Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Il 17 novembre alla parrocchia del Santo Sepolcro a Bagheria si è tenuto un incontro sulle tematiche dell’identità di genere. Hanno partecipato, oltre lo stesso Luciano Sesta, anche l’avvocato Gianfranco Amato, del cosiddetto “Popolo della famiglia”, e Silvana de Mari, scrittrice. Già durante lo stesso incontro non sono mancate polemiche anche accese e il clima non si è sempre mantenuto ad un livello che consentisse un dibattito pacato e razionale. Nei giorni successivi all’incontro, poi, le polemiche si sono protratte sulla pagina Facebook dell’avvocato Amato: è stato pubblicato uno stralcio dell’intervento di Luciano Sesta (decontestualizzandolo, secondo il professore Sesta) a cui i followers di Amato hanno reagito con una violenza spesso sconfinante nell’attacco personale, decisamente lontana da quello stile di confronto e correzione fraterna che dovremmo auspicarci si mantenga almeno all’interno della Chiesa. Lasciando dunque che siano i nostri lettori a emettere un giudizio nel merito delle argomentazioni del professore Sesta, pubblichiamo una versione del suo intervento adatta al medium di un blog come il nostro.

La Redazione.


Foto: "Gender abolition" di Kristofher Munoz, su Flickr: https://www.flickr.com/photos/kristofher/4198179990

Foto: “Gender abolition” di Kristofher Munoz, su Flickr

O
ggi, sulla teoria del Gender, c’è un allarmismo solo in parte giustificato, che lo sta trasformando in una fissazione per i suoi sostenitori e in un’ossessione per i suoi critici. Un approccio più sereno alla questione, che non sia troppo preoccupato di vincere o di perdere battaglie culturali e politiche, ci consente di dire che fenomeni elementari come la differenza fra uomo e donna, come già insegnava Freud, si comprendono meglio quando entrano in crisi che non in regime di normalità. L’eccezione, infatti, non soltanto conferma la regola, ma aiuta anche a meglio comprenderne il significato. Il dibattito sul Gender, in tal senso, lungi dall’autorizzare una lotta senza quartiere contro il “nemico”, dovrebbe essere salutato come una preziosa opportunità per pensare più a fondo ciò che tendiamo a dare per scontato.

Il termine “genere” indica un aspetto della sessualità che va al di là del corpo. “Maschio”, per esempio, è un termine descrittivo, che indica il sesso biologico di un individuo, ossia ciò che egli è a prescindere dal modo in cui si comporta. “Uomo” è invece un termine valutativo, che dipende anche dal modo in cui, in società e sotto un determinato regime culturale, ci si comporta. “Tu sei maschio” indica un dato di fatto. È diverso dal dire: “sii uomo”. In tal senso bisognerebbe dire che maschi e femmine si nasce, mentre uomini e donne si diventa. I maschi e le femmine, in altri termini, diventano uomini e donne gli uni insieme agli altri, in un gioco di relazioni difficili e dagli esiti non scontati. Le teorie del gender si inseriscono in questo spazio di libertà che la natura, anche biologica, concede a ogni essere umano, e finiscono così per esprimere, spesso involontariamente, la spiritualità della persona, che non si riduce mai alle funzioni biologiche del proprio corpo.

La teoria gender, possiamo dunque dire, parte da un’osservazione corretta, che però ha il torto di assolutizzare. Ciò che è vero, infatti, è che l’identità sessuale di una persona si sviluppa nel tempo, secondo un processo in cui natura e cultura giocano entrambe un ruolo decisivo. Il sesso biologico è cioè una condizione necessaria, ma non ancora sufficiente per esprimere l’identità sessuale di una persona, che si gioca più sul piano delle relazioni sociali che in quello dei suoi cromosomi.

Ciò è vero anche nella prospettiva biblica. L’essere umano fu creato “maschio e femmina”, ma è solo nell’incontro storico fra l’uno e l’altra che esso esprime la sua pienezza. Non a caso, Adamo pronuncia la sua prima parola quando ha di fronte Eva. Se il suo essere sessualmente “maschio” è dato a prescindere da Eva, il suo essere “uomo”, dotato di parola e di capacità di relazione, sorge solo di fronte a Eva. L’uomo e la donna sono “immagine di Dio”, ma conquistano una “somiglianza” con Lui solo se, nel loro rapporto, vivono secondo il suo disegno.

