Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone

Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.
Scrittore ed Editorialista.
Giuseppe Savagnone

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Si è ricordato in questi giorni il cinquecentesimo anniversario dell’inizio della Riforma protestante: secondo la tradizione, il 31 ottobre del 1517 il monaco Martin Lutero appese le sue 95 tesi, contrastanti con l’ortodossia, alla porta della cattedrale di Wittemberg, creando le premesse per la drammatica rottura del mondo cristiano. Ciò che è stupefacente (e agli occhi di molti cattolici scandaloso) è che questa ricorrenza non sia stata vissuta all’insegna delle recriminazioni e dell’amarezza di accuse reciproche, ma in un clima di gratitudine – anche se temperata dalla consapevolezza dei rispettivi, colpevoli errori – e di speranza.

Dopo secoli di reciproche scomuniche e di radicale incomunicabilità, oggi i rapporti tra la Chiesa cattolica e le Comunità luterana sembrano radicalmente cambiati. Era cominciato con la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, che cattolici e luterani hanno firmato nel 1999 (e che quest’anno è stata sottoscritta anche dalla Comunione mondiale delle Chiese riformate e dalla Comunione anglicana). Un passo decisivo sul piano dottrinale, visto che la controversia sulla giustificazione – implicante un diverso modo di vedere il rapporto tra grazia divina e libertà umana – era stata per secoli un punto cruciale della rottura, ora superato con una più generosa rilettura delle rispettive intenzioni da entrambe le parti.

Non bastava, però, un documento dottrinale. Si avvertiva da tempo, dopo quella data, la mancanza di sviluppi concreti sul terreno dei reciproci rapporti. La svolta è venuta nel 2016 col viaggio di papa Francesco a Lund, in Svezia, dove le celebrazioni per l’anniversario della Riforma avevano inizio, e dove il capo della Chiesa cattolica e quello della Federazione Luterana Mondiale hanno pregato insieme.

A distanza di un anno, i frutti di questo incontro si evidenziano ora in una “purificazione della memoria” che, senza misconoscere gli aspetti problematici, ancora presenti nel dialogo tra le due confessioni cristiane, permette loro di metter fine alle reciproche demonizzazioni. L’ufficio filatelico del Vaticano ha perfino stampato, in questa occasione, un francobollo dedicato a Martin Lutero! E una Nota congiunta della Federazione Luterana mondiale e del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani dichiara solennemente che «per la prima volta cattolici e luterani hanno visto la Riforma da una prospettiva ecumenica. Ciò ha reso possibile una nuova comprensione».

martin-luther-617287_640Non si tratta di cancellare il passato: «Allo stesso tempo» – continua il documento, «abbiamo chiesto perdono per le nostre colpe e per il modo in cui i cristiani hanno ferito il Corpo del Signore e si sono offesi reciprocamente nei cinquecento anni dall’inizio della Riforma a oggi». Ma questo doveroso atto penitenziale diventa, in questo contesto, un punto di partenza che apre al futuro: «Riconosciamo che, se è vero che il passato non può essere cambiato, è altrettanto vero che il suo impatto odierno su di noi può essere trasformato in modo che diventi un impulso per la crescita della comunione e un segno di speranza per il mondo: la speranza di superare la divisione e la frammentazione. Ancora una volta, è emerso chiaramente che ciò che ci accomuna è ben superiore a ciò che ci divide».

Si accennava che agli occhi di molti cattolici questa rivalutazione di Lutero costituisce un tradimento della vera fede, da essi attribuito a papa Francesco, il pontefice più contestato, forse della storia – sicuramente di quella degli ultimi secoli. Questi credenti ritengono assurdo che si valorizzino un eresiarca e gli errori da lui propagati. Non sanno, o dimenticano, che già il Concilio Vatiano II, nel decreto Unitatis redintegratio, aveva fatto un passo decisivo in questa direzione, affermando essere «necessario che i cattolici con gioia riconoscano e stimino i valori veramente cristiani, promananti dal comune patrimonio, che si trovano presso i fratelli da noi separati (…). Né si deve dimenticare che quanto dalla grazia dello Spirito Santo viene compiuto nei fratelli separati, può pure contribuire alla nostra edificazione» (n.4).

E su questa strada aveva proseguito con decisione anche un papa non certamente sospetto di simpatie eterodosse, come Giovanni Paolo II, che nell’enciclica Ut unum sint aveva dichiarato «irreversibile» (n.3) l’impegno di percorrere la via dell’ecumenismo e aveva ricordato, per sostenerlo, «la testimonianza coraggiosa di tanti martiri del nostro secolo, appartenenti anche ad altre Chiese e Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica (…). Questi nostri fratelli e sorelle, accomunati nell’offerta generosa della loro vita per il Regno di Dio, sono la prova più significativa che ogni elemento di divisone può essere trasceso e superato nel dono totale di sé alla causa del Vangelo» (n.1).

Qui è in gioco la lettura che si dà della natura della Chiesa cattolica. Se essa coincide con il Regno di Dio sulla terra, la pienezza di verità – la cattolicità (universalità non numerica, ma qualitativa) – che sempre essa ha rivendicato, implica che nulla di vero e di buono esista fuori di essa. In questa prospettiva, non avremmo nulla da imparare da altri che dicono di seguire Cristo, e meno che mai dagli altri uomini.

Ma la Chiesa non è il Regno. Il “già” non ha esaurito il “non ancora”. Perciò c’è un altro modo – non statico, bensì dinamico – di intendere la sua cattolicità, non come uno spazio chiuso, i cui confini andrebbero fortificati e difesi contro gli invasori esterni, ma come una energia che si dispiega nella storia, animata dallo Spirito di Cristo e la cui peculiarità starebbe non nel possedere già tutta la verità, ma nell’essere capace di accoglierla e di assimilarla.

In questo senso, il sigillo della dottrina della Chiesa non sarebbe la sua statica definitività, ma la sua perenne incompiutezza, la sua costitutiva attitudine all’ascolto delle voci di verità che vengono dal di fuori. A questo sembrano alludere le ultime parole dette da Gesù ai suoi apostoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future» (Gv 16, 12–13).

In quest’ottica, la lettura protestante del messaggio cristiano, pur essendo discordante da quella cattolica, può costituire un contributo alla piena comprensione del vangelo. E valorizzare l’anima di verità che essa contiene può aiutare cattolici e protestanti a rendersi conto sempre di più che ciò che li accomuna è ben superiore a ciò che li divide.

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