Un uomo tra gli uomini, sempre, anche nella sventura, anche nel dolore. Ecco in che cosa consiste la vita, questo é il suo compito (F. Dostoevskij).

34Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme35e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova:36«Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».37Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente38Questo è il grande e primo comandamento. 39Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso40Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

"Agape"

La liturgia odierna ci presenta un’altra domanda insidiosa posta a Gesù dai rappresentanti ufficiali del giudaismo, i farisei. Gesù si trova a Gerusalemme in un contesto di grande tensione che porterà a breve agli eventi della passione. Dopo la spinosa questione del tributo a Cesare e la disputa sulla resurrezione posta dai sadducei a Gesù, ora gli viene presentato un altro problema dottrinale, chiaramente con l’intenzione di metterlo in difficoltà. Il verbo utilizzato implica l’idea di tentare Gesù per farlo deviare dalla retta via. Non è soltanto un trabocchetto, ma ad emergere sembra essere un atteggiamento ostile e malevole. Un esperto della legge viene incaricato di interrogare Gesù. Probabilmente i farisei si aspettano che Gesù propenda per alcuni comandamenti in particolare, per esempio il riposo sabatico che Dio aveva osservato, così da poterlo poi accusare di mancare di rispetto alla Legge. Per i farisei infatti la Legge mosaica aveva il primato assoluto in quanto Legge data da Dio, non per i suoi specifici contenuti e come tale andava seguita alla lettera. Ecco allora la domanda posta secondo lo stile rabbinico: «Maestro, nella Legge, qual è il più grande comandamento?». Le diverse scuole avevano studiato a fondo la Legge, il Pentateuco e l’avevano ordinato in 613 comandamenti, 248 precetti positivi e 365 negativi, che regolavano tutti gli aspetti della vita dei fedeli. Tali comandamenti erano stati divisi anche in “lievi” e “gravi” secondo la materia trattata, ma tutti dovevano essere osservati. In una tale moltitudine di precetti non era facile orientarsi, così ogni maestro indicava una propria linea interpretativa capace di compendiare tutte le leggi.

Gesù risponde alla domanda del dottore della Legge citando il precetto di Deuteronomio 6,5 circa l’amore che Israele deve a Dio, un amore che non può essere risolto nell’osservanza formale di un precetto ma che coinvolge l’uomo intimamente e profondamente: cuore, anima e mente.

È un precetto fondamentale per l’identità dell’israelita e viene recitato almeno due volte al giorno nella preghiera dello Shemà. Gesù definisce questo comando come «il più grande e il primo», grande per il contenuto e primo perché senza di esso gli altri comandamenti non avrebbero ragione d’essere.

«Il secondo poi è simile al primo»: diversamente da Marco (12,31) Matteo pone i due comandi implicitamente sullo stesso piano costituendo insieme un’unità integrale, una sostanza identica. La dichiarazione di Gesù è dunque pienamente ortodossa ma – e qui sta la novità – il precetto dell’amore per Dio viene legato indissolubilmente all’amore per il prossimo. L’amore per Dio trova la sua prova di autenticità nell’amore per l’altro ed è questa la novità introdotta da Gesù: non si può amare Dio se non si ama il prossimo. In questo modo il credente è posto davanti al senso autentica della Legge, che consiste non in forme di legalismo, ma nel mettere l’uomo davanti a Dio. Ma è possibile imporre l’amore per legge? Il verbo utilizzato non è un imperativo ma un futuro, che indica un’azione che ancora continua. L’essere stesso di Dio è amore (1Gv 4,8), agape e noi, plasmati a sua immagine e somiglianza, ne portiamo impresso il sigillo.

L’agape diviene così non solo il cardine da cui dipende la totalità della Scrittura, non più norma esterna che sembra imporci l’impossibile, ma «un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L’amore cresce attraverso l’amore. L’amore è “divino” perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia “tutto in tutti”» (Benedetto XVI, Deus Caritas est, 18) .

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