Fra natura e cultura

Misconoscendo questo intreccio fra natura e cultura, un nutrito schieramento, soprattutto in area cattolica, cerca oggi di arginare i rischi delle teorie del Gender rifugiandosi, per così dire, nella “natura biologica” dell’uomo, che ci imporrebbe, inequivocabilmente, una sola secca alternativa: o maschio o femmina, tertium non datur.

A questo proposito, bisognerebbe osservare che se davvero, come sostengono alcuni, la differenza maschio-femmina, che è l’unica possibile, avesse una solida base naturale non suscettibile di modificazioni culturali, allora non si temerebbe, come invece si teme, che una cultura come quella del Gender possa “convincere” chi è maschio a diventare femmina e chi è femmina a diventare maschio. Se l’identità sessuale è insomma assicurata dalla natura sin dall’inizio esclusivamente maschile o femminile del corpo biologico, nessuna cultura, nemmeno quella Gender, potrà mai modificarla. Perché dunque si teme che certi programmi educativi possano influenzare i nostri figli? Per un motivo semplice: perché l’identità sessuale è frutto non solo della natura, ma anche della cultura. Proprio come ci dice quella stessa teoria del Gender di cui molti, erroneamente, non vogliono cogliere gli aspetti anche positivi.

La storia ci insegna che se oggi si tende a dire che la differenza fra maschio e femmina dipende solo dalla società, ciò accade per reazione a una lunga tradizione che ha preteso di ricavare tale differenza direttamente dalla natura, se non addirittura dall’anatomia. Proprio per questo motivo, l’assunto base della teoria del Gender è che la differenza sessuale non è basata su dettagli anatomici, e dunque sulla natura, ma è costruita socialmente mediante la cultura. A essere socialmente e culturalmente costruiti, per alcuni, sono non solo i ruoli di genere (casalinga, avvocato, padre, madre), ma anche l’identità di genere (uomo, donna) e l’orientamento sessuale (eterosessuale, bisessuale o omosessuale). Per i più radicali, come Judith Butler, anche il sesso biologico è frutto di un pregiudizio culturale. La differenza anatomica fra genitali femminili e maschili, infatti, sarebbe incomprensibile a prescindere dal significato culturale che le attribuiamo. I genitali maschili non sono naturalmente destinati a unirsi a quelli femminili, come dimostra non solo l’omosessualità, che c’è da sempre, ma anche secoli di celibato religioso. Non si vuole con ciò dire che le due fattispecie siano equivalenti, ma che in entrambi i casi la persona può non assecondare la finalità iscritta per natura nel proprio corpo sessuato.

A ben vedere, basare l’identità sessuale sul solo corpo è un errore uguale e contrario a quello di basarla sulla sola cultura o sulle sole aspettative sociali. Gli esseri umani, nel dibattito fra i pro-gender e gli anti-gender, sono stati divisi in due fra natura e cultura: la prima sarebbe una dimensione oggettiva, che è così com’è a prescindere dalla cultura e dai nostri desideri soggettivi; la seconda, invece, esprimerebbe la capacità di plasmare la nostra natura, e di modificarla secondo i nostri gusti e i nostri interessi. Abbiamo così il partito della natura (composto tendenzialmente da alcuni cattolici) e quello della cultura (i sostenitori delle teorie Gender). La contrapposizione polemica tra questi due schieramenti induce a porsi una domanda fuorviante, ossia se le differenze fra uomini e donne siano scritte nei loro geni o siano prodotte dalla società. In realtà bisognerebbe rispondere: ne’ l’una né l’altra cosa. Entrambi gli schieramenti, infatti, dicono qualcosa di vero, che però diventa falso una volta che viene contrapposto polemicamente a quanto sostiene lo schieramento opposto. Più dico che uomini si nasce per natura, più mi sentirò rispondere che lo si diventa per cultura. E viceversa, in un gioco senza fine.

Bisogna uscire, una volta per tutte, da questo meccanismo di azione e reazione, basato sulla contrapposizione di aspetti che, nell’uomo, si trovano inseparabilmente connessi. L’uomo, infatti, a differenza degli altri animali, è un essere culturale per natura. Non c’è niente, in noi esseri umani, che sia soltanto natura o soltanto cultura. L’identità sessuale di una persona, insomma, non è nè un rigido destino biologico nè una pura convenzione sociale.

