un vero centro e abbondano quelli che Marc Augè ha chiamato «non-luoghi»: strade di scorrimento veloce, supermercati, centri commerciali. Dove ognuno ha molta più libertà che in un piccolo centro di fare ciò che vuole, senza doverne rispondere, perché incontra tutti, ma non è legato a nessuno.

Non c’è da stupirsi, allora, se ogni tanto qualcuno viene ritrovato nel proprio appartamento soltanto settimane o mesi dopo la morte. L’indipendenza da ogni vincolo – nei confronti del partner, dei genitori, dei figli – comporta, come inevitabile conseguenza, che gli altri vivano senza avere bisogno di noi. Ed è questo in cui, soprattutto, consiste la solitudine – il sentirsi irrilevanti per la vita degli altri – , non la mancanza di una frequentazione materiale. La solitudine è l’altra faccia della libertà come oggi viene concepita.

Per rimediare a questo non servono strutture burocratiche, ma una presa di coscienza collettiva dei limiti della concezione individualistica che, proprio a partire dalla tradizione liberale inglese, si è affermata ormai nelle società occidentali, portando sicuramente a una crescita civile – si pensi all’affermazione dei diritti , ma facendo perdere di vista qualcosa di essenziale. Ciò che serve, più che un Ministero della solitudine, è la riscoperta, nella nostra cultura, dell’antica idea che l’essere umano è per sua natura sociale e che l’altro non è fuori di noi, come un optional, ma dentro di noi, come parte costitutiva della nostra identità. E che perciò, come ha scritto John Donne, «nessun uomo è un’isola».

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