Si pensi al linguaggio. Ogni uomo, per natura, è capace di acquisirlo, ma non esiste una lingua “naturale”. Tutte le lingue parlate dagli esseri umani sono storiche, culturali. Inoltre, mentre in tutti gli altri animali le caratteristiche di specie fanno la loro comparsa spontaneamente a un certo grado del loro sviluppo, nessun essere umano comincia a parlare per natura, da sé. La sua natura di essere parlante, piuttosto, si sviluppa soltanto mediante il condizionamento sociale di chi, sin dall’inizio, gli rivolge la parola trasmettendogli una determinata lingua. Le aspettative sociali e il condizionamento culturale, dunque, nell’uomo non sono una manipolazione artificiale della sua “vera” natura, ma le forme del suo sviluppo e della sua piena manifestazione.

Il punto di vista medico

Storicamente, la condizione che suggerisce una distinzione fra “sesso biologico” (essere maschi o femmine) e “identità di genere” (essere uomo o donna) è una condizione subìta, non deliberatamente scelta. Il concetto di “gender” distinto da “sex” nasce infatti nel contesto del cosiddetto “sex assigned at birth1. In riferimento ai bambini intersessuali (allora chiamati ermafroditi), nati con genitali ambigui, si pone il problema di attribuire un’identità di genere di fronte dell’incertezza del sesso anatomico. Qui si apre una questione interessante: rispettare la natura sessualmente ambigua del soggetto in questione o definirla artificialmente noi stessi come maschile o femminile? E, nel caso in cui si optasse per la seconda ipotesi, quale aspetto del corpo sessuato assumere come “naturale”? Il sesso gonadico, quello genetico, quello somatico o quello psicologico?

L’ambito medico ci aiuta a capire non soltanto che la dissociazione fra identità di genere e sesso biologico può essere subìta piuttosto che scelta a capriccio, ma anche che, proprio a motivo di ciò, ci sono casi in cui la scelta dell’identità di genere a dispetto del sesso biologico può essere non solo lecita, ma persino moralmente doverosa. Nel caso si decida di assegnare un’identità di genere in mancanza di una sessualità anatomica chiaramente definita, peraltro, bisognerà prestare particolare attenzione all’eventuale emergere di un’identità sessuale diversa da quella inizialmente assegnata. Un soggetto con sindrome di Morris è geneticamente e gonadicamente maschio, ma fenotipicamente femmina2. Talvolta il soggetto potrebbe persino scegliere, raggiunta l’età, di accettare la propria ambiguità sessuale piuttosto che definirla chirurgicamente in una direzione piuttosto che nell’altra.

Come si può vedere, la distinzione fra “sesso” e “genere” non sempre è suggerita da un capriccio soggettivo, ma anche da eventi “naturali” come l’ermafroditismo e la sindrome di Morris. La stessa questione medica dell’attribuzione del sesso alla nascita, inclusa la scelta del nome, pone dunque l’esigenza del rispetto della persona al di là della differenza sessuale. Da qui la necessità di un appunto lessicale: maschio e femmina, eterosessuale, omosessuale e transgender sono tutti aggettivi, non sostantivi. Presuppongono sempre il sostantivo “persona”.

Il primato della persona

La questione medica degli stati intersessuali suggerisce qualcosa di molto importante per il nostro tema: c’è, negli esseri umani, un aspetto di fronte al quale le differenze sessuali, e la stessa dissociazione fra identità di genere e sesso biologico, passano in secondo piano. Nella stessa Scrittura si dice che, di fronte all’opera salvifica di Gesù, “Non c’è più uomo né donna” (Gal, 3, 28). E quando, in Genesi, si legge che “maschio e femmina Dio lo creò”, il singolare (“lo creò”) fa risaltare, oltre alla loro differenza, l’umanità condivisa del maschio e della femmina. C’è dunque qualcosa rispetto a cui la differenza sessuale è indifferente, ed è la nostra comune umanità, l’essere persone e figli di Dio.

La teoria del Gender, talvolta in modo scomposto e maldestro, in fondo vuole restituirci questa comune umanità. E, in ciò, non andrebbe troppo sbrigativamente demonizzata come ideologia del neutro, ma andrebbe invece accolta come valorizzazione della nostra umanità condivisa.

Molte delle rivendicazioni riconducibili alle teorie del Gender, in quest’ottica, possono essere viste come una difesa della dignità della persona al di là della differenza di sesso e di orientamento sessuale. Di fronte a una persona, infatti, non ci si domanda soltanto “cosa è”, se maschio o femmina, omosessuale o eterosessuale, ma anche e soprattutto “chi è”, ossia cosa pensa, cosa sente, cosa desidera e cosa più le sta a cuore. L’uomo non si identifica con la propria natura biologica, ma la possiede. Può riconoscerla come propria ma anche non accettarla, come quando aspira alla resurrezione nonostante la mortalità del suo corpo3. L’uomo non è un corpo biologico sessuato, ma ha un corpo biologico sessuato.

Già da queste poche osservazioni si può dedurre che l’antropologia implicita nelle teorie del gender è meno lontana di quanto sembri dall’antropologia cristiana. Nel cristianesimo non è la natura ad avere l’uomo, ma è l’uomo ad avere una natura. Ciò significa che l’uomo, pur essendo fatto in un certo modo, è al tempo stesso libero di prendere posizione rispetto a se stesso. Anche per le teorie del gender, la natura umana è al tempo stesso determinata e libera. È “determinata” perché porta impresso un orientamento non scelto dall’individuo, come per esempio essere maschio o femmina, intersessuale o affetto da sindrome di Morris, eterosessuale o omosessuale, psichicamente “uomo” o “donna”. È però anche “libera”, perché è una natura posseduta da qualcuno che può tanto assecondarla quanto contrastarla. Da qui la rivendicazione del diritto di assecondarla o di contrastarla, senza essere costretto a fare l’una o l’altra cosa in base ad aspettative sociali o a stereotipi culturali. Giuste o sbagliate che siano le scelte di una persona, infatti, esiste il diritto di farle, lì dove non ledono direttamente e palesemente i diritti di terze persone, naturalmente, come potrebbe accadere nel caso delle adozioni gay o dell’utero in affitto.

Molti si mostrano preoccupati, e giustamente, che le teorie del gender, entrando nei programmi educativi delle scuole, possano creare disorientamento nelle giovani generazioni. Si teme, per esempio, che sotto l’etichetta dell’educazione alla parità di genere fra uomini e donne e della lotta all’omofobia passi tutt’altro messaggio, per esempio che maschi e femmine non si nasce, ma lo si diventa per scelta, e magari non una volta per tutte, ma in base ai capricci e alle mode del momento. Non si tratta di un timore del tutto infondato. Per evitare che ciò accada, occorre vigilare continuamente, ma senza esagerare, aggiungiamo. Se infatti l’educazione consiste non nel preparare la strada al figlio, ma il figlio per la strada, allora anche la prospettiva del gender è non tanto un pericolo da evitare, quanto un rischio da correre. Più che opporre un rifiuto polemico, dunque, si potrebbe proporre una prudente valorizzazione di due aspetti propri della teoria del gender:

  1. siamo tutti persone al di là del nostro vissuto sessuale;

2) le differenze sessuali e di genere sono non solo biologiche, ma anche sociali e culturali.

Con questa consapevolezza si può, senza necessariamente legittimare determinati orientamenti sessuali, aiutare le nuove generazioni a non demonizzarli, e dunque a saper innanzitutto rispettare come una persona colui o colei che mostra di averli. Certo, questo comporta dei rischi. Per esempio il rischio che si scambi l’accoglienza delle persone transessuali con una legittimazione della loro condizione, o persino come un’esortazione al transessualismo. Si tratta però di un rischio che dobbiamo correre: è infatti meglio rispettare pienamente le persone transessuali correndo il rischio di trasmettere un messaggio poco chiaro sul transessualismo, che correre il rischio di maltrattarle pur di lanciare un messaggio chiaro sull’anomalia della loro condizione. Come già diceva Simone Weil, c’è in ogni uomo qualcosa di sacro. E non è la persona umana. Non è nemmeno la sua persona. È semplicemente lui, quest’uomo.


1 Sotto la dicitura “sesso biologico” comprendiamo l’aspetto genetico, gonadico, ormonale e fenotipico.

2 Nella sindrome di Morris, il soggetto, anatomicamente femminile, è geneticamente un XY, e dunque maschio, per una mutazione nel gene AR (recettore per gli androgeni), che lo rende insensibile all’azione del testosterone. Così, pur avendo testicoli ritenuti in addome, sviluppa un fenotipo femminile, con vagina a fondo cieco, in assenza dell’utero e delle tube.

3 Nell’aspirazione, del transessuale per esempio, a essere qualcosa di più o di diverso dal proprio corpo, c’è qualcosa di spirituale, un desiderio di realizzazione che va decifrato prima che condannato.

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